27 aprile 2016

BERGAMO: PROSSIME INIZIATIVE AL LAB.ANARCHICO LA*ZONA



Per aggiornamenti, info o per il calendario delle presentazioni del corteo in giro per l'italia, visita il sito: abbatterelefrontiere.blogspot.it!

SULL'ATTENTI, DI PAURa

da finimondo.org

Sull'attenti, di paura

Allineati di paura ringraziamo
la paura che ci salva dalla follia.
Decisione e coraggio è merce rara
e la vita senza vita è più sicura.
 
Avventurieri ormai senza avventura
combattiamo, allineati di paura,
ironici fantasmi, alla ricerca
di ciò che fummo, di ciò che non saremo.
 
Allineati di paura, con voce fioca,
col cuore fra i denti, siamo
i fantasmi di noi stessi.
 
Gregge che la paura insegue,
viviamo così vicini e così soli
che della vita abbiamo perso il senso.
 
(Alexandre O'Neill, 1962)
 
 
Si dice che nel corso della riunione annuale del famigerato Club Bilderberger — il gotha mondiale della politica, dell'economia e della finanza — tenutasi nel maggio 1992 ad Evian, in Francia, l'ex-segretario di Stato statunitense Henry Kissinger abbia dichiarato a proposito della grande rivolta che poche settimane prima aveva infiammato Los Angeles: «Se delle truppe delle Nazioni Unite entrassero a Los Angeles per restaurare l'ordine, gli americani oggi si sentirebbero oltraggiati domani ne sarebbero riconoscenti. Ciò avverrebbe soprattutto se li si informasse che un attacco proveniente dall'aldilà minaccia la loro esistenza. In tal caso i popoli della terra pregherebbero i propri leader di liberarli da quei malvagi. Ciò che tutti gli uomini temono è l'ignoto. Quando verrà presentato loro questo scenario, saranno pronti ad abbandonare i loro diritti individuali in favore del proprio benessere, garantito dal loro governo mondiale».
Autentica o apocrifa che sia questa citazione, esprime perfettamente un caposaldo della ragione di Stato. Per ottenere obbedienza, nulla è più efficace dell'arma della paura. Il terrore paralizza i movimenti, ottunde la mente, rende deboli e indifesi. Ammutolisce la critica e spinge tutti ad invocare aiuto, senza guardare in faccia i soccorritori e senza metterne in dubbio intenzioni e mezzi. Questo terrore così funzionale deve quindi essere creato ed alimentato in permanenza. A differenza dei regimi dittatoriali, che storicamente si contraddistinguono proprio perché è lo stesso governo ad esercitare il terrore sui propri cittadini-sudditi, nelle democrazie il panico viene creato attraverso l'evocazione di una minaccia esterna. Agitandone lo spauracchio, lo Stato può ritagliarsi e recitare il ruolo di eroe salvatore — da ripagare con gratitudine, e a cui essere riconoscenti per la vita.
Ciò spiega il motivo per cui, all'interno della grande rappresentazione mediatica della paura, il palcoscenico non rimane mai vuoto. Personaggi terrificanti si susseguono uno dopo l'altro, si incrociano, si accoppiano, prolificano pure, accalcandosi talvolta nello stesso momento e nello stesso spazio. Ma il canovaccio resta sempre lo stesso. Un grave pericolo incombe su tutti noi, onnipresente, invisibile, pronto a colpirci all'improvviso. Bisogna stare attenti, e quindi bisogna innanzitutto mettersi sull'attenti. Ogni angolo buio che attraversiamo potrebbe diventare la scena di un delitto — ben vengano i controlli che ci difendono da assassini e stupratori. Ogni straniero in cui ci imbattiamo (soprattutto se povero) potrebbe essere un terrorista — ben vengano i centri di identificazione, le deportazioni e la chiusura delle frontiere che ci proteggono dai kamikaze. Persino ogni abbraccio e ogni bacio che ci scambiamo potrebbe essere fatale — ben vengano le vaccinazioni di massa (come stanno cercando di fare in quest'ultimo periodo in Toscana per debellare una meningite che dicono abbia causato una decina di morti in quindici mesi, compreso chi è morto subito dopo essersi fatto vaccinare!) per prevenire le malattie.
Per riacquistare pace & serenità basta mettersi nelle mani degli esperti, dei professionisti, di chi ha le conoscenze e le competenze in materia. In una parola, nelle mani dello Stato. Quello Stato da cui siamo sempre più dipendenti e che, sebbene mostri ogni giorno di più la propria infamia, costituisce il punto di riferimento costante e ineludibile. Biasimiamo i suoi pretoriani quando torturano e ammazzano i malcapitati che finiscono nelle loro grinfie, ma poi li acclamiamo quando temiamo che qualcuno possa disturbare il nostro sonno. Insultiamo i suoi funzionari quando veniamo a conoscenza delle quotidiane malefatte che commettono, ma poi li votiamo quando loro stessi ci convocano alle urne. 
Lo Stato prima inocula il veleno che causa la morte sociale, poi offre l'antidoto che promette uno straccio di sopravvivenza. Pensiamo ad esempio alla «minaccia» odierna che sarebbe costituita dagli stranieri, da quelle masse di profughi che premono ai confini europei così come da quei pochi terroristi che si fanno saltare in aria nelle strade europee (non sono affatto da equiparare, lo sanno tutti, ma è molto più facile presentare i primi come infiltrati dai secondi per suscitare una comune esecrazione). Prima i loro paesi vengono invasi, colonizzati, sfruttati, affamati, bombardati — e da chi? —, poi quando chi vi abita scappa qui disperato a portarci la miseria in casa, quando chi vi combatte viene qui furioso a portarci la guerra in casa... ci stringiamo attorno allo Stato in attesa di misure razziste e poliziesche che dovrebbero salvarci.
È quanto accade in tutti gli ambiti, nessuno escluso. Chi ha costruito armi e centrali nucleari è lo stesso che si invoca in caso di fuga di radiazioni. Chi ha autorizzato il commercio e l'uso di sostanze tossiche è lo stesso da cui si pretende la bonifica dei territori che ha contaminato. Chi ha creato in laboratorio virus letali è lo stesso a cui ci si affida per debellarli con cure miracolose. Il mondo della politica, dell'economia, della finanza, della scienza... ha rovinato la nostra vita, privandola di ogni bellezza e passione, riducendola a un quotidiano trascinare di catene per elemosinare una briciola e un sorriso. Ed è a questo stesso mondo composto da tanti carnefici non lordati di sangue, ben presentabili nei loro doppiopetto e nei loro camici bianchi, che ci rivolgiamo per avere protezione dai pericoli che loro stessi hanno provocato. 
Nemmeno il flusso continuo di informazioni contrastanti sull'effettiva natura delle minacce che graverebbero su di noi pare consigliare una sana diffidenza nei confronti delle dichiarazioni delle autorità, tanto meno induce a mettere in discussione queste campagne del terrore che vengono periodicamente scatenate. Al contrario, non fa che alimentare l'ansia, quell'apprensione o spiacevole tensione provocata dall'intimo presagio di un pericolo imminente e di origine sconosciuta. E l'ansia è sempre sproporzionata allo stimolo noto, alla minaccia e al pericolo che ci sovrastano realmente. E si finisce per ritrovarsi in un paesello di campagna a scrutarsi continuamente attorno per timore del «Salah» di turno.
A detta degli stessi esperti, esistono due forme di paura. La cosiddetta «paura primaria» è quella che stimola e fa reagire l'individuo, che in questo modo riesce a controllare e a superare la minaccia. La cosiddetta «paura secondaria» invece è quella che paralizza l'individuo e lo rende inerme, passivo di fronte a quanto lo turba. Non c'è reazione, c'è solo annichilimento. Ed è quest'ultima paura ad essere oggi alimentata in tutte le maniere, con l'evocazione di scenari da incubo e di complicazioni giudicate insormontabili.
In realtà, il pericolo più terribile che incombe è quello che si riassume nel concetto di fatalità. L'alta tecnologizzazione dell'esistente, la sua apparente invincibilità, la sensazione che nulla sia possibile, l'inutilità delle parole e l'inefficacia delle azioni, l'atomizzazione e le sue conseguenze, ed infine la potenza assoluta della polizia, del denaro e dello Stato, costringono la rabbia, il rifiuto e i loro sviluppi critici a rimanere sul terreno della passività. È questa la minaccia che dovremmo scongiurare. Perché, o ci arrendiamo alla paura o la combattiamo. Non possiamo andarle incontro a metà strada.
 
[12/4/16]

LECCO: NASCE IL MONTAG OCCUPATO




A Lecco nasce il Montag Occupato, si trova a Pescate, paesino al confine di Lecco, in via Alzaia angolo via Roma, vicino al Bennet. Posteggia lì e vieni a piedi dalla statale!

per maggiori informazioni e in caso di sgombero tieniti aggiornato/a a questo link:
 https://leccoriot.noblogs.org/



BARRIERA AL BRENNERO: INIZIATI I LAVORI

riceviamo e diffondiamo:

Barriera al Brennero: iniziati i lavori

Martedì 12 aprile sono cominciati i lavori preliminari per la barriera anti-immigrati al Brennero. Da quello che si capisce, si tratta per il momento di aree di sosta per i controlli sull'autostrada e sulla statale a qualche centinaio di metri dal confine con l'Italia. Incaricata dei lavori, l'Anas austriaca. Le notizie riportate da quotidiani e telegiornali nazionali parlano già di costruzione del muro, allo scopo di far precipitare negli animi la logica del fatto compiuto. In realtà sono i primi lavori preliminari: la partita è tutta da giocare.
Senza contare che il punto non è solo (e tanto) erigere delle barriere, ma gestirle. La mobilitazione contro la frontiera del Brennero, di cui la manifestazione del 7 maggio è solo un passaggio, deve avere come scopo proprio quello di rendere ingestibile la situazione.

Assieme alle notizie riguardanti i lavori al Brennero, negli ultimi giorni non sono mancate le prese di posizione da parte delle autorità italiane (a partire da quelle del presidente della Repubblica “contro la politica dei muri”). Siamo di fronte a una sfacciata ipocrisia. Non solo lo Stato italiano non ha avuto nulla da ridire contro il filo spinato eretto al confine ungherese o a Idomeni, ma è parte attiva nell'alleanza fra l'Unione Europea e il regime fascista di Erdogan: sei miliardi di euro in cambio del lavoro sporco di impedire l'ingresso dei profughi, se necessario ammazzandoli.

Nell'Europa concentrazionaria che si sta costruendo, il confine fra Austria e Italia è un anello debole, e questo per varie ragioni. Primo perché porta nel cuore dell'Europa ciò che le democrazie preferiscono costruire o finanziare nelle periferie della Fortezza: muri e filo spinato. Secondo perché a trovarsi in contrasto sono due Paesi capitalisticamente avanzati. La chiusura del Brennero, assieme al blocco della rotta balcanica pianificato e finanziato principalmente dallo Stato tedesco e da quello austriaco e realizzato dagli Stati balcanici e da quello Turco, farebbe d'Italia e Grecia le due vie privilegiate di arrivo e sosta da parte di chi sta fuggendo dalle guerre, soprattutto dalla Siria e dall'Afghanistan. Terzo, ma non per importanza, gli interessi economici in ballo: il transito di merci e il turismo. A nessuno governante interessa la vita degli immigrati in fuga; ciò che crea timori è il collo di bottiglia di tir che potrebbe crearsi al Brennero, dove ogni anno transitano 40 milioni di tonnellate di merci. Per questo le autorità italiane propongono controlli di polizie e militari senza creare intralci a merci e turisti (pensiamo solo ai turisti tedeschi che vanno e vengono dal lago di Garda). Confindustria, Società di autotrasporto, Camere di Commercio e albergatori si dicono assai allarmati. Quelle sul valore simbolico e storico del confine al Brennero sono chiacchiere di circostanza.

Piccola riprova è che mentre il capo dello Stato italiano si dice indignato per le barriere al Brennero, il questore di Bolzano dichiara che nessuna manifestazione di pretesta sarà autorizzata in zona.
Intanto lo Stato austriaco, cominciando i lavori al Brennero in piena campagna elettorale (il 24 aprile si svolgeranno le elezioni presidenziali), rivela apertamente in che direzione si raccolgono oggi i consensi. Contemporaneamente, nel Parlamento austriaco è in discussione – con procedura d'urgenza – un disegno di legge che sospende il cosiddetto diritto di asilo dichiarando lo stato d'emergenza. L'uso dell'esercito e la costruzione di barriere verrebbero giustificati da “una minaccia prevista”: il probabile afflusso di immigrati dopo la chiusura della rotta balcanica. Quei confini che in piena guerra fredda venivano giustificati con il pretesto di una possibile “invasione sovietica”, oggi vengono ricostruiti contro i poveri che fuggono in massa dalle loro terre. Se lo Stato austriaco riuscisse a costruire anche vicino al Brennero campi e container per immigrati come ha fatto al confine con la Slovenia, in quei “centri di accoglienza temporanea” potrebbero essere deportati tutti i richiedenti asilo d'Austria.
Definire tutto ciò un passaggio storico non è certo retorico.

Quello che faremo – o non faremo – nei prossimi mesi segnerà il futuro prossimo di milioni di persone. Rendere impossibili le “soluzioni tecniche” del totalitarismo democratico, collocandosi idealmente e praticamente in un contesto di lotta internazionale, è giusto, doveroso, possibile.
Sabato 7 maggio, tutte e tutti al Brennero!     

“Se tutto ciò è possibile, se anche solo ha un'ombra di possibilità, allora bisogna pure che qualcosa si faccia nel mondo.
Il primo che capita, chiunque abbia avuto questi pensieri inquietanti, deve cominciare a fare qualcosa di ciò che fu tralasciato; anche se è uno qualsiasi, se non è per nulla il più adatto: altri non ce ne sono”
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Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge

BLACK SHUCK: NUOVO BLOG PER LA LIBERAZIONE ANIMALE, UMANA E DELLA TERRA

riceviamo e diffondiamo:


È nat* BlackShuck!

BlackShuck è un gruppo di affinità anarchico e antispecista, che ha origine dall'esigenza di tracciare intersezioni tra le lotte contro ogni dominio e pratica la militanza per la liberazione animale, umana e della terra. BlackShuck è una cagna assetata del sangue di tutti i padroni. BlackShuck infesta le strade delle città, i sentieri nei boschi e la rete all'indirizzo https://blackshuck.noblogs.org/.

Come primo articolo vogliamo diffondere alcune riflessioni su referendum e disastri ambientali: https://blackshuck.noblogs.org/alle-urne-funerarie/.

Per contattarci e contribuire con critiche, idee e azioni, puoi scriverci all'indirizzo blackshuck@krutt.org.

RICHIESTI 9 ANNI PER PANDINO E GABRIELE ACCUSATI DI SEQUESTRO E RAPINA PER I FATTI DEL 3 LUGLIO 2011 IN VAL SUSA

riceviamo e diffondiamo:

Ieri, 18 aprile, si è svolta la seconda udienza del processo per Pandino e Gabriele due ragazzi accusati di aver sequestrato e rapinato un carabiniere nei boschi della maddalena il 3 luglio 2011.
L’accusa ha chiesto 9 anni per ciascuno dei due, la difesa ha fatto l’arringa e il 10 maggio di sarà la sentenza.
L’udienza è stata ancora una volta un teatrino e l’avvocato ci ha raccontato il clima surreale che si respirava in aula, per un processo che esce dal piano giuridico nel tentativo per l'ennesima volta di dividerci, di isolarci.
Fuori dal tribunale un presidio di solidali ha fatto sentire la sua presenza, anche con una rappresentazione teatrale che ha ripercorso in modo coinvolgente, commovente e anche ironico, i fatti e le emozioni di quelle giornate di 5 anni fa in cui migliaia di persone di ogni genere ed età hanno scelto di rompere la routine quotidiana e di mettersi in gioco per difendere un pezzo del proprio territorio.
Ribadiamo ancora una volta che tutto ciò che è accaduto in quella magnifica giornata di luglio è patrimonio di un movimento che lotta e resiste ancora oggi e nessun tribunale riuscirà a riscrivere questa storia!
Invitiamo tutti quanti a esprimere la solidarietà nei propri territori come meglio credono in vista della sentenza, il 10 maggio 2016.

Compagne e compagni delle valli

FORLI' : CHI FA AFFARI COI FASCISTI..

riceviamo e diffondiamo:


La ridicolaggine di Forza Nuova ha superato tutti i record sabato 16 aprile, con l'indizione di una conferenza pubblica...privata! Infatti, prima sbandierata anche sui media on-line, la conferenza anti-immigrati con il segretario nazionale, Roberto Fiore, e il responsabile romagnolo, Mirco Ottaviani (candidato sindaco a Rimini per FN e povera vittima dei cattivoni di sinistra) si è ridotta ad essere una squallida e triste rimpatriata di vecchi e nuovi arnesi della destra radicale romagnola, al seguito del loro capetto.

Se a Rimini, per una conferenza organizzata lo stesso giorno, Forza Nuova ha pubblicato il luogo dell'incontro soltanto un'ora prima (all'Hotel Polo di Rimini), a Forlì, come detto, ha battuto tutti i record, facendo sapere quale sarebbe stato il luogo della conferenza addirittura 24 ore dopo lo svolgimento della stessa.

Complimenti per il coraggio da veri gladiatori!

Forniamo i pubblici contatti del luogo dell'incontro di Forza Nuova, che come ha fatto sapere è avvenuto nella saletta congressi del Grand Hotel Forlì della frazione Vecchiazzano di Forlì. Affinché tutti possano congratularsi con la gestione dell'Hotel per l'oculata scelta dei propri clienti.
Sembra che tra l'altro non sia la prima volta che l'Hotel ospita simile gentaglia.
Fategli sapere che cosa ne pensate di chi concede spazi a gruppi neofascisti e di estrema destra e per iniziative chiaramente razziste e xenofobe:

Grand Hotel Forli via del Partigiano, 12/bis ~ 47121 Forlì (FC)
Tel:0543.479586 ~ fax:0543.478159 ~ info@grandhotelforli.com

NESSUNO SPAZIO A INTOLLERANTI, FASCI E RAZZISTI MA SOLO TERRA BRUCIATA ATTORNO!
FARE AFFARI CON I FASCISTI NON È UN BUON AFFARE!


Assemblea Antifascista Forlivese

FIRENZE: COMUNICATO SUI RECENTI ARRESTI


RADIOCANE: L'INGANNO DELLA VARESINA BIS

riceviamo e diffondiamo:
La Varesina bis, opera connessa a Pedemontana e al suo sistema, si presenta come l’ennesima inutile colata di cemento che andrà a riversarsi su un territorio già duramente provato da decenni di sfruttamento esasperato e “martoriato dall’inquinamento, discariche censite e non, centri commerciali, svincoli, cave”. Quali le conseguenze ulteriori dal compimento di questa nuova costruzione ? Quali gli interessi nella sua realizzazione ?
Ne abbiamo parlato con un compagno del Comitato No Varesina bis, anche in vista dell’incontro pubblico di giovedì 21 aprile a Tradate.

ascolta:
http://www.radiocane.info/varesina-bis/

15 aprile 2016

ABBATTERE LE FRONTIERE! GIORNATA DI LOTTA SABATO 7 MAGGIO 2016 - BRENNERO

ABBATTERE LE FRONTIERE
Lo Stato austriaco ha annunciato che, con i primi di aprile, verrà ricostruita la frontiera del Brennero. Questo significa: barriere di acciaio, filo spinato sui sentieri, controlli sull'autostrada, sulla statale, sulla ferrovia e sulle ciclabili, pattuglie di militari e di milizie, container per i profughi. Esercito e filo spinato sono presentati ancora una volta quale "soluzione tecnica" per contenere e rinchiudere i poveri, il cui esodo è il risultato di guerre, devastazione ambientale, miseria. Al di là delle rimostranze formali, le autorità italiane si adeguano, intensificando i controlli a sud del Brennero. Siamo di fronte a un passaggio storico. Credere che muri e soldati siano riservati sempre e comunque a qualcun altro è una tragica illusione: a venire recintata, bandita e schiacciata è la libertà di tutti. Dalla Palestina al Messico, dalla Turchia alla Francia, e ormai a due passi da noi, le barriere sono l'emblema del nostro presente. Accettarle rende disumani e complici. Cercare di abbatterle è l'inizio di una libertà possibile. Bisogna scegliere da che parte stare.
SABATO 7 MAGGIO 2016 
GIORNATA DI LOTTA

MANIFESTAZIONE AL BRENNERO ORE 14,30

(davanti alla stazione dei treni)
Per informazioni, iniziative, testi di riflessione: 
abbatterelefrontiere.blogspot.it 
abbatterelefrontiere@gmail.com





L'HOTSPOT A TARANTO: LA FRONTIERA E' OVUNQUE

Fonte

riceviamo e diffondiamo:


LA FRONTIERA E' OVUNQUE
(L'hotspot e Taranto)


Non c'è modo di capire cosa sia l'hotspot di Taranto senza guardare le strade pattugliate, la stazione presidiata da telecamere delle tv locali e nazionali e i buoni samaritani con le pettorine delle associazioni, le guardie sui treni, gli autobus urbani tramutati in nastri trasportatori di merce umana. Il nervosismo della sbirraglia che chiede i documenti a chi osa guardare oltre i doppi cancelli per cercare gli occhi di chi è recluso.

Si rischia di soggiacere altrimenti alla narrazione dominante dell'Europa che non rinuncia alle sue istanze di civiltà e umanitarismo nonostante la minaccia del terrorismo, agitata sempre con un tempismo magico.
I Grandi burattinai ripetono che lasciare morire di bombe (eccellenza dell' esportazione Made in Italy) uomini donne e bambini non sta bene. Per quanto riguarda la miseria, la fame, le galere o la voglia di sfuggire ad un destino scritto e andare via non è affare nostro. Dunque all'estrema periferia sud dell'Europa le porte si fanno strettissime e si smistano esseri umani. Nessuno esce senza aver lasciato le proprie impronte e senza aver dichiarato la propria provenienza. Da quel punto in poi i destini si dividono. Chi risponde ai parametri per richiedere l'asilo, politico o umanitario, entra nella filiera della seconda accoglienza. Un affare miliardario per associazioni, cooperative sociali, charitas, mercanti del tempio che mai furono scacciati. Poi comincia il limbo dell'attesa dei documenti. Giorni che diventano mesi. E poi anni ad ingannare il tempo spossessati della propria autonomia, della vita stessa. Infantilizzati, gli spostamenti solo nei percorsi obbligati, un tempo di redenzione passato a dimostrare senza ombra di dubbio la propria disponibilità ad essere sfruttati dentro i sistemi economici della patria dei diritti umani mangiando pasta scondita. Qui al sud Italia spesso finendo nelle mani dei caporali delle agromafie e di sciacalli vari coperti dalla questura. Per gli altri, i cosiddetti migranti economici la sentenza è riassunta dall'ipocrisia del "respingimento differito".

Appena fuori dall'hotspot vengono caricati sugli autobus dell'Amat (trasporto urbano che senza troppi scrupoli s'è messo a prendere ordini direttamente dal prefetto) e portati in questura nel quartiere periferico della Salinella a firmare un foglio che ne sancisce la clandestinizazione.
Entro sette giorni saranno obbligati a raggiungere con i propri mezzi la frontiera e lasciare l'Italia.
Entro sette giorni il loro destino sarà a discrezione dello sbirro che li ferma, degli accordi tra ministri degli interni europei, delle indotte psicosi securitarie dell'Opinione Pubblica.
Dopodichè vengono sistematicamente mollati in mezzo alla strada, il cerchio è chiuso sono tutti contenti. O forse no.

Il sindaco di Taranto si è svegliato male quando s'è accorto di avere un problema grosso quanto l'affare che sperava di aver cloncluso. Un fiume di esseri umani senza nulla da perdere ad invadere la città. Con le mani nei capelli facendo una forzatura al dipositivo a cui si era piegato senza problemi pochi mesi prima fa riaprire le ex Ricciardi, un edificio scolastico in disuso già utilizzato durante l'emergenza nordafrica. Con la mediazione delle associazioni umanitarie vi fa trasferire tutti quelli che attendendo di poter salire sul treno per allontanarsi dalla ennesima prigione della loro odissea, non hanno un tetto per passare la notte.
Un luogo sicuro assicurano caritatevoli ed indaffarati gli emissari dell'associazione Babele e lo ripetono ai migranti in inglese in francese in arabo.

Il sindaco chiede un tavolo con la prefettura, dopo 48 ore la celere è alle ex ricciardi a ribadire chi comanda sul traffico di questi esseri umani.Non certo le intempestive crisi di coscienza di un sindaco connivente a tutte le peggiori imposizioni coloniali (ilva, eni, marina militare qui dettano la legge, lui scrive) e neanche le buone intenzioni dei volontari garanti della pace sociale.

Fin qui la storia ufficiale a cui affianchiamo il racconto di qualcuno che ha passato l'ultima settimana a chiedersi con le lacrime di rabbia agli occhi sfidando il senso d'impotenza e la rassegnazione che questa macchina mostruosa incute, cosa fare? Qualcuno ha provato a bucare quelle barriere fisiche sbirresche e linguistiche con questo fiume di persone, cercando nell'emergenza di stringere una complicità che potesse sabotare l'ingranaggio.

Siamo consapevoli che la prigione estesa che è questo mondo rinchiuda noi tanto quanto chi prende il mare. Che la gestione dei flussi migratori a velocità alternata serve per stabilire il prezzo del lavoro, fomentare la xenofobia, rafforzare i dispositvi di controllo sulla vita di tutti. La frontiera è ovunque, i check point invisibili sono ad ogni angolo, venti passi nel cortile sono diventati ventimila passi forse. E certe volte fa bene a chi è immerso nella sua sonnolenta routine fatta di serate nei posti occupati di assemblee con i loro rituali sentire cosa si è disposti a rischiare.

SOFFOCARE PER UN SOFFIO DI LIBERTA' come diceva qualcuno dalle carceri greche.
Non abbiamo nessuna intenzione di unirci al lamento sulla inefficienza dello Stato visto che umanitarismo e controllo sociale sono due facce della stessa sporchissima moneta.
Ma a noi le giornate passate sono sembrate uno spiraglio da cui far filtrare aria nuova.
Per questo ci siamo presi lo spazio per parlare e farci raccontare, abbiamo provato ad avere un giorno di respiro lontano dagli occhi dei carcerieri più o meno caritatevoli.

Con chi dovremmo stringere allenanze? Con chi ha accettato umanitariamente di aiutare a gestire gli immigrati o con chi è fuggito da molte carceri per arrivare fin qui a ricordarci di desiderare anche noi tutto lo spazio e tutto il tempo che ci è stato sequestrato dalla prigione estesa?
Quello che vi sembra un borbottio sommesso che viene dal mare facile da coprire con le fanfare del potere, presto sarà un urlo assordante di libertà.

UN SOLO FRONTE - IN SOLIDARIETA' AGLI/ALLE ANTIFASCIST* RIMINESI


UN SOLO FRONTE

Sappiamo bene, e da tempo, che la funzione della carta stampata “ufficiale” (quella che vede gli editori intrallazzare col potere politico e finanziario) è quella di creare scoop per aumentare le tirature e le vendite e accanirsi contro facili capri espiatori, di volta in volta immigrati, Rom, centri sociali, anarchici e così via. Ma la canea mediatica di questi giorni in terra di Romagna contro alcuni antifascisti riminesi, di varia provenienza politica, è davvero vomitevole.
I fatti. Ad inizio aprile alcuni noti militanti del partito di estrema destra Forza Nuova, celandosi dietro la ormai consueta sigla “Solidarietà nazionale”, organizza un banchetto davanti ad un supermercato di Rimini per la raccolta di generi alimentari da destinarsi, sempre secondo loro, a persone in difficoltà economiche. Naturalmente questi bisognosi devono dar prova di italica appartenenza, perché la fame è innanzi tutto una questione etnica per i decerebrati patologici che compongono la variegata area della destra radicale.
Neofascisti, tra l'altro, che si sono già distinti in passato per minacce ed aggressioni. Un gruppo di antifascisti decide così di fargli capire che non è aria e i forzanovisti, avendo avuto la peggio, non trovano di meglio che atteggiarsi a vittime dei centri sociali, degli antagonisti e di quei brutti “violenti della sinistra”, organizzando qualche giorno dopo un corteo nazionale che vede scendere per le strade di Rimini nientemeno che il loro capoccia, Roberto Fiore, che chiede a gran voce la chiusura di “Casa Madiba”, spazio sociale da cui, sentendo loro, sarebbe partito l' “attacco”.
Nemmeno a dirlo, le frasi di Fiore vengono fatte proprie pressoché da tutti i giornali locali, che come una cantilena ripeteranno la stessa litania: chiudere gli spazi degli antagonisti, finirla con la violenza degli antifascisti, in un coro solidale coi fasci di Forza Nuova. Nel frattempo la questura ordina diverse perquisizioni domiciliari a carico di alcuni antifascisti riminesi, e nell'occasione vengono sequestrati computer e telefoni.
Passa qualche giorno e in Romagna, sabato 9 aprile, arriva il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, a farsi bello davanti ai giornalisti con il pretesto di alcune prossime scadenze elettorali locali.
A giudicare dalle differenti risposte che ha suscitato in quasi tutte le città dov'è transitato, c'è da giurare che a queste latitudini il razzistello non sia molto amato, soprattutto dopo l'accordo e la collaborazione coi neofascisti di Casapound. Ed allora ancora una volta sono i giornalisti a metterci la proverbiale pezza, costruendo di nuovo un'ipocrita operazione scandalizzata contro gli antifascisti e gli antirazzisti, “rei” di opporsi al dilagare del clima xenofobo in questo paese, indicati di volta in volta come teppisti e delinquenti. Feccia rossa, insomma!
Ma è ancora contro alcuni antifascisti riminesi che sembrano prendersela con maggior zelo i questurini della carta stampata. Senza celare la loro rabbia, le testate locali si scagliano contro coloro che si sono macchiati, ai loro occhi, della gravissima colpa di avere organizzato un presidio in piazza Tre Martiri contemporaneo alla presenza nella stessa piazza di Salvini; presidio poi terminato con una carica della celere, due compagni picchiati e poi arrestati, di cui uno con una costola rotta, e un passaggio davanti alla Questura ad aspettare il loro rilascio (avvenuto in serata, dapprima con la misura degli arresti domiciliari e poi, a seguito dell'udienza per direttissima dell'11 aprile, con la formula delle firme tre volte la settimana).
Lo schieramento partitico istituzionale anche in questo caso, come nel caso precedente, o ha preso una posizione ipocrita ed ambigua, equidistante da fascisti e antifascisti, accomunati in uno stesso insensato calderone, o non ha avuto dubbi: i fascisti e i razzisti sono le povere vittime dell'odio e della violenza dei “compagni”. Poverini! Anzi, poveretti, protettori e protetti!
Agli antifascisti non doveva essere permesso di entrare in piazza, secondo esponenti istituzionali di partiti grandi e piccoli. E questo, per inciso, alla faccia di quel valore che chiamano democrazia, con cui si riempiono la bocca tutti i giorni questi politicanti da operetta. Perché in questa democrazia, si sappia, non è permesso dissentire, né è permesso contestare fascisti e razzisti. Anzi, fascisti e razzisti devono agire indisturbati, in ogni città e contrada, e specialmente in quei territori che mantengono ancora il filo delle loro tradizioni ribelli e sovversive come la Romagna. Perché la gente deve prendersela con gli immigrati e lasciar fare gli affari loro a padroni e politicanti leccapiedi. Ecco perché fascisti e razzisti sono coccolati da polizia, politicanti e giornalisti. Sono gli utili imbecilli di questo sistema dalle fondamenta marce, che ogni giorno dà prova di sé stesso attraverso corruttele, iniquità sociali, devastazioni ambientali e dispotismo galoppante.
L'aumento della repressione contro le lotte sociali, così come per coloro che praticano l'antirazzismo e l'antifascismo (ormai non solo quello militante ma l'antifascismo in sé) è un fatto evidente, assiomatico della realtà che viviamo, in cui l'estrema destra cresce in tutta Europa e si costruiscono muri per tenere fuori i migranti. Fortunatamente c'è chi pensa ancora che lottare paga. Che lottare contro tutte le forme di ingiustizia sociale ed economica sia giusto. Che opporsi al razzismo e ai fascismi, vecchi e nuovi, sia un dovere di chi ha a cuore la libertà degli individui, che non è solo una parola vuota ma una necessità tutta da costruire.
Al fronte della conservazione e della reazione più oscena che vediamo via via aggregarsi anche in Romagna va opposto un fronte della lotta e dell'autentico ed effettivo antifascismo (quello, per intenderci, che non guarda solo al passato ma soprattutto al presente).
Noi stiamo con chi lotta. Stiamo dalla parte dell'antifascismo. Stiamo dalla parte giusta.

SOLIDARIETÀ A TUTTI GLI ANTIFASCISTI E A TUTTE LE ANTIFASCISTE RIMINESI, SOTTO ATTACCO CONGIUNTO DEL FRONTE REAZIONARIO.

Antifasciste e antifascisti forlivesi

RADIOCANE: STRANI SOLDATI SENZA BANDIERA - UN RADIODRAMMA PARTIGIANO ATTO PRIMO

riceviamo e diffondiamo:
Strani soldati, quelli riesumati dalla penna di Giulio Questi, che come «uccelli portati dal vento di montagna» vagano per imprecise latitudini e oniriche curvature del tempo «alla ricerca di combattimenti e di cose da mangiare». Partigiani le cui storie non indugiano nella dolcificante agiografia dei giusti, ma hanno piuttosto il sapore schietto e amaro di una polenta bruciata; ad ascoltarle la Grande Storia si fa minuscola e feroce e i suoi attori vili e coraggiosi al tempo stesso, impegnati in una guerra di montagna noiosa e avventurosa, misera e felice, tenera e spietata, «una specie di grande educazione verso la vita, la morte e la natura».
È da questo straordinario repertorio di resistenza alla fame e al freddo, prima ancora che al piombo delle brigate nere, che abbiamo attinto per la realizzazione di questo radiodramma.
Atto primo: La Valle del Bergamino Impiccato
In cui si narra  di una valle innominabile schiacciata sotto il barbacane di un diga e di un villaggio abitato da strani soldati senza divise e senza bandiere che giocano a carte, prendono il sole e aspettano qualcosa di grande. Poi arriva la pioggia e delle speranze rimangono solo gli spettri. Qualcuno bussa alla porta: sono tre fantasmi incrostati di sale.
Musiche originali composte e eseguite dal Kalashnikov Collective.
ascolta:

CONTRO IL REFERENDUM

riceviamo e diffondiamo:

Udine, giovedì 7 aprile 2016
Avevo pensato tempo fa di scrivere qualcosa su questo tema, non appena sentita la nuova eccitante notizia del rito democratico. Poi mi ero riproposto di lasciar perdere. Scusate, ma la poca attitudine della gente a chiamare gatto un gatto mi ha spinto a desistere dai miei propositi silenziosi e rompere ancora una volta i coglioni, attività nella quale credo di eccellere.
Ebbene, il 17 aprile 2016 la democrazia invita i suoi complici a recarsi alle urne per votare un referendum inerente (ma in realtà non su) le trivellazioni. Se ne sarà certamente sentito parlare: la sinistra, istituzionale, movimentista e libertaria che sia (pur sempre sinistra è), non fa che blaterarne da un po’.
C’è chi andrà a votare a favore delle trivellazioni. Il progresso è importante e se fa rima con “cesso” è solo per caso.
C’è “invece” chi andrà a votare contro le trivellazioni (a fianco dei fascisti di Forza Nuova) e si sentirà con la coscienza a posto, bravo, bello, ambientalista e soprattutto super-democratico. E passo passo, di giorno in giorno, di urna in urna (fino a quella finale), la Società, “la nostra casa comune”, sarà un posto migliore, magari pure col giardino e la casetta del cane. Certo, le trivelle ci saranno ancora, i petrolieri pure e il mondo che li genera anche, ma, per dio!, non si può mica volere tutto dalla vita, no? Bisogna sapersi accontentare. Soprattutto delle occasioni che la liberalità della democrazia ci dona. In fondo il Popolo si esprimerà, quel benedetto 17 aprile, alla fine del calendario dell’avvento. Potere del Popolo, demos… cratia… Bello, no?
C’è “poi” chi in genere non vota ma andrà a votare lo stesso. Sì, sì, lo so, la storia la conosco già: i politici e i partiti sono brutti e cattivi e noi abbiamo perso fiducia in loro, o – com’era?, ah, sì – “non ci sentiamo più rappresentati”, se proprio dobbiamo al massimo un votino “di protesta” qua e là, o addirittura siamo anarchici e libertari. Sì, a noi il nazionalismo non piace e la parola “partiti” neppure: meglio chiamarli federazioni… italiana, francese, iberica… Però questa è un’altra storia: basta purismi, per dio!, basta celodurismi, che cazzo!, se c’è di mezzo il nucleare o l’acqua pubblica (… pubblica?!) o le trivellazioni o i referenda si parla di democrazia diretta. Avanti, compagni, ops compagne, o compagn*, no compagnx, anzi compagn-, tutt* per la R*v*luz**ne!, f*n* alla pr*ss*ma urna!
C’è infine chi non andrà a votare. Si è obiettato infatti, e a ragione, che il referendum non è contro le trivellazioni, ma al massimo per impedire che le compagnie petrolifere (che non si toccano) continuino a estrarre gas e petrolio nei pozzi già attivi in mare entro le 12 miglia marine (quelli oltre non si toccano) anche dopo la fine del periodo di concessione del permesso (che non si tocca). ‘na battaglia veramente radicale, non c’è che dire. E non ci sarebbe infatti niente da dire se, come sempre, la società civile (nell’allargata accezione companierista che io gli attribuisco) non avessero scelto di non capire un cazzo (oh, ma che arrogante giovinastro!).
Questo è un argomento di critica, fondato sì, ma pur sempre recuperabile. Se per assurdo si proponesse un referendum per la messa fuori legge delle compagnie petrolifere, delle trivellazioni, dei pozzi petroliferi e delle concessioni per l’estrazione del gas, allora che cosa diremmo?, che allora in quel caso il referendum va bene?, e la Legge pure?
Questo lo dico perché la critica che io muovo al referendum è ben altra e questa non può proprio essere recuperata. Il referendum è volto al miglioramento della Legge, dello Stato e della Società. E se ci si dice anarchici (e non a-caco-archici, ma an-archici, negatori di ogni dominio, di ogni autorità, non solo di quelli brutti e cattivi… come se ce ne possano essere anche di buoni) non si può, non per dovere ma anche solo per una questione linguistica, volere alcun miglioramento della Legge, dello Stato e della Società, che sono autorità. Migliorare qualcosa, con rivendicazioni di diritti, libertà civili e leggi più “green”, non fa altro che migliorare quello che dovrebbe essere un nemico, e migliorandolo lo si rende più accettabile, fortificandolo. Se le persone rinchiuse ad Auschwitz avessero ottenuto, dopo apposito referendum popolare, il diritto a una cucina un po’ più dignitosa, il lager sarebbe diventato quindi accettabile? È un caso limite, strilleranno in molti. E, di più: paragonare qualcosa al nazismo equivale a sminuire il male. Certo, ma non farlo destinerebbe gli orrori del passato a non insegnarci niente e a ripetersi all’infinito sotto volti nuovi, cosa che infatti succede quotidianamente (p.e., con campi di concentramento per le “razze inferiori” un tempo denominati lager, oggi C.I.E.). E, restando in tema, Adolf Hitler non fu forse eletto democraticamente e l’Austria annessa al III Reich con l’Anschluss tramite un vero e proprio “referendum popolare” degno della migliore “democrazia diretta”? Perché qualcosa dovrebbe essere giusto per il semplice fatto che lo decide il Popolo? Cosa mi rappresenta questo sacrosanto Popolo? Io sono me stesso, e il Popolo chi cazzo è?
E per finire un’esortazione: nelle urne ci stanno le ossa: la vita, per piacere, cercatela altrove!

https://thehole.noblogs.org/post/2016/04/08/udine-7-4-16-contro-il-referendum/
https://lincendiario.noblogs.org/post/2016/04/14/affinita-udine-7-4-16-contro-il-referendum/

PROSSIME INIZIATIVE AL LABORATORIO ANARCHICO LA ZONA (BERGAMO)



NANTES: RESOCONTO DELLA MANIFESTAZIONE DEL 31 MARZO













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DA CONTRA.INFO
Ricevuto il 31 marzo:
Oggi 31 marzo si è svolta una nuova giornata di mobilitazione contro la riforma del lavoro. Ovunque in Francia dei licei sono stati bloccati, delle università hanno scioperato e si sono svolte diverse manifestazioni che sono terminate con degli scontri con la polizia, come a Tolosa, Marsiglia, Rennes, Nantes e Parigi.
A Nantes, la manifestazione ha riunito più di 30 000 persone e per tutto il corteo delle banche sono state attaccate a colpi di martello e di estintore, il comune è stato distrutto, un’agenzia di Vinci (il costruttore dell’aeroporto sulla ZAD di Notre Dame des Landes) è stata ridipinta così come il locale del Partito Socialista. L’albergo di lusso Le Radisson, situato tra le mura dell’ex tribunale penale, è uno dei simboli della gentrificazione di Nantes: l’istituto di pena che si trovava giusto dietro è stato interamente trasferito per lasciare via libera ai ricchi. Per l’occasione è stato riverniciato a colpi di estintore, un occhiolino a Georges Courtois, che nel 1985 aveva preso in ostaggio il tribunale durante il suo processo, con Abdelkarim Khalki e Patrick Thiolet.
Barricate sono state costruite in diversi luoghi, delle strade disselciate e le granate lacrimogene sono piovute per tutta la giornata. Sono stati segnalati diversi tiri di LBD 40 (flashball)…
Disoccupazione, Cash e Sommossa! ACAB!
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SU SPRAR, ARCI E HARDCORE


riceviamo e diffondiamo:


“Opponiti a tutte le leggi imposte
opponiti a chi, ti vuole comandare
strappandoti un voto per essere certo
che sarai, cio' che lui vuole
obbligandoti ad essere un loro prodotto, a fare il suo gioco
apri i tuoi occhi, la tua vita e' condizionata
tutto cio' che loro ti fanno credere
semplicemente registrandoti e insegnandoti le verita' che a loro sono piu' comode
combatti
non basta vandalizzare una strada da ubriachi
non basta avere una divisa di vestiti firmati
non basta girare i chili di droga per essere piu' vivi
non basta supportare una scena che e' fine a se stessa
vivere è avere una logica in tutti i tuoi atti
organizzati, per fottere metodi ed istituzioni
e non per essere fottuto
sei studiato, sei programmato
e quello che sei, l'hanno voluto”

Grandine - Opposizione

Il 29 Marzo 2016, a Massafra nel “misterioso” convento di S.Agostino, si è tenuto il concerto Hardcore punk con: Doom, Inganno, Entact e Cruentus, organizzato dagli Entact con l’arci LABinrinto. Superata la “misteriosità” dello spazio, siamo venuti a sapere la sua identità attraverso l’insegna posta all’entrata. L’ex monastero, nella quotidianità, ospita lo sprar Motvs Animi.
Gli sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sono luoghi che si inseriscono nella macchina delle espulsioni. Il tentativo di controllo e speculazione sulle migrazioni è articolato da varie forme detentive, più o meno coercitive.  Lo sprar è appunto considerato uno dei luoghi più “umani”. Privi di inferriate e aguzzini, vengono perlopiù visti come strutture di benevola accoglienza, dove all’immigrato viene offerto un letto e un pasto giornaliero.
Ma sopratutto, gli sprar, insieme a Hotspot, CARA e CIE, fungono da strutture dove “smistare” i migranti, in maniera del tutto arbitraria, sulla base della loro provenienza. Chi migra in Italia non è  più un individuo, ma si trasforma in un numero per statistiche volte allo smistamento, appunto, di forza lavoro ricattabile per i paesi europei. L’attesa, nella speranza di ottenere un permesso di soggiorno condiziona notevolmente la vita degli “ospiti” di tali strutture.
All’interno di questi luoghi fra i vari progetti è comparso da qualche tempo quello dei lavori”volontari”. Ai migranti vengono assegnati lavori  per rimborsi spese ridicoli. Con la scusa di riempire il tempo degli”ospiti” il comune ha forza lavoro sostanzialmente gratuita. Le persone sono costrette a restare nei centri per avere i documenti ma per questo non possono vivere autonomamente. Come contropartita alla loro accoglienza dovranno fornire lavori sociali agli stessi che controllano le loro esistenze. Oltre questo, molti di loro rappresentano un bacino di forza lavoro fruibile dalla logistica all’agricoltura, sostenendo di fatto l’economia dello sfruttamento.
Tra i vari gestori dei centri sprar spesso ritroviamo le candidature di arci.
Gli arci sono luoghi di aggregazione sulla base di contenuti ben definiti ed una linea politica al quanto discutibile. Da sempre abbiamo visto come la posizione degli arci sia lontana dallo spirito di autogestione che anima il punk hardcore.
Per quanto lo svuotamento dei contenuti  della scena non ci giunga nuovo, coscienti che questo sia responsabilità di tutti e tutte noi, siamo forse al punto limite. Fino a ritrovarsi ad avere da ridire su tutto questo in pochissime persone e non trovare sponde neanche nei gruppi  che suonano o in chi ti sente affrontare la questione. O a sentirsi rispondere dagli organizzatori che capiscono le tue perplessità ma le necessità pratiche di una piccola realtà di provincia giustificano questo genere di scelte. Arrivando per sfinimento a tirar fuori quello che di fatto pensano:
che le persone  ricevano vitto e alloggio e non pagano nulla; che il concerto sia un modo per permettere agli ospiti di incontrare persone; che nell’arci  si offra aiuto nell’integrarsi attraverso le iniziative.
Giustificazioni che si rifanno da una parte a una visione pietista della categoria del migrante, e dall’altra a un idea mediatizzata e razzista che vede chi migra come detentore di maggiori diritti e servizi rispetto agli italiani.
Crediamo che sia necessario avere una visione maggiormente critica dei luoghi e delle situazioni in cui ci ritroviamo o dove ancor peggio ci organizziamo, che scendere a compromessi per necessità pratiche o altro non possa essere parte di quelle logiche, quali l’autogestione, la lotta contro  ogni forma di autorità e il rifiuto di qualsiasi mediazione con essa.

ARESE: SABOTATI RIPETITORI IN SOLIDARIETA' CON I /LE PRIGIONIER* ANARCHICI/E

riceviamo da mail anonima e diffondiamo:

"22 MARZO - ARESE(MILANO).INCENDIATI DUE RIPETITORI. ATTACCARE IL SISTEMA DELLE TELECOMUNICAZIONI E LA SOCIETA' DEL CONTROLLO. SOLIDARIETA' E COMPLICITA' COL FATTO CON GLI ANARCHICI PRIGIONIERI."


Fonte

AGGIORNAMENTI DALLA FRANCIA IN MERITO ALLA RESISTENZA CONTRO LE LINEE AD ALTISSIMA TENSIONE - NO THT

riceviamo e diffondiamo:
In vista della manifestazione contro le linee ad Altissima Tensione che si terrà nella Haute Durance (a qualche decina di kilometri dopo il colle del Monginevro) il prossimo Primo maggio, traduciamo e diffondiamo un comunicato stampa diffuso dal movimento No THT in merito ai fatti accaduti la scorsa settimana durante l'occupazione degli uffici RTE (la filiale della EDF, impresa elettrica francese, che si occupa della costruzione delle nuove linee) a St. Crépin.

La manifestazione del Primo maggio, che inizierà alle ore 11 dal parking sulla Strada Nazionale 94 a L'Argentière La Bessée e di cui si allega il manifesto, sarà un'occasione importante per portare la nostra solidarietà alle/ai militanti impegnati nella mobilitazione contro quest'ennesimo progetto inquinante e per ribadire che le lotte contro le nocività non conoscono frontiere!

Alpi Libere




Sulla giornata del 29 marzo 2016: rifiutiamo che la Haute Durance diventi un nuovo Sivens.

Ieri, una cinquantina di militanti No THT hanno occupato per tutto il giorno, in maniera pacifica e tranquilla, i locali della RTE a St. Crépin (Hautes Alpes). Accompagnati dalla loro musica hanno manifestato nuovamente la loro opposizione alla costruzione di due linee ad Altissima Tensione nella valle della Durance. Mentre alcuni militanti rimanevano di fronte all'entrata dell'edificio, una decina di loro hanno preso possesso del tetto dello stesso.

Quest'occupazione simbolica ci ha permesso di innalzare con fierezza i colori delle nostre bandiere sul tetto degli uffici, occupati abitualmente dai tecnici che si stanno occupando del progetto.

Nonostante una cospicua presenza di polizia durante tutta la giornata, l'ambiente era disteso, e i militanti si sono attardati sul posto. Da notare la presenza del PSIG (Plotone di Sorveglianza e Intervento della Gendarmerie) di Embrun fin dal tardo pomeriggio, che si è dato da fare davanti all'edificio per garantire, a loro detta, la sicurezza dei militanti piazzati sul tetto. Di un'altezza di nove metri, questo tetto è circondato da ringhiere che si reggono grazie a dei contrappesi.

La sera abbiamo deciso di continuare l'occupazione, alcuni restando sul tetto e gli altri in basso assicurando l'approvvigionamento con lanci di pacchi di dolci, frutta e pane. In seguito si è installata una tirolina per far passare coperte e sacchi a pelo per la notte. Questo ha provocato un movimento esagerato, pericoloso e violento da parte dei gendarmi. Quattro di loro sono saliti sul tetto coltello alla mano (per tagliare la corda della tirolina) nella totale oscurità e sono piombati sui militanti che si erano raggruppati e appesi all'esterno delle ringhiere. Diversi militanti sono stati colpiti, presi per il collo, mentre uno dei gendarmi urlava "ho un coltello, ho un coltello". Quest'intervento ha provocato attimi di panico e una persona terrorizzata da questa violenza è saltata giù dal tetto ed è caduta su una terrazza a mezza altezza prima di schiantarsi a terra. Ancora oggi è in ospedale.

Noi denunciamo

- l'azione sconsiderata dei gendarmi del PSIG, visto che la giornata era calma e tranquilla.

- il fatto che lo PSIG ha volontariamente creato, senza che vi fosse alcuna necessità, una situazione di violenza immotivata contro militanti che cercavano di organizzarsi per proteggersi dal freddo ricevendo sacchi a pelo e coperte.

- il fatto che quattro gendarmi del PSIG (con le telecamere personali abbassate, mentre fino a quel momento avevano ripreso tutto) si sono gettati sui manifestanti (che cercavano di recuperare uno zaino) coltello alla mano.

- il fatto che, nonostante fosse buio i militanti fossero appesi all'esterno della ringhiera, i gendarmi non hanno esitato a prenderli a pugni e a strozzarli brandendo un coltello.

Una persona presa dal panico durante l'intervento ha cercato di sfuggire a tanta violenza ed è saltata dal tetto senza che qualcuno se ne accorgesse, né dal nostro lato né da quello delle forze dell'ordine. I gendarmi hanno tagliato la corda e si sono ritirati gridando "saluti e baci". Nello stesso momento un elemento dello PSIG e alcune guardie giurate erano davanti all'edificio, e pure loro non hanno visto niente... La persona ferita è riuscita a gran fatica a raggiungere il parcheggio dove qualcuno l'ha prortata all'ospedale. La prognosi è ancora riservata, si è ferita alle vertebre e al gomito.

Qui come altrove, l'intervento delle forze dell'ordine nel contesto delle lotte sociali e ambientali si salda con la messa in pericolo delle vite altrui.


da informa-azione.info

GENOVA: ACCUSE DI VIOLENZA PRIVATA IN MERITO ALLA PRESENZA SOLIDALE AL PROCESSO PER NICOLA E ALFREDO

da informa-azione.info
da crocenera
Il 2 aprile è stato notificato ad un compagno di Caserta l’avviso di indagine da parte della Procura di Genova per gli articoli 610 c.p. (violenza privata) 110 c.p. (concorso in reato) e 112 c.p. (circostanze aggravanti) per fatti avvenuti in Genova  il 30 ottobre 2013. In quella data si era tenuto il processo a Nicola Gai ed Alfredo Cospito, con una presenza solidale sia all’interno dell’aula che fuori.

Il 6 aprile è stato notificato lo stesso procedimento ad un compagno a Cesano (Roma).

RIFLESSIONI SUL CALCIO POPOLARE

riceviamo e diffondiamo:

Riflessioni sul calcio popolare

Ripartire dal calcio popolare per tornare a lottare insieme

"Il calcio popolare negli ultimi anni in Italia è cresciuto parecchio,ma cosa s'intende per calcio popolare?"

Si chiama popolare perché nasce dalla volontà di vivere il calcio in maniera genuina, autogestendo la squadra con un gruppo di tifosi che si sostituisce a presidenti capi e padroni, senza sponsor né business attraverso l'autotassazione e le iniziative benefit e con l'obiettivo di vivere e liberare gli spalti dagli interessi e dai calcoli politico-mafiosi di molte tifoserie organizzate di squadre professionistiche.
La necessità di agire in questo modo dipende dal fatto che il calcio oramai è diventato irraggiungibile a causa dei prezzi esorbitanti dei biglietti, non solo in tribuna ma anche in curva, rendendo sempre più difficile per chi non riesce ad arrivare a fine mese passare una domenica allo stadio (figurati andare in trasferta!); un business creato su misura per un pubblico sempre più controllato, basta pensare alle restrizioni che si è costretti a subire, insieme a orari improponibili dettati dagli interessi dello spettacolo e delle tv.
Se nelle serie maggiori la gran parte dei gruppi ultrà ha deciso di asservirsi al calcio moderno, accettandone le logiche e i ricatti (tessere, tornelli, interessi su trasferte e merchandising, calcio scommesse...), nelle serie minori si ha la possibilità di crescere con dei sani principi creando così un terreno fertile e agile per potersi esprimere.
A causa del sistema calcio moderno molti ultras e molte persone si sono allontanate dalle curve, favorendo cosi l'ascesa non solo della pay-tv ma anche di loschi individui legati alla criminalità e gruppi di destra xenofobi e razzisti, i primi ad arginare o strumentalizzare ogni forma di sincera ribellione.
Questa è una tendenza che deve esser ribaltata. Come?
Ripartendo dal basso, l'esempio del calcio popolare può essere un ottimo mezzo per ricrearsi agibilità nel contesto del calcio e delle curve. Autogestire squadra e curva è un buon modo per tornare a parlare e agire basandosi su rispetto e solidarietà, fratellanza e complicità fra persone che insieme vivono e accrescono queste realtà. Il calcio popolare e chi lo segue devono cercare di ripristinare lo spirito di libertà e di agibilità genuina e indiscriminata tipica della cultura ultras oramai dimenticata nelle serie maggiori.

Un dato importante è l'aspetto dei rapporti che si creano: nascono affinità e complicità, e di conseguenza ci si troverà insieme a tifare, pensare e creare coreografie, cori, striscioni, a restar senza voce, e quando tutto questo esce dai suoi confini, ci si può ritrovare dopo le partite a portare un saluto solidale sotto il carcere, o a organizzare un picchetto anti-sfratto o a favore dei lavoratori in lotta, oppure – come già succede – ad andare a dare il ben servito a dei luridi fascisti. Così le curve si possono trasformare in veri e propri luoghi di condivisione, di pratica e di ribellione.
Questo esperimento del calcio popolare può aprire un nuovo capitolo dell'antagonismo italiano, dato che in curva come nella strada puoi incontrare chi come te è contro questo sistema, e insieme si cresce e ci si fortifica, e si impara a organizzarsi in maniera orizzontale riuscendo a rompere gli schemi imposti da questo mondo.
Mattone dopo mattone si costruirà una valida prospettiva di cambiamento che aggregherà persone anche lontane dai movimenti di lotta, dando il modo di muovere passi verso una direzione rivoluzionaria, non solo per andare in curva ma anche per costruire rapporti di fiducia, rispetto, solidarietà e aggregazione.

Costruire per distruggere
Aggregare per crescere
Lottare per non morire.

Ultras liberi/e