25 gennaio 2017

CONSIDERAZIONI SUI FATTI DI LECCE

riceviamo e diffondiamo:
AI CONFINI DELLA REALTA'

Dopo aver letto il comunicato pubblicato dai compagni leccesi abbiamo sentito l'esigenza di informarci meglio sull'accaduto. Parlare di delazione è fatto grave, che merita di essere approfondito. Cio' che descriveremo è un tentativo di far chiarezza. Bisogna parlare del fatto che, anche in assenza della volontà vile di infamare, la sostanza  non cambia.

Alcuni giorni dopo una rissa avvenuta a Lecce il 3 agosto 2016, un antifascista leccese viene condotto in questura per una notifica. In realtà, verrà interrogato come persona informata sui fatti, quindi senza diritto ad essere assistito dal proprio legale durante il colloquio.
L'interrogatorio dura circa 7 ore, durante le quali non è dato sapere cosa esattamente verrà detto, né chi farà determinate affermazioni.
Ciò che è certo, purtroppo, è che nel verbale redatto dai questurini figura una dettagliata descrizione degli spostamenti del ragazzo, delle fasi della rissa, i nomi, i cognomi e perfino i soprannomi di alcuni compagni oltre che dei fasci (a detta delle carte) coinvolti. Dulcis in fundo, una presa di distanze da parte del ragazzo dalle realtà politiche «estreme» quali Villa Matta, indicata peraltro come il luogo da cui proverrebbero le persone coinvolte nei fatti. Queste dichiarazioni vengono firmate dall'interrogato, che, in base a quanto «ingenuamente» (?) sottoscritto, passa dall'essere un semplice testimone ad essere iscritto nel registro degli indagati.


Successivamente, l'antifascista viene condotto a casa propria dagli sbirri, che si fanno consegnare una maglietta presumibilmente indossata da questi durante la colluttazione.
In seguito, pare che questo ragazzo abbia parlato dell'interrogatorio ad alcune delle persone coinvolte. Anche qui, non è dato sapere che tipo di descrizione ne sia stata fatta né perché queste informazioni non siano state condivise con tutte le realtà leccesi.
Arriva novembre, e come cadono le foglie cade la prima scure repressiva: vengono notificati 4 divieti di dimora da Lecce: 3 antifascisti  e un fascista. Prevedibilmente, uno dei tre antifa è il ragazzo interrogato e involontariamente autoimputatosi; oltre a loro, il numero di indagati, ammonterebbe a 14. Insieme alle misure vengono notificati i verbali degli interrogatori, che hanno coinvolto infatti anche alcuni dei fascisti.
Come spesso accade in questi casi, nei giorni successivi fa molto più rumore il silenzio sull'accaduto: sia rispetto alla solidarietà ai colpiti dalle misure, sia da parte del ragazzo che ha avuto l'incredibile «leggerezza» di firmare delle affermazioni tanto infamanti.
Dopo due settimane di comprensibile sconcerto, alcuni compagni leccesi pubblicano un comunicato che sinteticamente informa via internet sullo spiacevole episodio di delazione avvenuto nella propria città.
Le reazioni degli amici e compagni dell'infame, da quel momento in poi, travalicherebbero il limite del ridicolo, se la situazione non fosse di tale gravità. Chi ha scritto il comunicato, inveiscono, si è autoproclamato «giudice», è «infame» e «sbirro senza divisa» . Insomma, i panni sporchi si lavano in famiglia, perché rendere pubblici questi fatti è un errore «umano» imperdonabile che infanga il nome (peraltro mai esplicitato) di una persona che è semplicemente stata «indotta a confermare» (!!!) delle dichiarazioni non sue.
Al di là delle polemiche assurde e paracule, dopo aver letto il comunicato firmato Antifascisti leccesi ci preme fare delle considerazioni, a scanso di equivoci e affinché cose del genere non si ripetano mai più.

1. L'argomento più pericoloso, politicamente, riguarda proprio quello che il collettivo «Caos Lecce»  definisce «un errore [...] firmare un verbale, per ingenuità di gestione di una prassi. Sbagliando. Perchè di questo stiamo parlando, di un errore e non di infamia»  e che «i nomi inseriti in quel verbale non sono stati mai fatti, ma inseriti ad arte dalla digos di Lecce con un fine ben preciso. Quello di spianarsi la strada per un procedimento penale, a carico dei compagni, ben più ampio e dal portato fortemente repressivo.»  Aggiungono poi un qualcosa di veramente paradossale: «possono arrivare tali accuse (la delazione) nei confronti di un compagno che di fronte agli sbirri non fa alcun nome, ma viene indotto a confermare, con una firma, una tesi accusatoria che vedeva coinvolto persino un suo fratello di sangue?» Per noi la risposta a quest'ultima domanda è: naturalmente SI.
Conoscendo il livello miserabile dei comportamenti dei questurini e non conoscendo personalmente la persona possiamo anche credere che le dichiarazioni siano tutte invenzioni degli sbirri, ma firmare delle dichiarazioni a nome proprio che portano a delle misure repressive nei confronti di altre persone non può essere considerato «un semplice errore o ingenuità nella gestione di una prassi» ma delazione, vuoi per stupidità, stanchezza o paura, rendono chi lo commette delatore! Ha sottoscritto delle parole che vengono attribuite a lui e che hanno, proprio grazie alla sua firma, un valore giuridico e ciò rende di lui un infame. Di questo se ne deve assumere la responsabilità individuale (e non penso ci sia da sindacare su come ci si comporta con gli infami) e politica pubblicamente, spiegando in che modo è stato indotto a firmare (cosa comprensibile, comunque non accettabile, a parer nostro, solo in caso di tortura). Parlano anche di una situazione psicofisicamente logorante, a causa di 7 ore di interrogatorio. Altra posizione sconcertante, sdoganerebbe quindi il fatto che  se fosse stato arrestato e scarcerato solo a patto di sottoscrivere delle dichiarazioni sarebbe stato comprensibile per via della sua situazione psicofisica.

 2. Che sia una sua versione o meno, la firma parla chiaro: questo gesto è un'infamia. Grazie anche a questo «sbaglio», oltre a lui, due persone e un fascio hanno il divieto di dimora da Lecce e affronteranno un processo con altre 14 persone. E' innegabile che le dichiarazioni da lui sottoscritte forniranno un prezioso aiuto al teorema accusatorio, a prescindere dalla «correttezza» con cui queste informazioni sono state estorte (come se ci si potesse davvero stupire di come i digossini svolgono quello che è il proporio lavoro).

3. Un episodio di delazione non è un affare privato. Va reso pubblico, tanto più in ambienti politicizzati. Gestirlo privatamente sarebbe stato un grave errore poiché avrebbe messo a repentaglio altri compagni che in futuro, nelle situazioni più disparate, potrebbero trovarsi a fianco una persona che candidamente fornisce nomi, cognomi e descrizioni alle guardie se messa sotto pressione.

4. Non ha alcun tipo di rilevanza la motivazione della delazione per definirla tale, né esistono attenuanti possibili. Partendo dal presupposto che durante l'interrogatorio non gli è stato torto un capello, poco importa che la delazione abbia avuto luogo non per convenienza ma solo per ingenuità, scarsa esperienza o pura stupidità. Quale che sia il caso, chi commette questo «errore» va allontanato da qualsiasi realtà politica, perché è un pericolo concreto per gli altri, punto.

5. Girare la frittata dando degli infami agli infamati è un odioso arrampicarsi sugli specchi. Non si tratta di un processo né vi sono giudici: i fatti parlano chiari e starà ad ognuno valutare che posizione prendere.

Beninteso: chi oggi, per amicizia o per spirito gregario prenderà le difese di un infame, minimizzandone le responsabilità politiche, reputando la sua firma come un umano «sbaglio»  di poco conto che poteva benissimo risolversi a pacche sulla spalla e tiratine d'orecchio, non è e non sarà mai un nostro compagno, e dalle nostre realtà verrà sempre allontanato e guardato con sospetto.

Quello che più ci preme con queste righe non è la persona in sé (benché pensiamo che chiunque si muova per le strade nelle lotte, siano anarchiche o antifasciste, debbano poter avere l'opportunità di tutelarsi da chi commette simili schifezze, di potersi accertare tramite le carte, e di scegliere se allontanare o meno questo personaggio dalle proprie realtà), bensì chiarire che azioni simili, con simili risultati non passino come piccoli sbagli (pensavamo non ci fosse bisogno sottolinearlo...).
Che questa orribile storia serva perlomeno come spunto di riflessione sulla reale fiducia da attribuire alle persone di cui ci si circonda nel proprio agire, con l'obiettivo che si coltivino sempre più rapporti di affinità e complicità che scongiurino il ripetersi di spiacevoli sorprese.

Tutta la nostra solidarietà va ai compagni di Villa Matta e ai due compagni, Cicala e Maria, colpiti dalle misure repressive di questo novembre.

Alcuni anarchici (non Leccesi)

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