20 aprile 2015

PER FARLA FINITA CON IL PRIGIONIERO POLITICO (DES RUINES)

riceviamo e diffondiamo:
Per farla finita con il Prigioniero Politico

Da qualche anno in qua, vediamo riapparire il termine “prigioniero politico”. Un termine che credevamo scomparso da molti decenni, almeno all’interno delle sfere antiautoritarie.

Un termine diventato tipico di diverse sette marxiste o maoiste, di Amnesty International oppure degli oppositori politici borghesi a regimi autoritari come la Russia, la Birmania o l’Iran; oppure, ancora, nel quadro delle lotte dette di “liberazione” nazionale, dai Paesi Baschi al Kurdistan, passando per la Palestina; ma tipico anche dell’estrema destra. Ecco, in parte, il motivo della nostra inquietudine di fronte al rifiorire di questo termine qua e là per il mondo, in bocca a compagni. E se desideriamo farla finita, oggi e per sempre, con questo termine, non è soltanto perché si oppone a tutte le nostre prospettive antipolitiche, contro tutti quelli che vogliono gestirci, rappresentarci e dominarci per mezzo dell’arma della politica. È anche perché, assieme a questa risurrezione vi è, conscia od inconscia, la conseguenza malsana di creare delle distinzioni fra i prigionieri basandosi soltanto sui “crimini” dei quali lo Stato li accusa, attraverso la lente del Codice penale. Ciò crea una gerarchia sociale, secondo la supposta virtù degli atti incriminati, fra chi merita di più di essere liberato o sostenuto e gli altri. Azzerando tutte le secolari critiche anticarcerarie degli anarchici e degli antiautoritari. Si tratterebbe perciò di esprimere la propria solidarietà soltanto nei confronti di prigionieri detenuti a causa delle loro idee, a discapito del resto della popolazione carceraria, completamente dimenticata o utilizzata giusto per avvalorare sulla sua pelle un qualche discorso.
Ma cos’è un prigioniero politico, esattamente? Vediamo dalla parte del dominio: per il Consiglio d’Europa, per esempio, un detenuto deve essere considerato come prigioniero politico se la sua detenzione è stata imposta in violazione di una delle garanzie fondamentali enunciate nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in particolare “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, la libertà d’espressione e d’informazione e la libertà di riunione e di associazione”. Ma anche se la detenzione è stata imposta per ragioni meramente politiche, senza rapporto con una qualunque infrazione. Ma questo tipo di chiacchiere democratiche concerne gli anarchici?
Per essere chiari, noi sosteniamo che la maggior parte delle detenzioni, oggi come da sempre, sono dovute molto più a contesti e motivi politici che ad infrazioni precise. Perché, anche se in un processo le accuse si appoggiano quasi sempre su fatti precisi, sono pur sempre lo Stato ed il suo sistema giudiziario a decidere in quale misura reprimere questo o quell’atto specifico, questa o quella parte della popolazione. Perché la repressione di tutti gli atti detti “illegali” è cosa chiaramente impossibile tecnicamente. Ciò a causa del numero troppo elevato di leggi, del numero degli effettivi della polizia o di altre motivazioni tecniche, oppure politiche, dato che la tolleranza zero porterebbe con sé maggiori rischi di rivolta. La repressione dell’illegalità (di cui l’incarcerazione è uno dei mezzi) risponde quindi ad una strategia e ad un’agenda politiche.
Forse che non mettono le persone in galera allo scopo di fare salire o scendere le cifre che serviranno alle ambizioni elettorali dei politici, per dimostrare un discorso oppure per gettare polvere negli occhi? Forse che non incarcerano principalmente degli indesiderabili che non vogliono vedere altrove nella società, indesiderabili che molto spesso sono alle prese con le istituzioni repressive a causa della loro povertà e quindi della loro incapacità di difendersi con gli strumenti che la giustizia sostiene “garantire” loro, come gli avvocati, che lavorano solo se vengono pagati caro, oppure le garanzie di reddito e di residenza, un lusso per la maggior parte dei detenuti. Tutto è fatto in modo che le prigioni siano piene di poveri ed esse lo sono, questo è sicuro.
Allora, se la giustizia non può che essere una giustizia della borghesia contro i poveri indocili (o meno), una giustizia di classe, allora quale prigioniero non è un prigioniero politico? Se la prigione ha delle vere funzioni politiche e sociali, come il mantenimento dell’ordine e la pace sociale, allora quale prigioniero non è un prigioniero politico? Per dirla in maniera più semplice, dato che la prigione è uno strumento politico, allora tutti i prigionieri sono dei prigionieri politici. Ed in tal caso, tanto vale buttare il termine nel dimenticatoio della politica, appunto. Perché quest’ultima non è qualcosa che noi rivendichiamo, ma qualcosa che vogliamo distruggere fino alla sua ultima manifestazione.
Per di più, possiamo anche mettere in dubbio questo termine per quanto riguarda i suoi aspetti “innocentisti”. In effetti, viene spesso utilizzato per qualificare il carattere “ingiusto” di una incarcerazione, come spesso avviene con Mumia Abu-Jamal, Georges Ibrahim Abdallah o le Pussy Riot, tanto per utilizzare degli esempi fra i più celebri o mediatizzati al giorno d’oggi. Sovente, questo si palesa attraverso l’insistenza a voler dimostrare che si è “innocenti”, poiché detenuti unicamente a causa delle proprie idee: esigere uno statuto di prigioniero politico significa esigere la libertà d’espressione (o il suo rispetto, in quei paesi in cui essa è già ufficialmente e teoricamente riconosciuta). Ciò comporta l’effetto perverso di giustificare allo stesso tempo la detenzione dovuta a “veri” delitti, che non rilevano di tale libertà d’espressione. Nel caso in cui i prigionieri abbiano con ogni evidenza commesso gli atti di cui sono accusati e li riconoscano, definirli come “prigionieri politici” significa voler provare che quegli atti non erano che una risposta a leggi “ingiuste” ed “illegittime”, come se certe altre (quelle per cui sono rinchiusi gli altri prigionieri) fossero “giuste” e “legittime”. Alla fine, nei due casi si tratta di affermare la loro innocenza rendendoli non responsabili, in una maniera o in un’altra, oppure cercando di rendere i loro atti legittimi agli occhi del nemico. Un approccio che non converrebbe, per esempio, per dei rapinatori, e che ad ogni modo non ha nulla di anticarcerale o di rivoluzionario. Che si tratti di esigere la “libertà d’espressione” o di protestare contro l’”ingiustizia” di una legge, entrambe queste manovre non sono altro che richieste fatte allo Stato in vista di riformarlo, migliorando così il suo dominio sulle nostre vite.
In quanto anarchici, noi non vogliamo entrare in un dibattito politico (con o senza il potere) per definire cosa è moralmente giusto e virtuoso e cosa non lo é. Da buoni profani, lasciamo tutto ciò alla loro giustizia e alle loro chiese di ogni tipo. La sola cosa che ci interessa, quanto alla prigione, è la sua distruzione totale e definitiva, senza trattative e senza transizione. E sarà soltanto attraverso la lotta e la rivolta, all’interno come all’esterno, che vi arriveremo.
Non stiamo dicendo, qui, che tutti i prigionieri meritano la nostra solidarietà incondizionata. Perché non vediamo la solidarietà come un debito o un dovere, ma come un’arma di reciprocità nella guerra contro l’esistente. Ecco perché la nostra solidarietà va a tutti i prigionieri in rivolta che, senza mediazioni, lottano contro le condizioni a cui sono sottoposti, senza particolari distinzioni. Perché se non condividiamo il pensiero o gli atti di tutti i prigionieri e a volte possiamo anche disprezzarli completamente, dobbiamo essere chiari su un punto: ci opponiamo alla detenzione in tutte le sue forme e non la auguriamo nemmeno ai nostri peggiori nemici. La relazione che intratteniamo con i prigionieri in rivolta è, quindi, una relazione interessata, perché si tratta dell’incontro fra interessi che convergono, quelli della rivolta e/o dell’insurrezione. Non è questione di martiri o di grandi abnegazioni… Non si tratta di altruismo, si tratta soltanto di compagni, quindi di complicità, che non dev’essere confusa con la carità.
Certo, è più facile per noi dare la nostra solidarietà a compagni piuttosto che a sconosciuti con cui non abbiamo una storia comune, perché il come e il quando ci sono più facilmente e rapidamente accessibili ed identificabili, ma la solidarietà non deve far prova di oziosità, essa deve oltrepassare le frontiere identitarie dei piccoli gruppi, per allargarsi a tutti i prigionieri della guerra sociale e tendere alla libertà di tutti, altrimenti questa solidarietà non avrebbe nulla di rivoluzionario, sarebbe soltanto un vuoto segno di riconoscimento fra persone avvedute, che non vale più di qualunque altra forma di solidarietà comunitaria e identitaria.
A partire da tutto ciò, quando sentiamo dei rivoluzionari antiautoritari dichiararsi “prigionieri politici”, o peggio ancora esigere tale statuto dal nemico, deploriamo una tale maniera di distinguersi dagli altri prigionieri. Qual è la volontà dietro tutto ciò, se non quella di far valere l’”illegittimità” della propria detenzione oppure chiedere al nemico un trattamento differenziato, dei privilegi o un’amnistia?
Capiamo bene qual è l’interesse ad essere raggruppati fra rivoluzionari, in prigione; la vita quotidiana vi è più fluida e i prigionieri potrebbero probabilmente capirsi meglio (ma perché, esattamente?). Ma, d’altro canto, il separarsi dagli altri detenuti è davvero una buona idea per un agitatore rivoluzionario, qualcosa che molti fanno già fuori rinchiudendosi in modi di vita comunitari, all’interno di centri sociali e contro-culturali in ambienti sclerotizzati di consanguineità?
D’altra parte non è un caso se, come si può vedere in Grecia o in Italia, lo Stato ha piuttosto una tendenza a raggruppare i prigionieri anarchici fra di loro, separati dagli altri detenuti. Si tratta proprio di evitare che le loro idee e le loro pratiche di rivolta e di lotta si diffondano fra il resto della popolazione, di evitare l’infezione. Si tratta di assicurare la pace e l’ordine separando quelli che, riuniti, potrebbero far sudare ancor di più le amministrazioni penitenziarie.
Noi rifiutiamo, quindi, tale distinzione fra “prigionieri politici” e “prigionieri di diritto comune”, poiché essa diventa per forza una giustificazione del sistema carcerale. Perché non ci sono prigionieri politici, oppure tutti i prigionieri sono politici, quindi nessuno.

Solidarietà con i prigionieri e le prigioniere della guerra sociale,
libertà per tutti e tutte.


Alcuni anarchici antipolitici ed antisociali per l’infezione.

[Tratto da Des Ruines, Revue anarchiste apériodique, n. 1, gennaio 2015.]

14 aprile 2015


 
 

ARRESTI DOPO L'AGGRESSIONE AL CSA DORDONI

Ancora arresti a Cremona. Nella mattina di venerdì 10 aprile 2015, in merito alle indagini per l'aggressione fascista al CSA Dordoni e al ferimento di Emilio, due compagni del centro sociale sono stati portati in carcere con l'accusa di rissa aggravata, altri quattro ai domiciliari, tra cui Emilio. Tra le fila fasciste, 2 in carcere per tentato omicidio e 5 ai domiciliari.
A febbraio, per gli stessi fatti erano state perquisite alcune abitazioni di compagni e fascisti.

Seguiranno aggiornamenti e comunicati

Diretta con un compagno su Radio Blackout

COMUNICATO DELLA CASSA ANTIREPRESSIONE DELLE ALPI OCCIDENTALI SULLE PERQUISIZIONI A CUNEO E MENTOULLES

FONTE
Riceviamo e diffondiamo un comunicato in seguito alle perquisizioni avvenute nel mese di marzo a Mentoulles e a Cuneo e all’inchiesta per 270bis nei confronti di alcuni compagni

L’impianto dell’inchiesta, simile a decine di altre negli ultimi anni, e diretta dai pm Padalino e Rinaudo, si basa sull’individuazione di un doppio livello delle attività politiche: uno legale e pubblico, e uno occulto e fuorilegge, facendo riferimento ad azioni extralegali non meglio specificate.

Elemento di una qualche novità in questa inchiesta è il puntare l’indice e la lente di ingrandimento nei confronti delle attività di una cassa di solidarietà per i prigionieri (in questo caso la Cassa antirepressione delle Alpi Occidentali) e di conseguenza il voler mettere sotto accusa la pratica della solidarietà.

Attaccare coloro che sostengono i compagni rivoluzionari o quanti siano sottoposti a condizioni di privazione della libertà, ostacolare la solidarietà con i detenuti e rompere i legami e i contatti con chi è fuori dal carcere ha un sapore antico e preoccupante. Rendere illegali le attività di sostegno ai detenuti e la lotta contro la repressione, è uno degli aspetti della strategia inquisitoria, da sempre nelle mani di magistrati e inquirenti. Adagio già tentato in Italia, anni fa, e nella penisola iberica oggi come in passato.

L’obiettivo è fare piazza pulita di ogni dissenso e cancellare la solidarietà, tranne quella pietista e assistenziale che obbedisce ai criteri imposti dallo Stato, per avere mani libere e meglio soffocare i conflitti sociali. Colpendo le casse di solidarietà ai prigionieri, si cerca di isolare i prigionieri, minacciare le loro famiglie, i loro amici e compagni, spezzare la loro resistenza.

La Cassa delle Alpi è un’ esperienza condivisa da molte persone interessate alla questione carcere e che non considerano la Legge un valore in sé, e nasce dalla necessità di dedicarsi con costanza alla resistenza nei confronti degli attacchi della repressione, di produrre critica nei confronti del sistema carcere e di garantire un sostegno a chi finisce in galera, o è oggetto di altre misure restrittive. Consapevoli dell’importanza di un filo diretto con coloro che vengono rinchiusi, per evitarne l’isolamento ma anche gli abusi e l’accanimento nei loro confronti e ben consci che questa attività resistenziale da sola non basti, pensiamo comunque che sia un aspetto inscindibile da altre pratiche e metodi accomunati dagli stessi obiettivi e contro gli stessi nemici.
Rifiutiamo la logica inquisitoria che vuole indicare alcuni di noi come principali responsabili di questa attività e ribadiamo la nostra ferma intenzione nel continuare la pratica della solidarietà, che è uno degli aspetti principali della lotta e a cui non intendiamo rinunciare.

Nessuna inchiesta potrà farci dimenticare o far venire meno il sostegno ai prigionieri rivoluzionari incarcerati accusati di aver provato a mettere in scacco lo stato delle cose presenti e ai detenuti ribelli di giorno in giorno più numerosi che cercano di sopravvivere nelle maglie sempre più strette di questo sistema.

In un mondo in cui la solidarietà diventa un crimine, non possiamo che dichiararci tutti e tutte complici.

Cassa AntiRepressione delle Alpi occidentali

9 aprile 2015


LO SCIOPERO DELLA FAME DELLA CCF HA VINTO

da ContraInfo

LO SCIOPERO DELLA FAME DELLA COSPIRAZIONE DELLE CELLULE DI FUOCO HA VINTO

Oggi è il giorno in cui si è aperta una breccia nelle mura che ci imprigionano. Dopo 32 giorni di sciopero della fame, la madre di Christos e Geronimos Tsakalos e la ragazza di quest’ultimo presto usciranno dal carcere, di nuovo libere…
32 giorni di sciopero della fame, con 8 compagni della Cospirazione delle cellule di fuoco ricoverati in ospedale, in equilibrio tra la vita e la morte. Mihalis si è ritrovato in ICU(ndt: unità intensiva) gli ultimi giorni, Olga è arrivata a pesare 40 chili, Panagiotis aveva già la salute compromessa da precedenti interventi chirurgici alla testa, Giorgos P. ha un problema cardiaco, con i battiti che hanno raggiunto i 30 e tutti loro dalle misurazioni mediche hanno perso circa il 15/20 % del peso corporeo iniziale.
32 giorni, lo sciopero della fame è diventato un quotidiano, lento tormento mortale, per non farci giungere ad una tregua con la morte assoluta di un ricatto emotivo. Un insidioso ricatto che l’autorità voleva imporci sequestrando e tenendo i nostri familiari in ostaggio in carcere.32 giorni di sciopero della fame, ogni battito del nostro cuore che si affievoliva, ci ricordava la promessa che ci eravamo fatti quando ci siamo incontrati l’ultima volta, ”andiamo avanti, fino alla libertà…”
Dopo 32 giorni di sciopero della fame, l’ombra della repressione si è affievolita, i muri della cattività si sono indeboliti e la prigione ha ammesso la sua sconfitta.
Questa vittoria non è solo il risultato dello sciopero della fame della Cospirazione delle cellule di fuoco. E’ una vittoria dell’ intero mondo solidale con attacchi incendiari, occupazioni, sabotaggi, cortei, presidi, interventi inaspettati, che hanno rotto la pace sociale, trasformatole città in campi di momenti insurrezionali ed edifici occupati in laboratori viventi di situazioni sovversive. Nella vita quotidiana in cui il desiderio di libertà è stato sospeso in maniera indefinita, la vita è fluita attraverso piccoli e grandi gesti di liberazione, con fuochi, slogans e gli occhi scintillanti degli incappucciati.
Siamo invasi da innumerevoli pensieri che vogliono essere colmati con parole adeguate. Ma ora, non è un giorno per fare celebrazioni, ne resoconti vittoriosi. Oggi sospendiamo uno sciopero della fame, avendo battuto gli spaventapasseri dell’autorità che volevano i nostri familiari in carcere, MA nello stesso tempo lo sciopero della fame dei restanti prigionieri politici, per tutte le richieste presentate, continua…I giorni che seguono sono critici sia per la loro salute che per l’intera scommessa della lotta anarchica. Quindi, non c’è tempo di rilassarsi ne di celebrare la vittoria. Il dado è stato tratto molto tempo fa…Noi, come Cospirazione delle cellule di fuoco, rimaniamo sulle barricate e prepariamo il contrattacco, sostenendo la lotta condotta fuori e dentro le prigioni.
L’autorità ed i suoi spaventapasseri dovrebbero sapere che ogni colpo giudiziario, ogni incarcerazione, ogni momento di oppressione, ogni menzogna propagandistica, ogni ombra della moralità borghese, torneranno indietro ai loro artefici ed istigatori, con moltiplicate potenza e vemenza .Con il potere e la vemenza del sabotaggio del fuoco, dell’esplosione, dell’ esecuzione…Alla guerra , rispondiamo con la guerra. E’ tempo per noi di attaccare per primi…
FORZA E SOLIDARIETA’ al compagno anarchico Nikos Maziotis,membro di R.S. ,ed alla rete dei Prigionieri in lotta.
VITTORIA ALLA LOTTA DELLO SCIOPERO DELLA FAME

TUTTO CONTINUA…
Cospirazione delle Cellule di fuoco – FAI/IRF,
Cellula dei prigionieri
04/4/201
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COMUNICATO SUGLI ANTIFASCISTI ARRESTATI A CREMONA

riceviamo e diffondiamo:

Parlare di antifascismo è la doverosa memoria di un percorso caratterizzato dall’azione diretta che fa storicamente parte dell’identità del movimento. Fare antifascismo è combattere un nemico profondamente radicato nella
nostra società nulla mutando nel tempo della propria indole prepotente e violenta.
A Cremona ne abbiamo avuto prova il 18 gennaio con il pestaggio di Emilio e l’aggressione al CSA Dordoni. La manifestazione nazionale di risposta e la modalità di conflitto che il movimento ha portato in
piazza il 24 gennaio, sono stati la giusta rivendicazione dell’aspetto militante dell’antifascismo che ne è l’espressione più efficace oggi  come sempre.
La notte di lunedì 30 marzo con l’arresto dei compagni per i fatti del 24 gennaio abbiamo visto la reazione dello stato, che investe sempre  più energie per dotarsi di strumenti finalizzati alla dura repressione di momenti di lotta conflittuali come  quelli di Cremona. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà agli arrestati. Il nostro sostegno va anche a tutti i compagni che erano in piazza a Cremona, ai  quali lo stato sta cominciando oggi a dare risposta. Con l’avvicinarsi del 25 aprile questi fatti offrono uno spunto per la riflessione sulle pratiche dell’antifascismo e su come portarlo efficacemente nei diversi contesti.

F.O.A. BOCCACCIO – CORDA TESA

ALCUNE RIFLESSIONI SUI FATTI DI PARMA

Riceviamo e diffondiamo:

Il 14 marzo è uscito in prima pagina sulla Gazzetta di Parma un articolo, firmato da Chiara Pozzati, col seguente titolo: "Cinque giovani dei centri sociali indagati per violenza sessuale", menzionato poi anche in notiziari nazionali, citando esplicitamente che i coinvolti sarebbero militanti antifascisti.
A tal proposito ci sembra decisamente utile fare alcune riflessioni piuttosto che puntare il dito accusando qualcuno, atto che non ci si addice proprio. Siamo ben consapevoli che l'argomento sia spinoso e non facile, ma ci sembra necessario chiarire alcuni punti.
Abbiamo deciso di non esprimerci per nulla sul fatto in sé dato che le indagini sono ancora in corso e quindi si rischia di danneggiare qualcuno degli imputati; non ci sembra il momento opportuno, ma siamo sicuri che, a tempo debito, le cose da dire saranno tante. Fermo restando che l'atto dello stupro non è e non deve essere tollerato.
L'articolo, per poter essere letto e analizzato seriamente, non va considerato isolato dal contesto. Infatti, già da alcuni mesi viene portata avanti una campagna mediatica dalla Gazzetta di Parma (e spesso gli articoli sono firmati dalla stessa Chiara Pozzati) e non solo, incentrata sulla lotta contro gli sfratti, gli antifascisti e un centro sociale in particolare (SPA Sovescio).
Lo stesso giorno, infatti, nella stessa pagina, quasi come se i due articoli fossero collegati, se non proprio consequenziali, era presente anche un altro articolo riguardante lo SPA Sovescio e i suoi inquilini.

Inoltre anche il giorno precedente lo spazio sociale e i suoi inquilini si sono guadagnati la prima pagina della Gazzetta di Parma. E anche questo articolo firmato da Chiara Pozzati. Tutto questo a dimostrare la volontà mediatica di sbattere il mostro in prima pagina e il ruolo dei media di ingranaggio della macchina repressiva. La loro funzione quella di creare terra bruciata attorno a chi viene, per un motivo o per l'altro, colpito dalla repressione, di creare terreno fertile per la stessa e di dividere le realtà in lotta.
I fatti, secondo quanto ricostruiscono i giornali, sarebbero avvenuti in Via Testi, nello specifico in una piccola stanza, allora sede della Rete AntiFascista Parmigiana (ma anche di altre realtà). Ci sembra totalmente strumentale il voler collegare questa sede con uno spazio occupato nato in un altra zona della città e a 3 anni di distanza dai fatti in questione.
Nei giorni subito seguenti si è verificata una levata di scudi. In tanti, troppi, hanno fermamente e superficialmente preso una posizione in merito. Per quanto riguarda partiti e politicanti vari non ci interessa citarli, lasciano il tempo che trovano. Per quelli che, d'altro canto, incrociano il nostro cammino durante alcune lotte, invece, ci sono alcuni punti che ci preme evidenziare.
Ci sembra, infatti, che ogni qual volta vengano toccati certi tasti ( "stupro", "terrorismo", "mafia", ... ) l'obiettività di molti verso i media scompare immediatamente e tutto ciò che viene scritto o detto viene preso come oro colato.
Tante sono state le voci che, al limite del forcaiolo, nella foga dell'esprimere la propria estraneità a queste pratiche e fatti, hanno augurato che la giustizia (dello Stato) faccia il suo corso. Arrivando inoltre ad auspicare agli indagati di non incrociare mai le loro strade.
Da ciò, le questioni secondo noi importanti sono due: riteniamo che sia inaccettabile prendere posizioni e distanze senza aver prima effettivamente verificato, per quanto possibile, i fatti, ma anzi, dare pieno credito a sbirri magistrati e giornalisti vari. Pensiamo che questo sia un precedente importante e che questa strada non vada intrapresa alla leggera, altrimenti agli organi repressivi basterebbe un'infamata pubblica, con o senza elementi, veritieri o inventati che siano, per annientare un'intera realtà.

L'altra questione che ci preme trattare è l'importanza e il peso delle parole. Una lezione che i media hanno imparato molto bene è proprio questa: certe parole sono più patite di altre. Quando le sentiamo, infatti, andiamo in confusione e non vediamo più chiaramente i fatti. Non ci si rende però conto che l'utilizzo strumentale di certi termini è un comportamento infame, nel significato letterale di "non degno della pubblica stima", e in quanto tale andrebbe lasciato al nemico, non andrebbe imitato. Tuttavia si ha troppo spesso questa tendenza a puntare il dito e accusare senza averne alcuna certezza.

Chiunque voglia distruggere l'esistente e/o lottare contro questa società in toto, ma anche chi decide di spendersi senza compromessi per traguardi e lotte specifiche, può essere colpito dalla repressione.

Senza lottare contro di essa, però, ogni sforzo rivoluzionario (o antifascista, antisessista...) risulterà vano. Proprio per questo ci sembra totalmente ipocrita e inaccettabile lamentarsi delle manganellate della polizia, delle denunce più o meno pesanti, di campagne mediatiche e quant'altro quando si viene colpiti in prima persona, per poi invocare la giustizia dello Stato o dissociarsi da chi viene accusato e indagato da sbirri magistrati e giornali. È proprio in questi momenti che è necessario rivolgersi ai diretti interessati e trarre le proprie conclusioni (ed eventualmente agire di conseguenza) dalle parole di un compagno, e non da quelle di un giornale, o delle carte processuali. Ipocrisie come queste sono utili soltanto a rafforzare la repressione stessa.

L'ultima, ma non per importanza, riflessione in merito è invece relativa alle tempistiche. Pensiamo sarebbe stato doveroso socializzare l'apertura delle indagini e le conseguenti perquisizioni molto tempo prima dei tempi giudiziari o mediatici, quanto meno per informare le realtà vicine di quanto stava succedendo. Ci rendiamo conto che l'argomento sia molto delicato e proprio per questo possiamo capire come mai ciò non sia stato fatto; ovviamente, col senno di poi, questo ci dimostra come sia stato miope e deleterio sottovalutare la questione.

Che tutto questo possa servire da esempio, per poter limitare i danni in caso di altre operazioni simili.


Alcuni compagni di Parma

RADIOCANE: SULLA ROTTA DEI PIRATI A MILANO

riceviamo e diffondiamo:


Protagonisti di numerose occupazioni sul territorio milanese Proprietà Pirata Riot Club è una multiforme comunità nomade metropolitana.
Uno dei compagni della ciurma ci introduce agli usi e costumi pirateschi: tra occupazioni, sgomberi e nuovi approdi, la mobilità come scelta e il mutuo soccorso internazionale come attitudine, nonché l’attuale rotta contro Expo 2015.

http://www.radiocane.info/pirati-milano/


3 aprile 2015

BERGAMO: OCCUPATO TERZO APPARTAMENTO - I PIRATI DI VIALE VENEZIA 22

riceviamo e diffondiamo:

 Occupato il terzo appartamento in viale venezia 22,
APRIRE UNA PORTA PER APRIRNE ALTRE MILLE!
I pirati e le piratesse di viale venezia 22

1 aprile 2015

SCRITTO DI FRANCISCO SOLAR SULL'OPERAZIONE PANDORA

da crocenera

SPAGNA: UNO SCRITTO DI FRANCISCO SOLAR SUL CASO PANDORA

Allucinazioni, intimidazioni e controllo.

“Siamo perseguitati? Ebbene: è logico che siamo perseguitati, perché siamo una minaccia costante per chi rappresenta il sistema. Per far sì che non ci perseguitino dovremmo adeguarci alle loro leggi, conformarci a loro, integrarci nel sistema, burocratizzarci fino al midollo delle ossa ed essere perfetti traditori…Ma, é quello che vogliamo? No. Quindi la nostra pratica quotidiana deve nutrirsi della nostra immaginazione creativa, La nostra forza sta nella nostra capacità di resistenza. Possiamo fallire, ma non dobbiamo mai piegarci a nessuno “. Buenaventura Durruti
Le spiegazioni sul colpo repressivo del 16 dicembre possono essere tante e svariate, cause generali e specifiche che si sono incrociate per tessere le deliranti reti del potere che hanno portato all’arresto dei nostri amici e compagni.
Forse una delle cause generali potrebbe riguardare l’esordio e l’attuazione della Legge sulla Sicurezza Cittadina, nota come “legge bavaglio”, che, insieme all’inasprimento del codice penale, che ripristina l’ergastolo, fornisce un quadro che mira a garantire un controllo più efficace da parte dell’autorità che si fortifica sulle sue costanti paranoie. Sono state indurite le pene per gli attentati alle autorità, per disordine pubblico e la disobbedienza, allo stesso modo vengono punite le proteste sociali come quelle effettuate dal 15M o dalla PAH (piattaforma dei colpiti dall’ipoteca). I settori progressisti e i socialdemocratici dicono che così lo stato “lascia meno spazio per la libertà” e che “la lotta per i diritti viene criminalizzata“. Come si può vedere, questo giro di vite da parte dell’apparato giuridico-repressivo attacca il cittadino, cioè, coloro che lottano per maggiori e migliori leggi, per maggiore e migliore democrazia, per ottenere un grado superiore di partecipazione alla gestione della miseria.
Libertà e diritto suonano in modo contraddittorio. Come anarchici siamo coscienti che più diritti vengono concessi e più forte diventa lo Stato e, pertanto, la nostra sottomissione aumenta. Non perché con un’oppressione sottile, più democratica, cesserà di esserlo, ma al contrario, nella sua invisibilità si naturalizza e conseguentemente si rafforza. Siamo quindi in contrasto con la categoria dei cittadini, e instancabilmente e ostinatamente cerchiamo di essere individui liberi e non siamo disposti a mendicare più anelli alle nostre catene. La lotta per i diritti civili non è la nostra.
E’ probabile quindi che nell’indurimento dei meccanismi di controllo, il potere desideri colpire gli anarchici con una chiara affermazione e minaccia che faccia da monito alle conseguenze che subirà chi si pone contro di esso. Niente di nuovo. In varie occasioni il potere è “ricorso” agli anarchici per sperimentare i suoi aggiustamenti e modifiche legali per rafforzarsi.
L’innegabile crescita della lotta di strada in questo ultimo anno a Barcellona, sia in quantità che intensità, può essere un’altra causa dell’arresto dei nostri amici. La perdita della paura nelle manifestazioni è stata evidente e notevole, il che porta ad un rifiuto nella pratica dei valori civici del comportamento dei cittadini. Per un istante i giovani prendono il controllo della propria vita rompendo con quello che è stabilito e sono questi i momenti fugaci in cui il potere cerca di fermare nella sua diffusione ed estensione con la sua classica strategia; repressione e carcere per chi esplicitamente e pubblicamente rivendica la Liberazione Totale.

Il F.I.E.S. nel carcere e nella strada

Oltre alle cause derivanti dal contesto generale di controllo specificamente nella creazione della legge sulla Sicurezza Cittadina e l’indurimento del codice penale, si incontrano le tattiche repressive utilizzate da diversi stati-nazioni contro gli ambienti anarchici tradotte in arresti di massa e con imprecise accuse di terrorismo. Marini, Cervantes, il Caso Bombas, Ardire e la nuova Operazione Pandora fanno parte della stessa logica di essere esempi di una strategia che piuttosto che concentrarsi su determinate responsabilità per fatti specifici, colpisce gli spazi anarchici cercando così di controllare l’anarchismo in generale. Misure specifiche di sicurezza in carcere e sorveglianza ed intercettazioni telefoniche all’esterno. Il controllo è costante e mira ad estendersi a diversi e più ambienti con l’uso di maggior e miglior tecnologia. Se i detenuti sono o non sono responsabili per le azioni di cui sono accusati (che in questo caso costituisce anche un enigma), al potere non interessa, non è questo lo scopo, dimostrato dal fatto, tra l’altro, di assenza di chiarezza delle accuse. Cerca di esercitare un controllo diretto sugli ospiti permanenti il cui obiettivo principale è l’inazione e l’immobilizzazione. Sebbene questi colpi repressivi giustificano le indagini e, quindi, il controllo di gran parte dell’ambiente anarchico e anche di alcuni settori della sinistra, l’applicazione del diritto penale definito dal nemico e ideologo nazista Carl Schmitt e la conseguente detenzione in carcere è riservata solo ad alcuni; per chi rivendica senza ambiguità e scontrandosi con il potere, per chi insiste sull’autonomia e la libertà incondizionata senza cadere nel cittadinismo o l’indipendenza nazionale, per coloro che usano tutta la loro creatività e la volontà per costruire reti di sostegno e solidarietà con i propri detenuti. Questa è una costante in tutti gli attacchi da parte del potere in diversi paesi e penso che la questione dei nostri compagni e amici non è un’eccezione.

Francisco Solar Dominguez
CP Villabona-⁠Asturias – Modulo di isolamento.


Traduzione Radioazione
Fonte Publicacion Refractario

ARRESTATI DUE COMPAGNI A CREMONA PER DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO

da Csa Kavarna


Nella sera di lunedì 30 marzo, la polizia di Cremona, ha arrestato due ragazzi contestando la pesantissima accusa di devastazione e saccheggio per la manifestazione antifascista del 24 Gennaio a Cremona.

Nella giornata di oggi Tide e Sbob sono stati portati nel carcere di Cremona e giovedì mattina il Gip si pronuncerà sulla convalida dell’arresto.

L’accusa di devastazione e saccheggio emerge ancora per criminalizzare momenti di ribellione, come successo nel 2001 a Genova e a Roma per la rivolta del 15 Ottobre 2011.

Si cerca di reprimere una manifestazione antifascista e quello che è successo attraverso la solita formula di “devastazione e saccheggio” proveniente dal Codice Rocco, legislazione fascista.

Questo è uno dei tanti attacchi repressivi avvenuti nell’ultimo periodo nella città di Cremona e non solo.

Chi devasta e saccheggia le nostre vite è lo Stato in tutte le sue forme.

Chi si rivolta non è mai solo.

Tide e Sbob liberi!
Libere/i tutte/i!

Amici e compagni
Per scrivere ai prigionieri:

Mattia Croce - Via Palosca 2- 26100 Cremona (CR)

Aioub Babassi - Via Palosca 2- 26100 Cremona (CR)
Il concerto del 5 aprile è rimandato a data da definirsi.
Appena possibile faremo avere maggiori info sulla futura data.
Per info e contatti: lab.lazona@gmail.com