3 gennaio 2014

AVIV ETREBILAL - FARFALLE, LIBERO AMORE E IDEOLOGIA - LETTERA SULL'INCOERENZA


Questo non è l’ennesimo testo sul “libero amore”, gli “affetti” e la “decostruzione”: ha la pretesa di essere qualcosa di più. Scritto fra fine luglio ed inizio agosto, è servito, fino ad ottobre 2013, a gettare le basi per numerose discussioni, più o meno collettive ed in maniera informale. Discussioni molto interessanti che l’hanno portato a sfumarsi e completarsi e che sono riuscite a sollevare diversi interrogativi sui rapporti ideologici che spesso reggono i modi di pensare e di relazionarsi del milieu [1] antiautoritario francese. Allora, se questo non è l’ennesimo testo sugli “affetti”, è che si tratta innanzitutto di un testo sull’ideologia e sui “milieux “, l’incoerenza ed il gauchisme [2] (ed il suo rapporto d’inversione). Il modo in cui esso è riuscito a fare eco a situazioni diverse e svariate, che non necessariamente vertevano sulle relazioni affettive, ma su sacco di altre questioni, come i rapporti di potere, il conformismo di un milieu anticonformista, le contro-norme che normalizzano, i ruoli sociali ed i rapporti di consumo degli individui, delle lotte e degli strumenti di lotta etc. ne fanno un testo il cui fine principale è quello di aprire un dibattito che lo oltrepasserà. Se abbiamo voluto pubblicarlo oggi, dopo questi pochi mesi di gestazione e di discussioni appassionanti, è appunto per aprire questo dibattito, coerentemente con il contenuto del testo, al di là dei limiti della discussione informale e della riflessione personale. Speriamo che così la sua avventura continuerà.
Ottobre 2013
Ravage Editions
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È rassicurante vedere che a volte, ogni qualche generazione dell’acquitrino antiautoritario, i dogmi dai quali troppo spesso partiamo, che ci divorano e ci fanno girare in tondo in una scatola chiusa, vengono messi in questione. Che, quando certi principi ideologici finiscono per causare dei danni collaterali umani, siamo capaci di metterli in discussione, abbandonarli o riformularli. Un testo che alcuni compagni hanno pubblicato di recente è probabilmente riuscito a dare origine a discussioni appassionanti ed importanti [3]. La forza di quel testo era il fatto di fare un po’ ritorno all’individualità, là dove l’abbiamo tutti più o meno sostituita con dei dogmi e con l’ideologia, sostituendo anche gli individui con delle persone-tipo. E se questo genere di discussioni, sul “libero amore”, la coppia, la pluralità, la gelosia, la non-esclusività, etc. esistono effettivamente fra di noi, probabilmente soprattutto in situazioni in cui la gente vive insieme e a volte ha perso il senso dell’intimità (squat, comunità, etc.), mancava veramente questa volontà di farne una discussione davvero pubblica, per mezzo di un testo che non sia destinato solo a passare sottobanco all’interno di una o due bande di amici/he.
“Libero amore” è un’espressione, utilizzata fin dal XIX secolo, che all’origine serviva per definire il rifiuto anarchico del matrimonio, in una prospettiva di emancipazione individuale della donna e dell’uomo. I suoi sostenitori rifiutavano il matrimonio, considerato come una forma di schiavitù, innanzitutto per la donna, ma anche come un’ingerenza dello Stato e della Chiesa all’interno della loro intimità, e gli opponevano l’”unione libera”. Si trattava allora di affermare che due individui potevano scegliersi da sé, amarsi in maniera profana senza chiedere il permesso al sindaco o al curato ed alzare il dito medio di fronte a tutti quelli che avrebbero voluto intromettersi nella loro relazione. A contatto con gli ambienti libertari educazionisti e comunitari della fine della belle époque, sotto la forma del cosiddetto “cameratismo amoroso”, esso ha preso un altro senso, anche se in modo occasionale; ma ci ritorneremo.
È negli anni ’60, a contatto con il movimento hippy, che il termine ha veramente e completamente cambiato di significato. Significava allora il fatto di avere delle relazioni multiple e paritarie, in diverse forme, ma anche di aprire l’intimità sessuale da due a molte persone nello stesso tempo, in particolare nella forma del triangolo sessuale e del sesso di gruppo. Molto spesso, gli amorliberisti dell’epoca aggiungevano a tutto ciò una dose di misticismo (tantrismo, magia sessuale etc.).
Il “libero amore” com’è praticato al giorno d’oggi nei milieux antiautoritari francese, americano o tedesco[4] è ben più vicino alla visione hippy che a alla lotta antistatale ed anticlericale degli anarchici individualisti evocati poc’anzi, propugnatori dell’”unione libera”.
Ma “libero amore” è un’espressione che già in sé stessa non è corretta, perché usata in questo mondo nel quale tutti noi viviamo e nel quale non siamo in nessun modo liberi. Non c’è da stupirsi, d’altra parte, che questa espressione abbia tanto prosperato negli ambienti educazionisti e comunitari del movimento libertario della fine della belle époque. Basta rileggere la retorica fastidiosa dell’”en dehors” [“al di fuori”, dal mondo, da questa società, NdT] di un Emile Armand o di un André Lorulot per rendersene conto [5]. Quei libertari che vivevano per lo più in comunità poco aperte, in cui i bambini erano “protetti” dal mondo esterno (un po’ come fanno gli Amish), che cedevano a tutte le più ridicole mode dell’epoca (dieta a base d’olio, divieto della teina e della caffeina, consumo esclusivo di frutti con guscio, igienismo estremo, scientismo e progressismo assoluti, etc.) avevano la sensazione di vivere al di fuori [“en dehors”, NdT] dal mondo, di vivere liberi. Di fronte alla quantità ed alla qualità del lavoro rivoluzionario da effettuare per cambiare il mondo, hanno saputo trovare la più comoda delle piroette ideologiche: vivere la libertà subito, nel “fra di noi” e nella comunità. Non erano i primi [6] e nemmeno gli ultimi [7].
Ma noi parliamo spesso di una libertà totale ed indivisibile, perché a cosa servirebbe la libertà di circolazione, per esempio, se non si può circolare in nessun altro posto che in strade piene di botteghe, telecamere e sbirri? Lo stesso vale in amore: come essere liberi in amore quando non siamo liberi in nient’altro?
L’errore tipico, e storico, del gauchisme, che consiste nell’accontentarsi di capovolgere i valori del nemico – prendere il denaro ai ricchi per darlo ai poveri invece che abolire completamente le classi, riprendere a propria volta le retoriche di discriminazione e trasformarle in orgoglio (operaismo, orgogli etnici, sessuali e territoriali di ogni genere…), fare politica meglio dei politici ufficiali, invertire il patriarcato invece di distruggerlo, etc. – questo errore beninteso non risparmia nemmeno il campo delle relazioni amorose ed affettive. Si fa allora il contrario di quello che facevano le generazioni precedenti, tutti quei genitori che hanno sacrificato i propri desideri e le proprie vite per la coppia o la famiglia. Si ha così avuto, e a lungo, l’impressione di inventare qualcosa di nuovo, mentre non si faceva altro che proporre dei nuovi modelli di relazione copiati in negativo su quelli vecchi, ed ai quali ci siamo conformati come si fa con ogni norma.
La norma in vigore oggi nel milieu per quanto riguarda i modi di relazione amorosa ed affettiva è l’esortazione alla pluralità, l’imperativo morale della non-esclusività, la “costruzione di un’affettività abbondante” [8] e la moltiplicazione dei partner. Visto che la norma è capovolta, lo sono anche i refrattari alla norma. La relazione a due che basterebbe a sé stessa è quindi la nuova devianza da reprimere.
Eppure ci sembra importante riaffermare oggi che due persone possono sentirsi bene insieme senza per questo provare il bisogno di moltiplicare le avventure e ciononostante senza imporre la fedeltà come un rapporto morale oppure reprimere la sessualità “extraconiugale” a causa di valori stupidi e castratori. Ma ci sarà sempre un/a gran furbacchione/a che si crede più “liberato/a” degli altri pronto/a a far cadere il proprio giudizio sulle teste altrui: “Sono in coppia, che vergogna!”.
In fondo, perché dare la propria opinione, come il curato della parrocchia oppure il vescovo, su cose che non ci appartengono e non mettono in pericolo il nostro progetto rivoluzionario? Su cose la cui posta in gioco non ci concerne? Che qualcuno sia partigiano dell’unicità o del pluralismo amoroso non è problema di qualcun altro. Una sola cosa è importante: che ciascuno possa cercare il proprio pieno sviluppo individuale a modo suo, senza essere accecato da una qualunque ideologia, che essa venga dalla società patriarcale del matrimonio e dell’esclusivismo morale o dalla società di coloro i quali credono di possedere le ricette della libertà, sentendosi capaci di dire chi è libero e chi non lo è, in un mondo di gabbie e di catene. Perché, a partire da ciò, rifiutare di vedere che alla complessità degli individui é intrecciata la complessità delle situazioni? Che se una regola potesse guadagnarsi tutti gli animi, essa sarebbe per forza di cose inoperante e parteciperebbe alla negazione degli individui. Essendo una regola, essa limiterebbe di nuovo la libertà.
Quanti opuscoli per spiegarci come scopare, come amare, quale rapporto avere con il proprio corpo [9]. Quante norme troppo strette per i nostri desideri e le nostre percezioni. Quanti di noi, una volta passata, a sedici o vent’anni, l’eccitazione della falsa novità, non sono riusciti a ritrovarsi in questi nuovi modelli di pseudo-libertà? Quanti anche hanno sofferto dicendosi di non essere fatti per la libertà perché amavano una sola persona ed erano amati da una sola persona? Quanti si sono autoflagellati perché provavano gelosia? Si sono sentiti usati dall’altro, con la scusa della sua libertà? Si sono sentiti a disagio sotto lo sguardo inquisitore di quelli che si sentono liberi in questo mondo di dominio? Hanno dimenticato, nella chiusura settaria e ideologica di piccole bande, che ci sono pure alcuni miliardi di persone intorno a noi?
Come capita con tutte le derive ideologiche, prima ancora di aver studiato la realtà la adattiamo a ciò che l’ideologia vorrebbe vedervi. Non cerchiamo di fare quello che vorremmo, ma cerchiamo di volere ciò che dovremmo volere, piuttosto che partire dai nostri desideri reali ed individuali — e sulle distribuzioni delmilieu ci sono abbastanza opuscoli, libri e testi per spiegarci quello che dovremmo volere. Allora, in questa corsa alla decostruzione ed alla pseudo-libertà, bisogna essere il più aperto di tutti, bisogna provare tutto, perché è necessario. O più precisamente perché ciò è necessario per sentirsi decostruito, migliore degli altri, armato di una nuova forma di progressismo. Si vede soltanto la trave che si ha nell’occhio, per riprendere al contrario la metafora biblica, e non si vede più il campo infinito delle possibilità che si offrono ai nostri occhi attraverso la distruzione. Come se decostruzione di sé stessi e distruzione di questo mondo non potessero andare bene insieme.
È il buon vecchio Kropotkin che diceva che “strutture fondate su secoli di storia non possono essere distrutte con qualche chilo di dinamite” [10] ed aveva ragione. Nel senso che la distruzione fisica non basta e che essa si somma necessariamente ad una decostruzione profonda dei rapporti sociali, con la quale è coerente. Ma mai ha voluto dire che qualche chilo di dinamite non potesse, pure lui, far emergere delle splendide potenzialità.
Non sono poi alcuni illuminati della decostruzione, sul modello di Zarathustra (che si ritira per dieci anni su una montagna e poi un bel giorno sente il bisogno di condividere la sua saggezza con il popolino), a portare la potenzialità di fare la rivoluzione, no. La rivoluzione (ed in misura minore l’insurrezione) è un fatto sociale, cioè, che lo si voglia o no, bisogna che un giorno o l’altro un largo strato della popolazione si sollevi. È a fianco di queste famose “persone normali” (come a volte si sente dire) che potremo fare la rivoluzione, non soltanto fra di noi, pochi sfigati antiautoritari super-decostruiti, che non potranno parteciparvi che alla loro scala ultra-ridotta. La rivoluzione non potrà essere che l’opera di quelle persone “normali”, con le loro qualità ed anche i loro numerosi difetti, che spesso si trovano ad anni luce da tali questioni (e da parecchie altre…).
Ma torniamo alle nostre farfalle. Armand sosteneva che “in amore, come in tutti gli altri campi, è l’abbondanza che annienta gelosia ed invidia. Ecco perché la formula dell’amore in libertà, tutti a tutte, tutte a tutti, è destinata a diventare quella di ogni milieu anarchico selezionato, riunito per affinità”. Ma come ci si può permettere, ieri come oggi, di affermare con tanta boria e tanta soddisfazione, qual è LA forma (“la formula”!) di relazione amorosa e sessuale che deve essere adottata DAGLI anarchici (o da qualunque altro gruppo sociale)? Il termine “libero amore” contiene già in sé questa forma di esclusione, poiché esso implica che la sua formula da sola può portare la libertà, mentre noi dubitiamo seriamente che si possa trovare la libertà attraverso l’amore, che esso venga chiamato “libero” oppure no. In fondo, si tratta davvero della libertà che cerchiamo attraverso l’amore?
Non dobbiamo illuderci, nell’era del postmoderno il concetto di libertà serve spesso, purtroppo, da pretesto per la negazione degli individui e per la negazione di ogni vera volontà di trasformare il mondo.“Non me ne frega un cazzo e me ne sbatto di te!” sembra essere la nuova libertà; in altre parole la libertà totale ed indivisibile, individuale ma condizionata dalla libertà altrui (che è al centro delle prospettive anarchiche da quando esse sono oggetto di dibattito e di discussione fra gli anarchici) si vede sostituita da questa specie di liberalismo già onnipresente. Ciò si somma ad un processo di normalizzazione che esprime la propria violenza attraverso la marginalizzazione degli individui visceralmente refrattari a tali norme, spiegandogli che se per loro non funziona così, il problema sono loro. Ma in tutto ciò non c’è nulla di straordinario. Dopo tutto, questo piccolo milieu è il prodotto di questo mondo e lo riproduce in maniera speculare.
Ma tale liberalismo ha mille facce e supera di gran lunga la questione delle relazioni affettive. A forza di riflettere per mezzo di ideologie e attraverso parole-chiave da usare ed altre da bandire, si finisce per non essere più capaci di nient’altro che di guardarsi l’ombelico con autosoddisfazione, in una piccola bolla comoda in cui a miliardi di altri esseri umani è vietato penetrare — e ciò nonostante i discorsi ultrasociali di facciata.
Allora ci dicono che la libertà è il nomadismo, è volteggiare qua e là come una farfalla, ma in questo modo come ci si può inscrivere in un reale intervento rivoluzionario con una continuità su un quartiere, un paese, una regione; con una pubblicazione, un posto, una lotta? Quelli che si sentono liberi a volteggiare come farfalle da una lotta all’altra si rendono conto che possono permetterselo solo perché altri rendono possibile la continuità di tali strumenti? Che alla prova dei fatti un tale romantico volteggiare è soltanto un’altra forma di comodo consumo?
E quando si parla di intervento rivoluzionario come di un lavoro di lungo respiro, che ha bisogno degli sforzi adeguati e del “sacrificio” [11] di una parte del proprio tempo, a volte della propria libertà e spesso delle proprie piccole comodità, in quanti si indispettiscono: “sforzi, lavoro, bleah, sporco capitalista!”. Allora bravi, cari compagni, voi siete liberi, voi non siete capitalisti, voi siete super-decostruiti, ma per fare che? Le cronache si ricorderanno di voi dicendo che vi siete ben divertiti, ma gli altri rivoluzionari non serberanno di voi che il ricordo del fatto che non avete fatto altro che consumarli; ed è là, ad un livello profondo, che si trova il capitalismo: nel consumo degli sforzi dell’altro, ma anche nel consumo dei corpi.
Ma che le malelingue non sputino il loro veleno attraverso la mia bocca: non si tratta di opporre la prassi rivoluzionaria al godimento. Tengo a precisare che la gioia non si trova necessariamente nelle forme che lo spettacolo gli dà di solito; non si tratta però di raccomandare qui un qualche ascetismo o rigorismo, perché a cosa servirebbe l’aver tanto criticato il militantismo se poi se ne riproducono i difetti? Ma secondo me al giorno d’oggi il progetto rivoluzionario come prodotto di una certa diversità di esperienze non si trova nelle categorie e nei ruoli sociali falsamente opposti del militantismo e dei milieux desideranti/decostruiti. Che quelli che ne dubitano sappiano che si provano piacere e soddisfazione a costruire sentieri per la sovversione e che il monopolio dell’estasi e della gioia non appartiene alle farfalle. Perché, per quanto sia bella, la farfalla è un insetto che vive solo per qualche giorno e la cui capacità di elaborare dei progetti, di immaginare il futuro, è quindi fortemente limitata. Una farfalla è graziosa ed è romantico compararvisi, certo, ma bisogna scegliere fra diventare un rivoluzionario oppure crogiolarsi nella miopia ed i godimenti istantanei dell’incoerenza e del gauchisme liberale/libertario.
Con il termine gauchisme non intendiamo per forza un milieu specifico, ma alcune tendenze che si ritrovano un po’ dappertutto nel milieu, fra gli anarchici, i comunisti, gli squatter e perfino fra i più ferventi partigiani di una rottura completa con la sinistra. Come abbiamo detto, una delle caratteristiche più importanti del gauchisme è il capovolgimento e l’inversione dei valori dominanti, che, quando si somma ad una certa forma di libertarismo, diventa liberalismo.
Il maggio ’68, a volte suo malgrado, ha probabilmente contribuito a dare origine a queste nuove forme digauchisme che si dedica a contemplare il proprio ombelico. In una società borghese dai valori soffocanti e ben radicati, in molti si sono sforzati di fare soltanto il contrario di quello che la società si aspettava da loro, cosa che ha fatto sì che ne riproducessero specularmente i difetti. La droga era un tabù assoluto nella società, allora perché non farne un totem e sentirsi liberi fra due pere, con la testa nel canale di scolo? La coppia è la prima cellula d’alienazione nella società? Allora siamo liberi, facciamo orge, scopiamo tanto quanto possibile, collezioniamo le conquiste di un giorno e sentiamoci liberi mentre tanti altri restano a terra KO per aver amato persone che non hanno fatto altro che consumarli.
Basta aprire un opuscolo sul “libero amore”, sulle relazioni cosiddette “libere”, la non-esclusività, i “comfort affettivi” ed i famosi “affetti” per rendersi conto che la sola cosa a venirvi proposta è la negazione completa dell’individuo ed il suo consumo, con l’unico fine egoistico di un godimento istantaneo, la maggior parte delle volte in un rapporto economico di accumulazione, di profitto e di cannibalismo sociale. Allora, ecco che secondo uno di questi testi sembra che la libertà sia l’avere la possibilità di farsene cinquanta e di “avere la scelta”. Reificazione a tutti i livelli! Questa sera sarà Jean, è alto e mi farei volentieri uno alto; mi tengo Joséphine per domani perché mi piacciono le donne mature e dopodomani ho la mia storia feticista con Mohammed. Godere senza tempi morti! Ma questo rapporto è quello dell’accumulazione del capitale, di un “capitale affettivo” questa volta, in cui le merci sono degli umani, considerati come beni sociali, beni affettivi accumulati su un conto in banca sentimentale. Allora sì, siamo liberi di sfruttare e di essere sfruttati liberamente, ma allora la parola “libertà” non ha più alcun senso: la social-democrazia ha vinto, l’economia ha vinto, l’epoca ha vinto, esse hanno perfino penetrato la nostra intimità affettiva ed i nostri rapporti interindividuali, fino a rendere caduca ogni forma di libera associazione degli individui.
Quando questo mondo ci fa credere che la nostra libertà si trova, in un supermercato, nella possibilità di scegliere fra diversi marchi di spazzolini da denti, mette in atto esattamente lo stesso stratagemma. Il “libero amore” o poli-amore “decostruito”, così come viene presentato nel milieu, non è meglio, la maggior parte delle volte, di questa “libertà di consumare”. Alla fin fine è molto simile a quello degli ambienti libertini borghesi o della gioventù aristocratica e alto borghese, dei “sex-friends” ed altri “fuck-buddies” che si pagano gli operatori di borsa ed altri fighetti della City. Ciò salvo che in una differenza, il fatto cioè che il libertinaggio borghese dà a chi lo pratica la sensazione probabilmente eccitante di rompere od aggirare delle norme e dei divieti, procurando il brivido della sovversione dei valori morali e dell’anticonformismo, anche se in maniera molto limitata e superficiale. Il libertinaggio del milieu, lui, è ben diverso, nel senso che si tratta di una norma relativamente maggioritaria, che serve a procurare la fiacca sensazione di essere conformi agli standard ideologici del milieu stesso. Ciò a dispetto dei desideri individuali di ciascuno, che sono in perpetuo movimento e mai stabiliti una volta per tutte, come capita in un milieu o qualunque collettività che fissi delle regole, necessariamente riduttrici, che si applicano a tutti i casi possibili e a tutti gli individui, inevitabilmente più complessi poiché unici.
Jean, Joséphine e Mohammed condividono davvero la stessa visione della relazione che io intrattengo con loro, per l’unica ragione pretestuosa che ne avremmo discusso “chiaramente”? Partiamo tutti dalla stessa situazione, prima di impegnarci in una relazione di questo tipo? L’ideologia, associata alla riduzione del linguaggio di un mondo di dominio, basta davvero a mettere le cose in chiaro?
Alla fine ci sono ben poche differenze, se mettiamo da parte le differenze di atteggiamenti, fra il “liberamorista” consumatore e l’Emiro poligamo che sotto lo stesso tetto sceglierà ogni notte quale donna avrà voglia di scopare e/o di amare mentre le altre gli preparano da mangiare. Nel milieu c’è una sola differenza significativa, visto che femminismo e gauchisme intrecciati sono passati di là: a volte le donne beneficiano di una più grande tolleranza nella pratica dell’harem. Un po’ quello che vale per gli uomini nel resto della società.
I partigiani più ideologici del “libero amore” commettono alla fine i medesimi errori di tutti coloro i quali sono accecati dall’ideologia, qualunque essa sia. Sostituiscono gli individui reali con delle persone-tipo rimpiazzabili, negando la loro complessità e la loro unicità. Quando due persone incominciano una relazione ultra-definita, cioè con le famose discussioni “chiare” dell’inizio, su cosa ciascuno si aspetti da quella relazione e sulle sue modalità, bisognerebbe innanzitutto potersi porre il problema dell’equilibrio fra queste due persone. Se una delle due possiede già molte relazioni amorose e l’altra no. Se una delle due è socialmente considerata “brutta”, “bella” o “carismatica” e l’altra no. Se una delle due si aspetta dall’altra solo dell’affetto mentre l’altra si aspetta l’amore. Se una delle due è felice mentre l’altra è infelice ed insicura o se una delle due padroneggia la lingua con più disinvoltura dell’altra. Possiamo negare tutto ciò?
In quanti, non particolarmente desiderosi di avere una relazione non esclusiva, l’hanno accettata per adeguarsi ai desideri dell’altro. Ma questo accettare, questo “sì” è veramente un “sì” libero? Perché se Jean è innamorato di Jeanne ed in posizione di debolezza e Jeanne lo mette a parte del suo desiderio di una relazione non-esclusiva e paritaria, Jean accetterà. E Jeanne avrà l’impressione che tutto è semplice e facile, senza chiedersi se Jean non avrebbe accettato di buon grado anche il contrario.
Allora questo sì del debole è così diverso dal “sì” che diciamo al padrone per lavorare? Sosteniamo qui che si tratta dello stesso “sì” e che parlare di libertà in questo tipo di casi è perpetuare quello che Nietzsche chiamava « quel sublime inganno […] che sta nell’interpretare la debolezza stessa come libertà » [12].
Quelle di emancipazione sessuale sono idee belle e generose, ma ognuno di noi, facendole passare nel crogiolo della propria individualità e del riconoscimento dell’unicità dell’altro, dà loro delle modalità diverse. Come abbiamo già detto, sosteniamo che non esiste alcuna norma che possa regolare le relazioni umane, ciò per la stessa ragione per la quale ci opponiamo alla Legge, cioè il fatto che essa non potrà mai tenere conto la complessità degli individui che le sono sottoposti [13]. D’altra parte è per questo motivo che le contrapponiamo l’etica, necessariamente individuale e, speriamo, viscerale, quando essa non è stata imparata in modo ideologico, e mal digerita, su qualche opuscolo. Allo stesso modo sosteniamo che il solo modo di relazionarsi un pochino emancipatore è quello che pone al centro della sua attenzione il benessere degli uni e degli altri, libero dalle trappole e dagli imperativi dell’ideologia e capace di superare un intimismo che guarda solo al proprio ombelico. Perché la sola regola valida in amore non potrebbe essere quella di fare attenzione all’altro, trattarlo in modo corretto, come individuo, piuttosto che applicare ciecamente delle regole che dovrebbero renderci liberi attraverso il solo godimento personale, ma senza alcuna sensibilità verso l’alterità? Facendo, tra l’altro, l’errore analitico di limitare la critica dell’economia alla semplice economia formale, piuttosto che scovarla nei rapporti sociali che regolano le nostre relazioni alienate.
Allora, per spezzare l’obbligo sociale e normativo della coppia si sceglie un poliamore ideologico e si fabbrica una nuova norma, comoda finché dura, prima che si facciano avanti nuovi drammi umani. Non è un caso se il ’68, al di là delle incredibili esperienze di occupazioni e distruzioni di fabbriche e di università, di scontri e di barricate e più in generale della magnifica esperienza di aver toccato con la punta di un dito la possibilità di una vera sovversione dell’esistente, non è un caso se al di là di questa icona si nascondono molti drammi umani, suicidi, overdosi, tradimenti ed una tristezza infinita. Non è un caso se dietro ogni esperienza di emancipazione di massa (o che in ogni caso sia stata vissuta così dai suoi protagonisti) si nascondono altrettanti drammi umani, dal maggio ’68 a Woodstock, dalla “liberazione sessuale” ai maoisti ed ai movimenti studenteschi radicali negli Stati Uniti degli anni ’60 e ’70. Niente di strano, poi, nel fatto che tanti siano riusciti a cadere in piedi, formando la classe dirigente del mondo d’oggi, mentre tanti altri che hanno applicato le idee alla lettera si trovano a marcire in galera, dimenticati da più di quarant’anni, pagando il fatto di non essere stati incoerenti come gli altri, di non aver cercato solo il godimento dell’istante presente.
Quelli che erano lì solo per divertirsi, volteggiare qua e là come farfalle e liberarsi l’ombelico ne hanno ben tratto profitto. Quelli che ci hanno creduto e che ancora ci credono ne hanno fatto le spese. Perché ilprofitto degli uni è lo sfruttamento degli altri, che sia con le armi del capitale e del lavoro oppure con quelle dell’ideologia e dell’irreggimentazione da caserma, sia essa di partito oppure autonoma.
Allora, che le farfalle volteggino pure, raccogliendo polline, ma che i fiori si ribellino.
agosto 2013, Aviv Etrebilal.

da ATABULARASA


COMUNICATO PER UN COORDINAMENTO TRA IMPUTATI/E NO TAV

riceviamo e diffondiamo:
Comunicato per un coordinamento tra imputati/e No Tav
Mozione assemblea del 22 dicembre 2013
A Torino è nato un coordinamento tra tutti gli imputati coinvolti in processi relativi alla lotta NO TAV. Il coordinamento, per agevolare la comunicazione tra i vari componenti, si è dotato di una mail-list. Vista l’attuale difficoltà a raggiungere tutte le persone coinvolte, l’adesione e l’iscrizione alla list sono aperte a ogni imputato che ne farà richiesta (contattare processonotav@inventati.org specificando in quale processo o inchiesta si è imputati). E’ in fase di elaborazione una banca dati in cui inserire i vari procedimenti sia per avere una visione corretta ed esaustiva della repressione in atto contro il movimento NO TAV sia in previsione di una pubblicazione in cui venga resa pubblica la dimensione del fenomeno. Chiunque sia coinvolto in procedimenti legali o sia a conoscenza di altri che lo sono e non sono al corrente dell’iniziativa è pregato di contattare Guido che si sta occupando della raccolta dati (gfissore@alice.it). Si è deciso anche di includere nel coordinamento gli imputati di procedimenti in altri tribunali (oltre Torino) per iniziative locali solidali alla lotta in Val Susa. Nella sua prima riunione il coordinamento imputati ha deciso di proporre al coordinamento dei comitati NO TAV l’indizione a breve di una giornata di mobilitazione in tutta Italia a sostegno del movimento NO TAV, anche per rispedire al mittente l’accusa di “terrorismo” e in solidarietà con i compagni arrestati e indagati, una giornata che sia anche occasione di rilancio delle varie lotte territoriali. A seguire si è pensato a una settimana di campagna diffusa in tutta Italia per lanciare una grande manifestazione nazionale da tenersi a Torino.
Compagne e compagni presenti a Torino il 22/12/13

Comunicazione ulteriore: All’udienza del 23 dicembre prima di lasciarci si è fatta largo la proposta, da estendere a tutte le compagne e compagni di tutti i processi contro il movimento NO TAV, di tenere la prossima assemblea del coordinamento imputati domenica 19 Gennaio 2014 (sempre a Torino alle 14 in luogo da indicare), perché successiva all’assemblea dei comitati e perché facilitata dalla coincidenza delle udienze del processone di venerdì 17 e lunedì 20 gennaio.

MESSICO: COMPAGNO GUSTAVO RODRIGUEZ SEQUESTRATO, PESTATO E DEPORTATO DOPO IL SIMPOSIO ANARCHICO INFORMALE

traduzioni da contrainfo mexico

Compagni, cercheremo di essere il più concisi possibile.

Dalla serata del 29 Dicembre 2013, ultimo giorno del Simposio Anarchico Internazionale/Giornate Anarchiche Informali, fino ad oggi (31 Dicembre), il compagno Gustavo Rodriguez Romero risulta scomparso.

Nella serata del 29, intorno alle 19:30, Gustavo ha lasciato l'auditorium Che Guevara (nel campus UNAM) da solo per andare a Metro Copilco; avrebbe dovuto incontrare la sua compagna e tornare insieme a casa - cosa mai successa, dato che Gustavo non si è fatto vivo.

Cinque minuti dopo l'uscita di Gustavo, una compagna che era all'evento ha ricevuto una telefonata da Gustavo, molto strana nel tono, e qualche secondo dopo la chiamata è caduta; questo le è sembrato sospetto, quindi ha cercato di chiamarlo più volte, ma senza risposta, presumendo che l'avrebbe richiamata dopo come concordato.

Ieri pomeriggio, 30 Dicembre, la stessa compagna ha ricevuto un messaggio dalla compagna di Gustavo, che chiedeva notizie non avendolo visto tornare a casa, perché quando questo accade lui glielo dice sempre e si fa sentire, visto che Gustavo non fa scherzi, o va alle feste, e altre cose cosi.

Fino ad oggi (31 Dicembre) non lo abbiamo trovato, in ospedali, caserme o centri di detenzione per stranieri, dato che lui è nato a Cuba e ha passaporto americano; non lo abbiamo rintracciato. L'ufficio del Procuratore Generale dice che non c'è nessuno con quel nome in custodia.

Vogliamo sottolineare che ciò accade in un clima di pressione da parte della polizia del governo federale, iniziato perché alcuni collettivi antiautoritari, anarchici e libertari affini hanno ripreso lo spazio chiamato Auditorio Che Guevara, situato nella facoltà di lettere e filosofia della UNAM; ma la pressione si è intensificata con l'inizio del Simposio Anarchico Internazionale/Giornate Anarchiche Informali. Da quel momento ad ora, i compagni che sono entrati e usciti dall'auditorium sono state infastidite da gente che li fotografava, o li seguiva a piedi e in auto, camuffandosi anche come "giornalisti" che facevano domande scomode, ecc.

Gustavo Rodriguez è un compagno anarchico, quasi 54enne, che ha scritto molti articoli di politica sociale, soprattutto sull'anarchismo, e ha dato contributi importanti allo sviluppo della prospettiva anarchica insurrezionale. L'ultimo suo contributo è un'antologia per il libro "Che si illumini la notte!" Genesi, sviluppo e ascesa della tendenza anarchica
informale in Messico, recentemente pubblicato dalle edizioni Internazionale Nera. Ha preso parte al simposio anarchico informale e come partecipante ha fornito il proprio contributo, un discorso su anarchismo, insurrezione e guerra sociale.

Ricordiamo che il compagno Gustavo ha ricevuto minacce verbali e scritte da alcuni gruppi della sinistra rivoluzionaria, a causa delle critiche rivolte ad essi, questi per vendicarsi hanno cercato di farlo passare come un "capo" o portavoce dei gruppi d'azione anarchici che hanno agito nel contesto anarchico Messicano.

Vogliamo che il compagno Gustavo Rodriguez Romero ritorni sano e salvo!

Riteniamo soprattutto il governo del distretto federale messicano come responsabile per la sua sparizione coatta, dato il clima di repressione sorto negli ultimi mesi contro gli anarchici!

Vi pressiamo a mostrare solidarietà; perché la solidarietà è la nostra arma!


AGGIORNAMENTO:

Alcune ore fa il compagno Gustavo Rodriguez è riuscito a comunicare con alcuni compagni dopo che era scomparso lo scorso 29 dicembre. Brevemente ci ha raccontato di essere stato detenuto da agenti della polizia federale e di essere stato sottoposto a duri interrogatori. Gustavo ci ha raccontato di essere stato pestato e, dopo alcune ore, non potendolo accusare di alcun reato, è stato deportato negli Stati Uniti. Questa deportazione fa parte della politica antianarchica che il governo messicano sta sviluppando da alcuni mesi, per cui invitiamo tutti a stare attenti a quello che potrebbe succedere nei prossimi giorni. Ringraziamo tutti quelli che hanno diffuso le informazioni sulla sparizione del compa Gustavo e invitiamo a far circolare anche questo comunicato. Solidarietà con Gustavo! Libertà per tutti! 

Cruz negra anarquista mexico

QUANDO IL NEMICO PARLA CHIARO: BREVI NOTE SUGLI ULTIMI ARRESTI NO TAV

riceviamo e diffondiamo:

Quando il nemico parla chiaro

Brevi note sugli ultimi arresti no tav



Era nell'aria, l'operazione che il 9 dicembre ha portato all'arresto di tre compagni e una compagna, accusati di aver partecipato, nella notte tra il 13 e il 14 maggio scorso, all'azione contro il cantiere del Tav di Chiomonte.

Non si sapeva naturalmente chi sarebbe stato colpito, né precisamente per cosa. Ma il ritornello ripetuto ossessivamente negli ultimi mesi un po' su tutti i media nazionali, dai più noti esponenti del trasversale Partito del Tav, non lasciava spazio a molti dubbi.

Ai più attenti non era poi sfuggito l'annuncio del procuratore capo Caselli di anticipare di qualche mese la data del proprio pensionamento. Una notizia che non lasciava certo presagire nulla di buono: difficile supporre che un simile personaggio abbandoni le scene in silenzio.

Così, dopo aver saggiato un po' il terreno in estate, indagando e perquisendo diversi no tav per l'art. 280 (“attentato con finalità di terrorismo”), l'immancabile duo Padalino-Rinaudo ci riprova alcuni mesi più tardi, porgendo, con gli arresti di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, l'ultimo ossequioso saluto al proprio Padrino, e sperando in questo modo di scalare qualche altra posizione nella corsa alla sua successione.

Oltre al già citato 280, i reati contestati sono: “atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, danneggiamento a mezzo di incendio, violenza contro pubblico ufficiale, detenzione e trasporto di armi da guerra”.

Reati che precludono la possibilità di ottenere misure cautelari alternative (arresti domiciliari, obblighi o divieti di dimora ecc.), consentono tempi di carcerazione preventiva molto lunghi e minacciano, se il castello accusatorio dovesse rimanere del tutto integro anche dopo il processo, di trasformarsi in condanne lunghissime che potrebbero superare i vent'anni di reclusione.

Nello specifico, i quattro compagni arrestati sono accusati tra le altre cose di aver, in concorso tra loro e con altri “in fase di identificazione”, attentato alla vita e all'incolumità delle persone addette alle opere di costruzione del tunnel esplorativo e delle persone preposte alla tutela del cantiere e dell'ordine pubblico, al fine di “costringere i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto” (in questo caso il finanziamento e la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione), “arrecando così un grave danno all'Italia e all'Unione Europea”, come recita l'art. 270 sexies c.p.

Se è una semplice constatazione rilevare come in quest'azione contro il cantiere del Tav nessuno, operaio, militare o poliziotto che fosse, abbia riportato il benché minimo graffio e prodotto il benché minimo referto medico, vale la pena invece addentrarci un po' tra le pieghe dell'art. 270 sexies.

Contenuto all'interno del cosiddetto “Pacchetto Pisanu” (luglio 2005), quest'articolo  doveva servire a riformulare, ampliandola notevolmente, la definizione di “condotta terroristica”, sfruttando l’onda emotiva suscitata dalle stragi di Madrid del 2004 e di Londra del 2005. Le nuove norme, apparentemente approntate contro le bombe di Madrid (che costrinsero il governo di Zapatero a ritirare le truppe dal’Iraq), si caratterizzavano per una voluta vaghezza.

Che a farne le spese in futuro avrebbero potuto essere diversi contesti di lotta era già allora consapevolezza di compagni e avvocati. Che l’articolo 270 sexies appaia oggi in un’inchiesta contro dei no tav non è una sorta di anomalia giudiziaria, bensì l’applicazione di un dispositivo pensato sin dall’inizio contro il conflitto sociale. 

Non è certo un caso che questa carta sia stata calata per la prima volta proprio a difesa del cantiere di Chiomonte, dove ci avevano già pensato il filo spinato israeliano, i militari ed i tank provenienti dall'Afghanistan a rendere sempre più labile il confine tra guerra interna e guerra esterna.

Ad essere incendiati quella notte sono stati un generatore, la cabina di alimentazione del ventolino di areazione, alcuni cavi elettrici e dei tubi di prolunga per il ventolino stesso. Tutte attrezzature atte alla realizzazione del cunicolo esplorativo, il cui danneggiamento ostacola o rallenta concretamente il proseguimento dei lavori.

Un atto tutt’altro che indiscriminato, un gesto che afferma direttamente il proprio obiettivo.

Un'azione di sabotaggio esemplare, insomma, uno zoccolo lanciato nella macchina del cantiere per incepparne il funzionamento.

Cosa tra l'altro ben compresa dal movimento no tav, come dimostrano le dichiarazioni e i comunicati dei giorni successivi. Per la prima volta in Italia, da almeno trent'anni a questa parte, un movimento di massa rivendica la validità del sabotaggio. Nella storia reale, che è ben altra da quella delle carte giudiziarie, la pratica del sabotaggio è stata assunta pubblicamente dal movimento proprio perché le costanti e inequivocabili forme del dissenso di massa alla Grande Opera sono state costantemente e inequivocabilmente ignorate. Prova ne sia il fatto che un cantiere per un cunicolo esplorativo è diventato “sito di interesse strategico nazionale” (la cui definizione, nelle carte di Rinaudo e Padalino, è ripresa non da qualche norma governativa, bensì da un periodico dello Stato Maggiore della Difesa...). Tutto ciò ha creato dei bei grattacapi al Partito del TAV, vista l'autorevolezza di cui gode la lotta in Valsusa. Anche altrove – pensiamo ad esempio alla lotta no Muos – la parola sabotaggio è tornata di attualità, rendendo ancora più preoccupante “la madre di tutte le preoccupazioni”, come disse la signora Cancellieri-Ligresti.

È sotto questa luce che vanno lette le carte dell'inchiesta.

In seguito agli arresti del 9 dicembre molti hanno giustamente sottolineato come le accuse di terrorismo, starnazzate da tutta la stampa, servissero a tentare per l'ennesima volta di dividere il movimento. Dopo il “siamo tutti black bloc” sostenuto a gran voce in seguito al 3 luglio, anche questa volta il tentativo di dividere il movimento in buoni e cattivi, in valligiani pacifici ed estremisti di fuori, cercando di mettere in un angolo i 4 compagni arrestati, è miseramente fallito.

Ormai ben pochi potevano nutrire dubbi e anche gli stessi inquirenti non si facevano troppe illusioni a riguardo. Attraverso queste accuse di terrorismo, dunque, l'obiettivo che le autorità si prefiggono sembra essere piuttosto un altro.

Nelle carte dell'inchiesta, gli inquirenti, forzando il piano strettamente giuridico, sostengono una tesi squisitamente politica. Dopo aver fatto una breve storia degli atti legislativi e dei vertici internazionali che hanno portato all'installazione del cantiere di Chiomonte, i magistrati sostengono che si tratta di procedure democratiche. L'azione contro il cantiere – assieme allo stillicidio di pratiche di contrasto di cui il faldone giudiziario fornisce un ampio elenco – viene definita “terroristica” non tanto per le sue caratteristiche specifiche, ma in quanto si oppone alla democraticità di una decisione intergovernativa. Seguiamo questa logica. Tutte le imposizioni dello Stato hanno un involucro legale, cioè sono formalmente basate sul Diritto. Tutto ciò che mette realmente in discussione un progetto statale è dunque passibile di “terrorismo”. Rimane solo il dissenso platonico. Dare concretezza al proprio NO, che in fondo è la caratteristica essenziale del movimento no tav, risulta quindi antidemocratico. Benito Mussolini avrebbe detto “nulla fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato”. Il totalitarismo parla oggi un linguaggio diverso. Non ti stanno bene le nostre imposizioni democratiche? Sei un terrorista.

La democrazia è una porta blindata ad ogni dissenso (tranne quello, consentito, della lamentela); il dissenso non si ferma, la porta viene blindata con filo spinato e militari; il dissenso si fa sabotaggio, e questo rivela le “finalità terroristiche” della lotta no tav. In qualche modo, i due magistrati torinesi dicono esplicitamente ciò che era finora implicito: le decisioni di uno Stato democratico sono incontestabili. Qualsiasi lotta, foss'anche una vertenza sindacale, vuole sempre spingere la controparte a “compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto” (come recita il 270 sexies). Il cosiddetto patto sociale, o la dialettica tra le parti sociali, si fondava formalmente su questo: domani può diventare diritto ciò che oggi è illegale. Era l'epoca, cominciata nel Dopoguerra, in cui si volevano integrare contadini e operai nel Grande Compromesso: se mi date la forza lavoro, vi concedo diritti. Ebbene, quella Storia lì è finita. Questa è la Democrazia. Fuori e contro di essa, c'è il Male, il terrorismo. Dire che tutto ciò potrebbe riguardare qualsiasi movimento di lotta è a questo punto banale. Meno banale è trarne le debite conseguenze. Nei passaggi epocali, la classe dominante attacca frontalmente il nemico nei suoi punti di forza, non in quelli più deboli. L'impiego della categoria di terrorismo contro il movimento no tav – per ciò che questo esprime e che simboleggia – è, in tal senso, un avviso per tutti.

A seguire fino in fondo la logica di Rinaudo e Padalino, la natura “terroristica” della lotta contro il TAV non sta in un suo preteso “salto di qualità”, bensì nelle sue stesse premesse: in quel NO di cui vent'anni di esperienze, saperi, confronti, azioni non sono che il coerente sviluppo.

Non essersi rassegnati nemmeno di fronte ai manganelli, ai gas, alle ruspe, ai Lince, agli arresti, al terrorismo mediatico: ecco il crimine che contiene tutti gli altri.

In tal senso, la difesa dei compagni arrestati e indagati per “terrorismo” non è solo un atto di doverosa solidarietà, ma è la rivendicazione testarda della lotta e delle sue ragioni.

Cogliere la posta in gioco di questa operazione repressiva e rilanciare le resistenze, in Valle come altrove, è faccenda di ciascuno e di tutti.  

1 gennaio 2014

BOLZANO: LA PRIMA PRIGIONE PRIVATA IN ITALIA

da Bello Come una Prigione che Brucia - Trasmissione anticarceraria di Radio Blackout

BOLZANO - PRIMO CARCERE PRIVATO IN ITALIA


Sono passati quasi due anni dal gennaio 2012, quando Mario Monti inseriva tra i capitoli del decreto "Salva Italia" la possibilità di ricorso al project financing per l'edilizia carceraria. 
Ora viene fuori, senza troppo clamore (anzi dovendo spulciare nella cronaca locale dell'Alto Adige), che a Bolzano si sono chiusi i bandi di gara per la costruzione e la gestione dei servizi del primo carcere privato in Italia. L'importo a base d'asta per la realizzazione del nuovo carcere è fissato in 63,58 milioni di euro, a cui si aggiungono i 14 milioni spesi per l'esproprio dei terreni. La procedura per la selezione dei pionieri della capitalizzazione dei detenuti in Italia avrà ufficialmente inizio l'8 gennaio 2014. Il privato, o la cordata che vincerà l'appalto, si occuperà dell'edificazione e della gestione di mensa, lavanderia, spazi comuni, lavoro e formazione, e dovrà cercare di trarne profitto entro 20 anni, termine dopo il quale il carcere potrà diventare di proprietà statale. Le mansioni di sicurezza interna e del perimetro permarranno appannaggio dei secondini. Da quanto si legge "il nuovo carcere, che sorgerà a Bolzano Sud vicino all'aeroporto, ospiterà 200 detenuti, 100 operatori di polizia penitenziaria, 30 posti per agenti in caserma, 25 unità di personale civile. Entro la cinta muraria, oltre alla sezione di reclusione, saranno ricavati tra l'altro l'infermeria, gli spazi per il lavoro, una sala polivalente, una palestra, i servizi cucina e lavanderia. Il nuovo istituto sarà pronto nel 2016."
Essendo un prototipo della carcerazione privata in Italia, resta da capire come gli attori in campo prevedano di guadagnarvi, recuperando i milioni di euro investiti e aggiungendovi un margine di profitto. Lavoro coatto e carcere fabbrica? Quote erogate dallo Stato per il periodo detentivo scontato da ogni detenuto, che potrà essere contenuto in un servizio concentrazionario a basso costo concorrenziale rispetto agli standard pubblici? Entrambe le cose, come avviene nel modello anglosassone, paradigma trainante della carcerazione privata a livello globale? 
Mentre attendiamo ulteriori dati per rispondere a questi quesiti, può essere importante ricordare cosa porta con sé la capitalizzazione del detenuto attraverso un apparato detentivo che produce profitti dalla privazione della libertà di fette della popolazione. Basti pensare che parallelamente all'introduzione della carcerazione privata negli Stati Uniti d'America, a partire dagli anni '80, la popolazione detenuta è cresciuta del 400%; attualmente gli USA rappresentano il 5% della popolazione mondiale e il 25% della popolazione carceraria mondiale (circa 0,73 detenuti ogni 100 abitanti). 
E' palese che in una società basata sul profitto, la speculazione sulla privazione della libertà di fette di popolazione rappresenti un metodo per recuperare coattivamente al capitalismo quegli individui che questo stesso sistema ha espulso, o che hanno cercato di fuggirvi più o meno coscientemente.

Contro ogni galera... a maggior ragione se fonte di reddito per gli oppressori!

30 dicembre 2013

TEMPO PERSO




Tempo perso


Davanti alla porta dell'officina
l'operaio s'arresta di scatto
il bel tempo l'ha tirato per la giacca
e come egli si volta
e osserva il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo e
strizza l'occhio
familiarmente
Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto una coglionata
offrire una simile giornata
a un padrone? 


Jacques Prévert

RICCARDO D'ESTE: LA GUERRA E IL SUO ROVESCIO



Per le edizioni “Anarchismo” è uscito l’opuscolo La guerra e il suo rovescio di Riccardo d’Este nella collana “Opuscoli provvisori” .

Opuscoli provvisori n° 45
2013, pagine 106
euro 4,00
Contro la guerra prima di ogni cosa. Contro la pace, anche, subito dopo, se con la pace deve intendersi la condizione ideale perché lo sfruttamento continui a calpestare i miseri e a ingrassare gli sfruttatori. Quindi per la guerra sociale, per lo scontro a vita e a morte con chi ci soffoca, con quegli inclusi che fanno del proprio essere padroni delle risorse materiali la condizione per tenere gli esclusi nella loro condizione precaria di schiavi, sottoposti al dominio e al controllo. Ma ammettere l’inevitabilità della guerra sociale significa prepararsi ad essa, fare in modo che si concretizzino le condizioni del suo materializzarsi, uscendo dalle ipotesi, più o meno nebulose, passando all’agire che, spezzando l’omologazione coatta del fare quotidiano, ci fa sperimentare la qualità. Le analisi di Riccardo sono non solo ben dette ma anche ben radicate nella realtà, per questo anche oggi mantengono tutta la loro pregnanza. E ciò senza mezze misure, senza contare su di un successo immediato, senza cullarsi nella collaborazione delle cosiddette forze progressiste o nascondersi dietro l’usbergo della masse. Dobbiamo essere noi a considerarci, per primi, responsabili delle nostre azioni. Senza palliativi democratici a farci da guanciale.
Per richiedere copie scrivere a :
Indirizzo email
edizionianarchismo@gmail.com
Posta
Edizioni Anarchismo
c/o A. Medeot
Casella Postale 3431
34128 Trieste

CUNEO: PER FARCELA PAGARE - SULLA SENTENZA DI PRIMO GRADO PER GLI SCONTRI CONTRO LA SEDE DI CASAPOUND

riceviamo e diffondiamo:

Per farcela pagare
Un breve aggiornamento in merito alla sentenza di primo grado del processo per gli scontri in occasione dell’apertura delle sede di Casa Pound a Cuneo. In previsione di produrre, appena possibile, un testo che analizzi gli elementi più interessanti emersi dall’intera vicenda, pensiamo opportuno anticipare alcune considerazioni rispetto alla sentenza in sé, che ricordiamo ha portato alla condanna di tutti e 16 gli imputati a pene che variano da 1 anno (trasformati in 2 anni di libertà vigilata) ai 2 anni e 6 mesi di carcere (altri 3 imputati avevano scelto in udienza preliminare di patteggiare una condanna a 18 mesi e un risarcimento simbolico alle parti lese di poche migliaia di Euro). Pene accompagnate da varie decine di migliaia di Euro tra risarcimenti a sbirri e fascisti e spese processuali. Certo, le pene detentive sono risultate decisamente ridimensionate rispetto a quanto chiesto dal Pm Francesca Nanni: forse anche al collegio giudicante è risultato un po’ esagerato pretendere fino a 7 anni e mezzo di galera per una mezz’oretta di tafferugli, ma non si può dire che ci siano andati leggeri, specialmente in quanto ai risarcimenti, dettaglio di cui vorremmo parlare in questo aggiornamento. Lasciando a parte i risarcimenti con cui le varie divise sperano di arrotondare lo stipendio, pure per l’immagine di Casa Pound i giudici della “Città Culla della Resistenza” hanno ritenuto si debba provvedere con un gruzzolo da 6.500 Euro.

Ora, per estorcerci tutti questi soldi (di cui ancora non abbiamo fatto bene i conti, ma dovrebbero ammontare più o meno a 100.000 Euro), la sentenza ricorre ad una serie di clausole che ci dovrebbero obbligare a sborsare. Ai condannati per cui è possibile la sospensione condizionale della pena, quest’ultima è stata subordinata al pagamento dei risarcimenti entro 90 giorni, per i risarcimenti a sbirri e fasci è stato disposto il pagamento in solido (ciò significa che la parte degli insolventi viene estorta da stipendi, beni mobili ed immobili di chi eventualmente ne dispone) con clausola di “provvisoria esecutorietà”, ovvero da pagare subito, ed infine per gli avvocati delle parti lese e 2 casi di risarcimenti minori è stato disposto il pagamento provvisionale, immediato, di una parte del conto.

Insomma, vogliono proprio farcela pagare, nel vero senso della parola. Poco importa se, secondo i tempi dei loro tribunali, ancora non siamo stati condannati in maniera definitiva visto che del processo si è concluso solo il primo grado… intanto cacciate i denari e poi si vedrà!

Al di là di ogni altra considerazione teorica o pratica che ci riserviamo per il futuro, ci preme con questo aggiornamento mettere in chiaro un paio di cose:

- nessuno, tra noi imputati che abbiamo affrontato il processo rivendicando collettivamente l’importanza di combattere il fascismo, verserà di sua spontanea volontà manco un Euro nelle tasche di tribunali, fasci, divise o loro avvocati;

- per fare fronte alla loro estorsione legalizzata ci organizzeremo personalmente per condividere i disagi di chi sarà oggetto dei pignoramenti, senza chiamare le realtà antifasciste ad impegnarsi in iniziative di raccolta fondi.

Più che per chiedere soldi ci pare l’occasione per chiamare ad opere di bene che animino la lotta contro il fascismo e i suoi seguaci!



Da Cuneo, Città Medaglia d’Oro della Repressione

Alcuni imputati

RESOCONTO DELL'UDIENZA DEL PROCESSO A ANDREA, GABRI E SABBO

riceviamo e diffondiamo:

Anche lo scorso 20 dicembre la senteza del processo che vede coinvolto Sabbo e Gabri ed Io è stata rinviata.

La nuova data scelta dalla giudice Manuela Cortelloni è il 24 febbraio 2014.
E' ormai chiaro, che questa giudice si è eretta alfiere dell' ufficio politico della questura di Modena e con la collaudata prassi del rinvio(questo è il quinto consecutivo) sta facendo in modo che, questa situazione di stallo e le misure cutelari imposteci si possano protrarre a piacimento proprio e della digos.
Oggi, 23 dicembre, è arrivata la risposta alla richiesta, avanzata in udienza dalla difesa, di un mutamento migliorativo delle misure cautelari, per un ennesima volta ci è stata rigettata.

Nei CIE polizia e "assistenti" vari brutalizzano i detenuti con ogni umiliazione possibile, ragazzi si cuciono le labbra pur di avere una prospettiva di libertà, parassiti si diffondono in precarie condizioni sanitarie, si somministrano psico-farmaci per rendere sopportabile la reclusione; tutto questo per far sì che un sistema basato sullo sfruttamento di individui subalterni da parte di pochi privilegiati possa continuare.
La clausola per entrare in Europa è quella di essere servo, infatti solo lavorando si possono avere le carte in regola per poter rimanervi...altrimenti si è criminali e si deve essere espulsi.

Chi lotta contro tutto questo è definito dai giudici un individuo socialmente pericoloso, mentre chi rinchiude e bastona dei poveri, un servitore dello Stato.
Rispedisco al mittente tutte le accuse, i lager di Stato vanno chiusi con ogni mezzo necessario!
L' azione diretta è l'unica pratica che può adottare chi non ha intenzione di scendere a compromessi con i propri sfruttatori.

BASTA CIE, TUTTI e TUTTE LIBERI


Andrea

26 dicembre 2013

RADIOCANE: MALEDETTE CAMPANE, MALEDETTA SESSE - RADIODRAMA METROPOLITANO

Milano, primi anni Novanta. In un quartiere popolare nella periferia nord-ovest, tra spaccio, furtarelli ed espedienti di vario genere, la piccola criminalità non conosce lo “splendore” romantico e mitico dei banditi di grosso calibro. Piuttosto una vita fatta di piccole guerre infami, sotterfugi, intrighi di bassa lega; un’esperienza, ora cruda ora comica, con passioni ordinarie, ma nondimeno intense e sconvolgenti.
Questo radiodramma nasce da un racconto di un nostro compagno, iniziato in carcere e rimasto a lungo incompiuto e chiuso in un cassetto; non un’autobiografia, benché frutto di esperienza vissuta.

Questo contributo è dedicato a Mattia, che ne ha curato la sceneggiatura. A lui, a Chiara, Claudio e Niccolò. In attesa di rivederli al più presto liberi.


ascolta :

http://www.radiocane.info/maledette-campane-maledetta-sesse-radiodramma-metropolitano/ 

BUON NATALE, BASTARDI



Anche quest'anno, con monotona regolarità di calendario e triste preparazione d'inverno, la data del venticinque dicembre è qui come un avvenimento calcolato, conosciuto ed inevitabile, a riscuotere la considerazione insipida dell'ipocrisia convenzionale. La neve ugualmente e desolatamente bianca nelle campagne, e calpestata e sporca nelle vie delle città, stende il suo mantello sulla superficie del mondo, coprendolo d'un gelo immobile che sembra l'espressione tangibile d'una metafora d'inerzia; di nulla e di morte.
Sopra la terra le case si elevano scolorite e silenziose, impiastricciate qua e là di bianco sui mattoni rossi e di bianco ricoperte; mentre gli alberi ergono i propri rami stecchiti e rigidi verso l'alto, quali fantasmi rivestiti e incorniciati di frange bianchicce, quali giganti attoniti ed inutili che un destino ironico obbliga a rimanere in quella posizione eretta, senza perché e senza significato. Infine sopra gli alberi, sopra le case, sopra tutto, il cielo apre il proprio lenzuolo di nubi grigiastre e scialbe, raccorciando il raggio dell'orizzonte, quasi a limitare e contenere lo sguardo di chi cerca qualche cosa di vivente, tra lo specchiarsi e il confondersi dei fantasmi più o meno sudici e più o meno candidi; tra il delinearsi mesto dell'invernale cimitero.
La scena è così completa, preparata, uniforme; e Cristo è giunto su di essa. Oggi, secondo la tradizione che tutti rispettano senza credervi più, il Nazareno è nato per l'ennesima volta; è nato tra la neve che circonda la leggendaria capanna e la paglia che le serve da pavimento; tra la pace profonda dell'universo, il respiro degli animali che riscaldano la culla e il pelligrinaggio lento dei fedeli rispettosi e confusi. A dire il vero, la capanna potrà anche essere una chiesa sontuosa illuminata a luce elettrica e riscaldata a termosifone; il pavimento di paglia potrà anche mutarsi in una distesa elegante di mattonelle smaltate e dipinte; le preghiere umili potranno anche avere l'accompagnamento di un coro esperto o di una orchestra ben istruita; la culla potrà anche esser rappresentata da un altare massiccio rivestito di ninnoli e d'oro. Persino i fedeli saranno probabilmente diversi da quelli di un giorno; e se tra essi i re magi e i pastori mancheranno, non mancherà la gente a modo che frequenta la cattedrale, almeno in questo giorno, sia per abitudine irragionata ed irragionabile, sia per scrupolo di scandalo tra il mondo che impone collettivamente ciò che individualmente si potrebbe e si vorrebbe anche trascurare.
Ma che importa tutto ciò? Il simbolo muta i suoi fedeli, trasforma i suoi riti, arricchisce i suoi splendori, complica le sue cerimonie; si evolve insomma e si nega, ma, come simbolo, rimane. Rimane il mito della povertà umiliante, dell'elemosina accettata, del dio caritatevole, dell'abbassamento volontario; il mito del nulla umano che insegna agli individui a scendere, a supplicare e ad inchinarsi per ottenere da Dio la dovuta pietà. Gli uomini, confinati in questa valle di lacrime da una divina volontà insindacabile; obbligati a soffrirvi da una fatalità di peccato originale, devono cercare di lenire vicendevolmente le proprie pene; devono scambiarsi a vicenda l'aiuto ed il conforto; devono procurare di trarre dal purgatorio passeggero che attraversano in attesa del gran giorno, tutta la gioia possibile, rassegnandosi al male per dimenticarlo; debbono soprattutto amarsi l'un l'altro e rimanere in pace, per non aggiungere i mali della lotta a quelli scatenati dalla collera dell'Onnipotente. E soprattutto, rassegnandosi, amandosi, aiutandosi, accordandosi, debbono rimanere immobili cogli occhi fissi nel cielo infinito e misterioso, invocando, nello slancio della preghiera dolorante, l'abbraccio misericordioso della divinità scendente sino ad essi; debbono votarsi in eterna e servile obbedienza per placarne il corruccio; e, onde rendersi accetti al bacio paradisiaco o fuggire dal pericolo orribile dell'inferno, debbono escogitare ogni mezzo, naturale o artificiale, sincero o ipocrita, per ridursi, per diminuirsi, per negarsi, per diventare infinitamente umili e infinitamente piccoli, in modo da non suscitare le gelosie e da destare la pietà di quell'infinitamente grande che si chiama Dio. Così gli umani, sciogliendosi in una melma informe inzuppata di lacrime e tramutandosi ognuno in una stilla di pianto, potranno ad uno ad uno essere assorbiti da quell'occhio immobile ed incommensurabile che tutto guarda, tutto scruta, tutto conosce, tutto dirige prevedendo, senza commuoversi o turbarsi mai.
 

LETTERA DI MONICA CABALLERO E FRANCISCO SOLAR E TRASFERIMENTO DI MONICA C. ENTRAMBI IN REGIME FIES


Siamo di nuovo qui, tra queste pareti di cemento e sbarre, tra videocamere e carcerieri. Siamo di nuovo qui, senza abbassare il capo e restando orgogliosi di ciò che siamo. Orgogliosi di essere parte della tempesta imprevedibile che cerca di eliminare ogni traccia del Potere che ancora una volta getta la maschera e si mostra per ciò che è, nella sua brutalità e anche, perché no, nella sua debolezza. In questo particolare caso, la collaborazione tra stato cileno e spagnolo, al fine di organizzare il nostro arresto dimostra lo sforzo congiunto per neutralizzare chi viene considerato una minaccia, ma l’importanza che ci danno questi signori del Potere non riflette altro che la loro fragilità. I loro discorsi inconsistenti di sicurezza sono il velo che nasconde il timore di sapere che un evento può affrontare il timore generalizzato. I loro colpi e le loro minacce non fanno altro che rafforzarci nell’affilare le nostre idee e le nostre vite per prendere parte allo scontro permanente.
Salutiamo con un forte abbraccio tutte le dimostrazioni di appoggio, sono un’arma che indebolisce le sbarre. Intendiamo la solidarietà come la continua prova pratica delle nostre idee anarchiche, in ogni forma, che fanno capire al nemico che nulla finisce, che tutto continua in carcere o fuori. Dovunque ci si trovi: non un minuto di silenzio e una vita di lotta. Soprattutto all’immenso gesto solidale dei compagni che hanno utilizzato il loro corpo come armo entrando in sciopero della fame.
Salutiamo chi continua ad essere complice, a chi si avventura verso l’ignoto, a chi viene motivato dall’incertezza, a chi insiste per l’anarchia. A questi tutto il nostro rispetto e affetto. Abbiamo saputo con grande tristezza della morte di Sebastian, ma ci rallegra la sua vita coerente con i suoi ideali: un guerriero a tutto tondo.
Ci piacerebbe stare con i nostri compagni che ora piangono il nostro caduto, ma da qui inviamo loro molta forza e un “ci vediamo presto”.
Mónica Caballero
Francisco Solar

Il 21 Dicembre 2013 la compagna Mónica Caballero è stata nuovamente trasferita, stavolta, dal carcere di Estremera a quello di Brieva (Ávila).
Ricordiamo che la compagna anarchica Mónica, insieme a Francisco Solar, è stata arrestata il 13 Novembre 2013 con l’accusa di partecipazione al Comando Insurrecional Mateo Morral e di aver collocato l’artefatto esplosivo nella cattedrale si Saragoza.
Entrambi sono stati in precedenza assolti nel Caso Bombas. Monica e Francisco sono in regime di FIES.

Solidarietà e affetto sempre in rivolta per Monica e Francisco!