9 dicembre 2015

DICEMBRE NERO - PER UNA NUOVA POSIZIONE DI LOTTA DELL'INSURREZIONE ANARCHICA

Fonte


Segue uno scritto del prigioniero anarchico Nikos Romanos tratto da contrainfo, sito all'interno del quale potete trovare una cronologia parziale delle azioni rivendicate e dedicate al Dicembre Nero:


“Odio l’individuo che china il suo corpo sotto il peso di una potenza sconosciuta, di un X qualsiasi, di un Dio. Odio tutti coloro che cedendo ad altri per paura, per rassegnazione, una parte della loro potenza di uomini non solamente si schiacciano, ma schiacciano anche me, quelli che io amo, col peso del loro spaventoso concorso o con la loro inerzia idiota. Li odio, sì, io li odio, perché lo sento, io non mi abbasso sotto il gallone dell’ufficiale, sotto la fascia del sindaco, sotto l’oro del capitale, sotto tutte le morali e le religioni; da molto tempo so che tutto questo non è che una indecisione che si sbriciola come vetro…”
–Joseph Albert (Libertad)

Ci sono momenti nella storia in cui la casualità di alcuni eventi può provocare delle variabili dinamiche in grado di paralizzare quasi interamente lo spazio-tempo sociale.

Era la notte di sabato 06 dicembre 2008 quando in pochi istanti c’è stato il culmine del conflitto tra due mondi. Da un lato la violenza insurrezionale, giovanile, entusiasta, spontanea e impetuosa; dall’altro l’apparato ufficiale e instituzionale dello stato che, legittimamente, reclama il monopolio della violenza attraverso la repressione.

No, non si è trattato di un ragazzino innocente e un poliziotto paranoico che si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma di un giovane compagno ribelle che ha attaccato una pattuglia, in una zona in cui gli scontri con le forze di repressione erano frequenti, e di un poliziotto che pattugliava quella stessa zona e, obbedendo all’idea personale di onore e reputazione della polizia, ha deciso di affrontare da solo gli agitatori. È stato un conflitto fra due forze opposte: da una parte l’Insurrezione, dall’altra il Potere, con i protagonisti principali di questo conflitto che rappresentavano il proprio campo.

L’assassinio di Alexandros Grigoropoulos da parte del poliziotto Epameinondas Korkoneas, e l’ampia sommossa che ne è conseguita, hanno causato un elettrochoc sociale potente, perché l’immagine di “pace sociale” ne è uscita distrutta e l’esistenza di questi due mondi contrapposti è diventata visibile nel modo più evidente, scatenando situazioni da cui non era facile tornare indietro, almeno non senza la creazione e la manifestazione di eventi la cui dinamica nessuno poteva più fingere di non aver notato, di non aver visto, di non aver sentito, di non aver preso in conto.

La rivolta del 2008 ha scosso una società che, per la maggior parte, approfittava ancora della benedizione consumistica e della cultura dello stile di vita occidentale, e ignorava le conseguenze insopportabili dell’incombente crisi economica. Ha causato imbarazzo, torpore e paralisi percettiva, poiché la maggioranza del corpo sociale era incapace di capire da dove saltassero fuori le tante migliaia di rivoltosi che creavano disturbi di tale portata.

All’indomani della rivolta, numerosi intellettuali, analisti politici, professori, sociologi, psicologi, criminologi, e persino artisti, approfittando tutti del loro prestigio e della loro notorietà professionale, hanno partecipato al dibattito pubblico, non solo per interpretare Dicembre ’08, ma anche per privarlo di senso, diffamandolo e condannando allo stesso tempo la violenza, da dovunque venisse, rendendo ben chiaro quale fosse il loro reale ruolo sociale.

C’è molto da dire su Dicembre ’08 e la sua eredità insurrezionale, come è stato manifestato attraverso decine di gruppi di azione diretta che si sono moltiplicati in maniera esplosiva in tutto il paese, creando un fronte di minaccia interna. Un periodo in cui l’azione diretta anarchica ha minato la normalità sociale quasi quotidianamente. Ma quello che vogliamo innanzi tutto è ricordare…

Ricordare cos’è stato Dicembre ’08 e come l’anarchia, assumendo un ruolo da protagonista, ha contribuito all’apparizione di situazioni dinamiche che hanno acquistato risonanza nel movimento anarchico internazionale.

Ricordare il momento in cui l’anarchia ha superato la paura dell’arresto, della prigionia e della repressione violenta, acquisendo così un’enorme fiducia in se stessa, passando ad azioni e gesti che fino ad allora sembravano impossibili; una fiducia che si è manifestata con l’intera gamma di azioni anarchiche multiformi, dai semplici interventi pubblici a ogni tipo di occupazioni, e dalle pratiche conflittuali spontanee alle azioni offensive più organizzate.

Vogliamo ricordare il nostro giovane compagno colpevole della propria spontaneità che ha pagato con la vita. In altre circostanze avremmo potuto essere al suo posto, poiché lo stesso entusiasmo insurrezionale ci pervade da allora, e tra l’altro, TUTT* dovremmo ricordare le nostre origini invece di esorcizzarle.

Vogliamo ricordare la bellezza del paralizzare lo spazio-tempo sociale attraverso corto-circuiti sociali piccoli o grandi.

Vogliamo ricordare quanto può diventare pericolosa l’anarchia, quando vuole…

Vogliamo rivivere i giorni in cui “morte non avrà dominio, i morti nudi saranno uno on l’uomo nel vento e la luna occidentale, e irromperanno nel sole fin che il sole cadrà” (versi parafrasati da un poema di Dylan Thomas).




“È così che impariamo l’umiltà.
Quante volte la gente è rimasta seduta
a casa e aspettato da sola,
aspettato che i compagni
tornassero?
La battaglia è pianificata
Ogni minuto conta
Ogni persona sa quello che deve fare
Sono state prese tutte le precauzioni.
Stanotte quanti guerriglieri stanno combattendo?
Stanotte la radio annuncia
che la polizia sta cercando di ricacciare
dalle strade centinaia di manifestanti.
Le pietre volano,
puoi sentire i canti, i vetri che si spaccano,
le sirene dietro il chiacchiericcio nervoso del cronista.
Le undici.
Non è ancora finita.
Quanti sono passati prima di noi?
Le linee risalgono
lungo la storia.
Quante ne restano ancora da fare?”
–La tribù dell’Aquila orgogliosa del Weather Underground

Partendo da una semplice osservazione, il bisogno imperativo di tracciare una strategia il cui nucleo sia l’azione anarchica molteplice che si scontri frontalmente col Potere e i suoi esponenti, siamo sicuri che il contributo di un’altra proposta teorica sull’organizzazione anarchica non sarebbe proficuo, se dovesse restare all’interno della struttura ristretta dell’inflessibilità ideologica. Se non tentiamo di sciogliere le nostre contraddizioni quotidiane attraverso azioni che siano complementari della lotta di liberazione nel suo complesso, siamo destinati ad annegare nella marea di introversione che pervade i circoli anarchici.

Crediamo che per elaborare una strategia – sui cui assi si incroceranno gruppi di affinità, lotta multiforme e insurrezione anarchica permanente – dobbiamo mettere alla prova nella pratica le nostre forze, il nostro slancio, le nostre capacità e i nostri limiti. In questo modo saremo in grado di  porre i fondamenti logici basati su reali esperienze di lotta e non su acrobazie teoriche. Viviamo l’inizio della fine del mondo come lo conosciamo.

Il tentativo da parte dello Stato di risolvere pacificamente i conflitti sociali è un lontano ricordo, come lo è la prosperità economica, e i modelli d’interventismo di stato nell’economia sono finiti in pattumiera – dato che ai giorni nostri la dominazione delle multinazionali e la possibilità del Capitale di oltrepassare i confini nazionali senza restrizioni sono state istituzionalizzate dai centri di potere dominanti. La narrazione storica degli stati-nazione che ha servito lo sviluppo capitalista per diversi decenni attraverso le economie nazionali sta collassando, la fascizzazione tecnologica crea infinite possibilità per la gestione delle emozioni umane, la complessità in continua crescita della struttura sociale destabilizza gli automatismi sociali e militarizza la vita sociale delle metropoli, le macchine per la digitalizzazione della vita tolgono vigore al complesso funzionamento critico del pensiero degli esseri umani e creano cimiteri di coscienze, le immagini dell’orrore umano vengono assimilate nella coscienza sociale e cessano di creare sentimenti al di là della sensazione di choc.

Ci troviamo nel processo di un aumento qualitativo della “guerra civilizzata”, in cui la felicità di uno convive col tormento di un altro; in questo nuovo ambiente fa la sua comparsa la specie di umani contemporanei, geneticamente atti ad accettare come ovvio un modo di vita malato, in un mondo degenere da cui ogni selvatichezza della natura è sparita a causa della rigenerazione urbana e le tendenze espansive delle condizioni artificiali della civilizzazione. Viviamo in mezzo a roditori industriali che vivono con una dieta controllata, in un ambiente controllato, e si trasformano in modelli sociali che dobbiamo seguire per sopravvivere.

In questo contesto l’anarchia acquista una possibilità strategica di incendiare tutte le forme di rappresentazione politica e di diventare un fronte di guerra aperta e non convenzionale contro la dominazione, che trasformerà la diversità e il pluralismo delle opinioni all’interno della comunità anarchica in un vantaggio e riunirà gli oppressi che decideranno di spezzare le catene della loro sottomissione ai centri di lotta creati. Spesso le osservazioni più importanti vengono dette nella maniera più semplice. Vogliamo vedere il mondo del Potere distrutto dalle mani armate di uomini e donne ribelli. Quindi superiamo gli schemi teorici, e riportiamo il peso del discorso al punto iniziale, al punto in cui il sasso lascia la nostra mano per finire sulla testa di un poliziotto, il punto in cui decidiamo di spezzare le catene della prigionia, il punto in cui le volontà sovversive si manifestano in maniera combattiva nelle strade, il punto in cui le lancette di un ordigno esplosivo si allineano per far esplodere la nebbia assassina dell’ordine legale.

Invertendoil flusso del dialogo predeterminato, non parliamo in anticipo del modo in cui agiremo, ma proponiamo la coordinazione dell’azione anarchica e una rete informale di progetti anarchici tramite la forza vitale dell’azione multiforme; in questo modo saremo in grado ‘individuare i nostri errori e le nostre debolezze misurando allo stesso tempo le nostre capacità di arrivare a una valutazione critica che sarà la base della nostra strategia che favorirà l’azione anarchica frontale contro ogni autorità.

La nostra proposta di scommettere sulla formazione di un fronte anarchico insurrezionale molteplice è semplice; una campagna d’azione col nome di ‘Dicembre Nero’ che sarà il detonatore per la ripresa dell’insurrezione anarchica, dentro e fuori le prigioni.

Un mese di azioni coordinate per conoscerci fra noi, uscire in strada e distruggere le vetrine dei grandi magazzini, occupare scuole, università e municipi, distribuire testi che diffonderanno il messaggio di ribellione, piazzare ordigni esplosivi contro fascisti e padroni, esporre striscioni su ponti e strade, sommergere le città di manifesti e volantini, far saltare le case dei politici, lanciare  molotov contro la polizia, taggare i muri con slogan, sabotare il flusso tranquillo di merci in pieno periodo natalizio, saccheggiare l’ostentazione di abbondanza, organizzare attività pubbliche e scambiare esperienze e motivazioni su diversi temi della lotta.

Incontrarci nelle strade della città, e dipingere con le ceneri sugli orridi edifici di banche, commissariati, multinazionali, basi militari, studi televisivi, tribunali, chiese, associazioni benefiche.

Sconvolgere in mille modi la mortale normalità sociale delle droghe psicotrope, l’asfissia economica, la miseria, l’impoverimento e la depressione, regolando la nostra esistenza sui ritmi dell’insurrezione anarchica, in cui la vita assume un significato nella battaglia incessante contro la dominazione e i suoi rappresentanti. Incendiare la fragile coesione sociale e uscire in strada per strangolare per prima cosa il mostro dell’economia, prima che ci stermini attraverso i suoi meccanismi burocratici e i suoi killer in giacca e cravatta che riempiono i centri di comando della guerra economica.

Dicembre Nero non cerca semplicemente di trasformarsi in qualche giorno di rivolta; quello che vogliamo creare invece – attraverso l’azione anarchica multiforme e multilivello – è una piattaforma di coordinazione informale sulla cui base confluiscano gli impulsi sovversivi; un primo tentativo di coordinazione informale dell’anarchia, al di là del quadro predeterminato, che aspira a creare quest’esperienza di lotta per mettere in moto proposte sovversive e strategie di conflitto.

Questa nostra proposta è legata allo stesso tempo con eredità di lotta corrispondenti al di là dei nostri confini geografici; qualche mese fa, in Messico, un gruppo di compagn* ha attaccato l’istituto nazionale elettorale con un ordigno esplosivo, e chiamato a una campagna anti-elettorale multiforme e dinamica per un Giugno Nero, appello che è stato raccolto da una parte significativa del movimento anarchico. Seggi elettorali e ministeri sono stati travolti dalle fiamme, scontri con la polizia sono nati nelle strade delle città, sono state tenute riunioni pubbliche, e testi di propaganda anarchica contro le elezioni sono stati distribuiti. Un mosaico di attività molteplici, con riferimenti politici e punti di partenza diversi, con cui l’anarchia ha risposto al circo elettorale della democrazia, avendo come strumenti i principi di orizzontalità, coordinazione informale e insurrezione perenne; tali esperienze di lotta, in cui l’immaginazione collettiva e la determinaione creano fuochi di guerra liberatori nel nuovo ordine dele cose, dimostrano chiaramente che esiste una prospettiva per l’abolizione effettiva della nota pseudo-polarità tra legale e illegale, e allo stesso tempo rende la progettualità anarchica opportuna attraverso i fuochi dell’insurrezione.

La scommessa della sovversione rimane aperta; il destino di questa proposta si trova nelle mani dei/lle compagn* di tutto lo spettro di lotta che sceglieranno se vale la pena metterla in movimento.

“La prima notte in cella, pensieri della sua vita libera viaggiavano a velocità vertiginosa nei neuroni del suo cervello. Sapeva che la prigionia è la conseguenza logica dello scontro con un nemico che possiede una potenza di fuoco superiore a tutti i livelli.
Per chi ha sabotato i binari del treno del terrore appartenente a una realtà sociale che elimina in ogni modo possibile coloro che lo mettono in questione, le sbarre della prigione saranno una realtà; ma naturalmente questo non significa che questa realtà verrà accettata senza lottare.

Con questi pensieri in testa, chiuse gli occhi e sognò non che gli sarebbe piaciuto vivere fuori dalle mura ma l’incubo di molti anni di inerzia, attesa e corruzione dei propri istinti.

Il mattino seguente, affrontando per la prima volta la monotonia di una routine carcerale quotidiana e ripetitiva, era già stanco di essere paziente; l’aveva visto viaggiare senza scopo attraverso il labirinto della tolleranza nei primi segni di una vigliaccheria nascosta. Rinchiuse l’odio nella valigia delle emozioni intatte accanto all’amore per la libertà, e passò la chiave a un compagno, chiedendogli di lasciarla acanto alle tombe dei/lle compagn* assassinat* che sono caduti in battaglia contro il nemico.

Gli anni sono passati e l’unica cosa che la prigione è riuscita a fare è stato riempirlo di rabbia, renderlo impaziente per il dopo, fargli cercare un modo di applicare praticamente la guerra anarchica; a quel momento aveva realizzato che l’unica alleanza fattibile è col mondo delle possibilità.

Poche possibilità per convincere la maggioranza delle persone in questa società che la sua scelta non si trova tra la follia e un’impasse, ma abbastanza perché valga la pena scommetterci  per la grandiosa idea di distruzione. La grandiosa idea di una collisione frontale con il mondo delle ombre e i suoi sottomessi. La porta della prigione si apre, e ora sa cosa fare; tenere viva la memoria, non lasciare spazio all’oblio, non dimenticare mai i compagni lasciati indietro, riprendere il filo dell’insurrezione dove si era spezzato, versare il veleno dell’insubordinazione nelle reti riproduttive della società capitalista.

Per un’insurrezione anarchica permanente!
Nessuna tregua col Potere e i suoi burattini!”
Per un Dicembre Nero!
Per l’offensiva anarchica contro il mondo del Potere!

PS. L’11 dicembre di due anni fa il nostro fratello Sebastián ‘Angry’ Oversluij ha perso la vita durante l’espropriazione armata di una banca in Cile, ucciso dal tiro di un servo in uniforme del sistema. Crediamo che questo Dicembre Nero sia l’occasione per onorare la memoria del nostro fratello anarchico, unendo la memoria anarchica e abolendo di fatto confini e distanze.

Nikos Romanos

Panagiotis Argirou, membro della Cospirazione delle Cellule di Fuoco – FAI/IRF

Gio, 03/12/2015 – 15:43

RADIOCANE: STATO D'EMERGENZA E PEDAGOGIA DELLA PAURA A BRUXELLES

riceviamo e diffondiamo:

Che cosa è accaduto a Bruxelles con la proclamazione dello stato d’emergenza “decretato” dagli attentati di Parigi? Militari a pattugliare le strade, mezzi pubblici sospesi e divieti di manifestare; provvedimenti legittimati non già da misure politiche, bensì da atti “amministrativi”, com’è d’altra parte consueto osservare nelle odierne modalità di governo dei territori e delle popolazioni. Della situazione creatasi in Belgio nelle settimane passate, ci siamo fatti raccontare da due compagni di Bruxelles.
ascolta :

http://www.radiocane.info/brussel-2/

8 dicembre 2015

RADIOCANE: A CHE ORA CHIUDE VENEZIA?

riceviamo e diffondiamo:

Un’improvvisa protesta estiva nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia è l’occasione di un incontro gravido di conseguenze tra detenuti e solidali . Se da una parte la protesta interna  si fa più vibrante e pian piano si allarga ad altre carceri venete,  per chi sta fuori il fatto che la galera sorga nel bel mezzo della città più turistica del mondo è un’ opportunità di riflessione pratica attorno alle forme quotidiane dell’isolamento e della repressione.
In vista del corteo del 5 dicembre due compagni ci fanno  un racconto di quanto accaduto negli ultimi mesi a Venezia.

ascolta:

http://www.radiocane.info/che-ora-chiude-venezia/red

30 novembre 2015

5 DICEMBRE: BERGAMO - PRESIDIO ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA

riceviamo e diffondiamo:
 ECCO CHI SONO I FASCISTI DEGLI ANNI DUEMILA:
Una precisazione, il fascismo è un sistema di dominio dittatoriale e totalitario. Dittatoriale perché al contrario della democrazia non si basa sulle elezioni di fantomatici rappresentanti del popolo, bensì il potere è accentrato nelle mani di un singolo individuo che ne controlla tutte le strutture (magistratura, esercito, polizia….). Totalitario perché, ugualmente alle democrazie capitaliste, mira a controllare la totalità degli individui (passioni, interessi, idee, tempo libero…), forse in maniera più esplicita che negli apparati dell'odierno mondo globalizzato, dove gli uomini e le donne hanno l'effimera illusione di essere liberi/e, mentre invece le loro vite sono incanalate nei binari precostituiti del consumo e dell'accumulo ad libitum di dati, atti a controllarli meglio e a propor loro le 'alternative' di vita e di credo consumiste dell'Occidente industrializzato.

Tanti sono i gruppi e gruppuscoli di vecchio e nuovo nome che dalle fogne del Ventennio sbirciano con interesse al mondo democratico e capitalista (quello delle frontiere e del controllo di uomini e merci). Due però hanno maggior fama , in due righe ve li presentiamo.
FORZA NUOVA- Negli anni cosiddetti di piombo due baldi giovini, grazie ai numi, non sono riusciti a fare la loro tanto agognata rivoluzione sociale, questi sono Roberto Fiore e Massimo Morsello. Questi due loschi figuri fondarono ai tempi Terza Posizione, galvanizzati dalla nefasta esperienza dei NAR, di cui Morsello era militante. Falliti i loro intenti, perseguitati dalla magistratura italiana (che in fin dei conti li avrebbe successivamente riaccolti nei ranghi) , espatriarono in Inghilterra dove, protetti dai governi neoliberisti dell'epoca, diventarono imprenditori. I due, non più giovani ma sempre baldi, decisero di tornare nell'amata patria (di cui sapevano non avrebbero mai conosciuto le galere) e nel 1997 fondarono Forza Nuova, un gruppo di estrema destra neofascista titolare di valori razzisti e xenofobi, Attuamente, ad esempio, intrattengono rapporti di cameratismo con le infami milizie di Alba Dorata, partito greco neonazista con le mani sporchi del sangue di decine e decine di persone, migranti e non. Entrambi i partiti sono legalmente nei rispettivi parlamenti (non ci si aspetta altro da una democrazia ).

CASA POUND: appropriandosi indebitamente non tanto di uno stabile vuoto, quanto di pratiche che storicamente non appartengono all'estrema destra italiana, Casa Pound nasce a Roma nel 2003 con l'occupazione di uno stabile vuoto. Con gli anni sono proliferati in tutta Italia, infettando svariate città . Questi individui lobotomizzati propongono istanze estremamente ambigue, sostenendo di non essere razzisti e xenofobi. Negli anni, però, le loro azioni hanno evidenziato un'evidente schizofrenia con sensibile scissione tra proposte politiche e fatti. Infatti, molti esponenti di questo gruppo/movimento/non si sa bene (non sono attualmente un partito politico) si sono macchiati di innumerevoli azioni spregevoli: aggressioni a gruppi e associazioni di sinistra, a persone queer e migranti. Il loro capo, feticista di Mussolini (NB: Casa Pound non si esimia dal definirsi Fascisti del III Millennio con un evidente attaccamento a istituzioni e dittature messe al muro dalla Resistenza), tale Gianluca Iannone, è stato più volte inquisito e condannato per svariate aggressioni. Tanto basta per descriverli.

FORZA NUOVA HA PUBBLICAMENTE ANNUNCIATO SUI SUOI CANALI DI VOLER INFETTARE CON UN PRESIDIO IL QUARTIERE DELLA MALPENSATA. QUESTO E' UN QUARTIERE STORICAMENTE ANTIRAZZISTA E METICCIO, VISSUTO E POPOLATO DA TUTTI E DA TUTTE, MIGRANTI E BERGAMASCH*.
PER QUESTO MOTIVO SABATO 5 DICEMBRE, AL PIAZZALE DELLA MALPENSATA,
DALLE 14.00 IN AVANTI,
CI SARA' UN PRESIDIO ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA.

Antifascisti/e e Anarchici/he del Laboratorio Anarchico La Zona

ROMA/TRENTO: "VOCI OLTRE LE MURA": CORRISPONDENZE DA KORYDALLOS E INCONTRO SULLA LOTTA DENTRO E FUORI LE CARCERI


VOCI OLTRE LE MURA

Questa proposta d’incontro nasce dalla possibilità di avere un collegamento diretto con alcuni compagni greci attualmente tenuti in ostaggio nel carcere di korydallos. A partire dalle loro esperienze, proveremo a ripercorrere quelli che sono stati gli eventi che li hanno visti scontrarsi con il dominio, quali sono state le tensioni che li hanno animati,in che modo hanno operato le scelte di rottura totale con il circostante. Vorremmo  approfondire in che modo, una volta incappati nelle maglie della repressione, continuano i propri percorsi di lotta, mantenendo legami e connessioni con i compagni  e le compagne fuori e contribuendo a formulare  strategie e metodologie, affinché il loro resti un contributo vivo e attivo alla crescita del conflitto messo in campo a livello internazionale.
Partendo dagli avvenimenti di questi ultimi anni in Grecia, vorremmo allargare l’analisi al contesto presente con il quale ci ritroviamo a dover fare i conti. Se infatti da una parte il dominio continua con la sua folle corsa verso un mondo sempre più meccanizzato, facendo leva su di una tecnologia sempre più pervasiva in tutti gli aspetti del nostro quotidiano, dall’altro tenta di chiudere il cerchio realizzando un tipo di società fondata in maniera sempre più totalizzante sul controllo delle nostre vite,provando ad annichilire i nostri desideri,normalizzando i nostri bisogni e specificità propri di ognuno/a. Ad un nemico che non perde tempo e serra le sue fila continuano ad opporsi tutti quegli individui che non sono disposti a chinare la testa, scegliendo di rimanere refrattari ad ogni addomesticamento, convinti che qui ed ora l’unica strada percorribile sia quella dell’attacco. Questa giornata nasce proprio  dalla volontà di alimentare un scambio di analisi,valutazioni,proposte in merito alla lotta all’esistente, che non si esaurisca  al solo momento dell’incontro ma che stimoli un percorso di confronto, in un ottica di continuità, tanto per noi quanto per chi si trova  dentro.

SABATO 12/⁠12/⁠15
Bencivenga Occupato -⁠ via Bencivenga n.15, Roma
Ore 12.00: pranzo a supporto dell’iniziativa
Ore 15.00: “puntuali” inizio dell’incontro

DOMENICA 13/⁠12/⁠15
Nave Assillo Occupata -⁠ Via San Pio X n.15, Trento
Ore 13.00: pranzo a supporto dell’iniziativa
Ore 16.00: “puntuali” inizio dell’incontro

RADIOCANE: PRIMO MAGGIO A MILANO - GLI ARRESTI VISTI DA ATENE


riceviamo e diffondiamo:
Erano stati annunciati e puntualmente, chiuso il gran baraccone di Expo, arrivano nuovi arresti e perquisizioni per la manifestazione del Primo maggio di Milano, con l’accusa di devastazione e saccheggio. A oggi quattro compagni sono in carcere a Milano, altri sono indagati a piede libero, mentre per cinque greci è stato spiccato un mandato di cattura europeo: un’enormità che si aggiunge allo sproposito delle accuse.
Ma il diritto è una scienza a passo variabile e la solidarietà talvolta è in grado di limitarne l’incedere. In Grecia la solidarietà nei confronti degli inquisiti è immediata e i giudici ellenici ritengono che, “all’evidenza dei dati forniti dalla questura italiana”, la carcerazione sia misura cautelare eccessiva e, in attesa della decisione in merito all’estradizione, appioppano ai compagni greci l’obbligo di firma. Alla singolarità di un mandato di cattura europeo corrisponde una solidarietà che vorrebbe valicare i confini nazionali.
In vista della mobilitazione di sabato 28 novembre 2015, una corrispondenza su questa vicenda con un compagno dell’assemblea popolare di Aghia Paraskevi (Atene).
ascolta:
http://www.radiocane.info/da-atene/

TORINO-MILANO: SABOTAGGIO ALLA LINEA FERROVIARIA

riceviamo e diffondiamo:

"LA NOTTE TRA IL 19 E IL 2O NOVEMBRE ABBIAMO PIAZZATO UN CONGEGNO INCENDIARIO NELLA CANALINA A FIANCO DEI BINARI DELLA LINEA FERROVIARIA TORINO-MILANO. AVANTI CON I SABOTAGGI AI TENTACOLI DEL SISTEMA! MORTE AL CAPITALE MORTE ALLO STATO"

A PROPOSITO DEI FATTI DI PARIGI - AMPLIATO

Riceviamo il testo di un pieghevole sui recenti attentati di Parigi in cui si sviluppano gli argomenti contenuti nel precedente manifesto diffuso in trentino:
E' troppo tardi per l'ipocrisia
A proposito dei fatti di Parigi


"Gli oppressori e i soverchiatori sono responsabili non solo del male che infliggono agli oppressi e ai soverchiati, ma anche dell'odio che infondono nei loro cuori".

A. Manzoni, I promessi sposi

Si potrebbe sintetizzare così, con le parole del tutt'altro che rivoluzionario Manzoni, il nostro giudizio sui tragici fatti di Parigi.
Ragazzi nati e cresciuti nelle periferie che forse, fino a qualche anno fa, non avevano mai letto le sure del Corano, sono disposti a darsi e a dare la morte per un nuovo Califfato islamico. La categoria del "fanatismo religioso" da sola non spiega davvero nulla.
La spiegazione di una violenza furiosa e indiscriminata non va cercata nel Cielo delle promesse, ma sulla Terra delle umiliazioni.
Nell'introduzione a Per una critica della filosofia del Diritto di Hegel (1844), il giovane Marx definiva la religione "oppio dei popoli". Si tratta di una formula tanto celebre quanto travisata. Se la si colloca nel suo contesto, quella frase non allude, come generalmente si pensa, all'illusorietà allucinatoria della religione (l'oppio, appunto) cui contrapporre la forza rischiaratrice della Ragione. Scrive Marx: "La miseria religiosa è allo stesso tempo l'espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura stremata, l'anima di un mondo senza cuore, lo spirito di uno stato di cose in cui non v'è traccia di spirito. Essa è l'oppio dei popoli". L'oppio è sì ciò che illude, ma anche ciò che lenisce le ferite. Si tratta di una spiegazione materialistica, che non separa i sentimenti dalle condizioni di vita. Per questo, secondo il giovane Marx, "la critica della religione contiene in germe la critica della valle di lacrime di cui la religione è l'aureola".
Ben difficilmente si può immaginare qualcosa di più opposto e lontano dagli ideali anarchici e libertari del fanatismo religioso (di qualsiasi colore esso sia). Resta il fatto che serve a poco condannare l'aureola religiosa, per quanto ripugnante possa essere, se non si riconosce e si combatte la valle di lacrime da cui s'innalza.
Bastano i brandelli delle biografie degli attentatori di Parigi riportati sui giornali a farci capire dove nasce l'oppio. Cantanti hip-hop, ragazzi di origine algerina, proletari che hanno conosciuto il carcere per spaccio o rapina. Uno di loro, tempo fa, rispondeva ad un giornalista, poco prima di venire ucciso dalla polizia: "Abbiamo un codice d'onore, noi!", scandendo la frase con il tipico accento del banlieuesard. L'Islam radicale riesce oggi ad essere questo: una comunità universale, un'occasione di riscatto, un codice d'onore. Chi fino a ieri diceva nique la police ("fotti gli sbirri"), dice oggi nique les blasphèmes ("fotti i blasfemi"). In chi parte per la Siria, in chi uccide e si uccide nelle strade di Parigi troviamo una tensione morale e una disponibilità al martirio paragonabili a quelle del cristianesimo millenarista ("Che la spada di Cristo si abbatta sui ricchi e sugl'empi"), ma senza gli stessi ideali di emancipazione.
Piuttosto che cadere nelle mani del nemico, questi ragazzi si fanno esplodere. Hanno una determinazione  avvicinabile a quella di certi guerriglieri, ma il loro odio non distingue tra sfruttatori e sfruttati, tra gente comune e capi di Stato. Si tratta della parodia assassina della violenza liberatrice. Che simili coscienze siano state prodotte da trent'anni di assenza di un movimento rivoluzionario internazionale non è forse un caso. C'è stata un'epoca lontana in cui persino certi giornali anarchici s'intitolavano "Fede!". C'è stata un'epoca vicina in cui migliaia di giovani si giocavano tutto per la rivoluzione. Epoche in cui essere compagni aveva un senso preciso, non rinviabile. Tanti dannati della Terra potrebbero dirci oggi: "Abbiamo messo sul piatto della bilancia la vostra determinazione a combattere l'ingiustizia, rivoluzionari d'Occidente, e l'abbiamo trovata assai leggera". E per questi dannati della Terra, in diverse zone del mondo, la “guerra all'Occidente” condotta dall'Islam militante è una credibile alternativa ideale e materiale all'orrore quotidiano.
Solo la violenza rivoluzionaria, opposta nei fini, nei metodi, nei sentimenti alla guerra tra i sacerdoti del profitto e i soldati di Allah, può trasmutare in pratiche di rivolta e di libertà quella rabbia e quella disponibilità al rischio che covano e crescono.
Solo un movimento rivoluzionario potrebbe scrivere oggi questa “sura” sui muri del mondo: "Siate virtuosi nella giustizia che non è, ma che deve essere. Discernete, nelle spirali dell'odio, oppressori e oppressi, regnanti e sudditi. Non siate avari di collera, non siate ciechi nel coraggio".

Sempre a proposito di religione, sarà il caso di spendere due parole, infine, sulla dichiarazione di Bergoglio: "Uccidere in nome di Dio è una bestemmia". Il gesuita Bergoglio, che era vescovo di Buenos Aires quando la dittatura cattolica di Vileda uccideva e faceva scomparire migliaia di oppositori del regime argentino, non è certo nella miglior posizione per lanciare anatemi pacifisti. Messo sul trono di Pietro proprio per contrastare, con le chiacchiere in difesa della natura e dei poveri, la concorrenza mondiale esercitata dall'Islam e dalle Chiese evangeliche, rappresenta un'istituzione la cui storia è un'enorme, ininterrotta bestemmia. Senza contare che George Bush padre, prima di bombardare l'Iraq nel 1991, aveva annunciato in televisione che le bombe a stelle e strisce avevano la protezione di Dio.

Non è certo la democrazia a poter distribuire certificati di buona condotta. 
Dal 1991 le truppe occidentali - comprese quelle italiane - hanno esportato la loro splendida civiltà del dialogo e della pace a suon di bombe e di massacri. Stragi come quella di Parigi sono state e sono quasi quotidiane in Iraq, Afghanistan, Palestina, Siria, Libano, Mali, Libia, Somalia... Non più di due mesi fa, in una piazza di Ankara, lo stesso numero di persone morte a Parigi è saltato in aria per una bomba messa dal governo turco di Erdogan contro l'opposizione curda. Basta confrontare la diversa reazione di istituzioni, media e opinione pubblica occidentali di fronte alle due stragi per cogliere tutta l'ipocrisia delle lacrime di Stato e del "siamo tutti francesi". Evidentemente, i morti occidentali pesano infinitamente di più di tutti gli altri.
A parte i finanziamenti diretti della Cia ai gruppi islamisti per destituire questo o quel governo, è la guerra permanente scatenata dal capitalismo per accaparrarsi le risorse energetiche e spartirsi le zone di influenza mondiale ad aver apparecchiato le condizioni ideali per l'ISIS. I massacri di Gaza e di Falluja hanno fatto da soli la più potente propaganda anti-occidentale che si possa immaginare. Come diceva qualcuno, è troppo tardi per i discorsi da maestri di scuola impartiti a un'umanità per tre quarti annegata. La violenza indiscriminata non abbiamo voluto vederla, perché era lontana. Abbiamo vissuto come se nulla fosse, e sorprendersi ora è solo ipocrisia.

Siamo in guerra. "Noi vi facciamo qui quello che voi ci fate in Siria": sembrano queste le parole urlate durante la sparatoria al Bataclan.
La logica del "siamo tutti francesi" è proprio quella che nutre la guerra globale (e dunque l'ISIS). Riflettiamoci. Se si considera legittimo bombardare case e ospedali in Iraq, in Afghanistan o in Siria con il pretesto di colpire questo o quel tiranno locale, perché non si dovrebbe considerare legittimo colpire a caso dei francesi per la politica imperialista di Hollande e delle multinazionali di cui serve gli interessi? Se sono terroristi gli attentatori parigini, non sono forse infinitamente più terroristi i militari della NATO? E' poi più vigliacco farsi esplodere in strada oppure sganciare bombe dall'alto di un aereo?

La guerra della civiltà contro la barbarie è una menzogna. Tra l'altro, a combattere l'ISIS senza violenza indiscriminata contro la popolazione civile sono le guerrigliere e i guerriglieri curdi. Ma siccome vogliono anche autorganizzare territorio, risorse e società, le loro basi vengono bombardate da Erdogan con il sostegno di tutti i capitalisti del mondo: meglio il rischio del Califfato a quello della rivoluzione sociale, di cui un popolo in armi rappresenta una pericolosa premessa. Per questo i militanti dell'ISIS hanno continuato a passare indisturbati, con armi e fuoristrada, i confini turchi proprio mentre infuriava la strenua resistenza di Kobane.

Siamo in guerra. Lo stato d'emergenza dichiarato in Francia è lo stesso che è stato decretato durante le sommosse nelle periferie del 2005, lo stesso applicato nell'Algeria coloniale. Si chiudono le frontiere. Spuntano uniformi ovunque. Si vietano le manifestazioni degli immigrati. Mancano solo i campi di internamento. E già militari in passamontagna stanno pattugliando le strade di alcune città italiane.
Non facciamoci illusioni. Non esiste controllo poliziesco e militare che possa metterci al riparo dal gesto più tremendo e più facile: colpire nel mucchio. Chi pensa di potere barattare le sue già magre libertà in cambio della sicurezza promessa dallo Stato, perderà le prime e non otterrà la seconda.
La "risposta agli attacchi di Parigi” invocata dal governo francese e accolta dagli altri Stati non si limita all'immediata intensificazione dei bombardamenti in Siria. In linea con le direttive contenute nel Rapporto della NATO Operazioni urbane nell'anno 2020, essa mira anche e soprattutto al fronte interno, presentando e reprimendo come "quinta colonna dei terroristi" chiunque metta in discussione la guerra della civiltà. Mass-media-polizia-esercito: assuefare e mobilitare gli animi a difesa dell'ordine; controllare, isolare e punire chi non risponde all'appello - a scuola, al lavoro, nei commenti sui “social network”. Basta che un ragazzino si sottragga al minuto di silenzio in classe per essere denunciato assieme ai genitori. Basta che un immigrato scriva su Internet "capisco anche se non giustifico i fatti di Parigi" per venir espulso senza tanti complimenti. E siamo solo agli inizi.
L'onda emotiva suscitata dai morti di Parigi contribuirà a polarizzare la società, agglutinando e rafforzando le tendenze fasciste e reazionarie. Alle sparate di una Marine Le Pen o di un Salvini, corrispondono le azioni squadristiche dei gruppi neofascisti. Solo negli ultimi mesi sono stati circa trecento gli attacchi incendiari contro centri e case di profughi e immigrati avvenuti in Germania. Occorre prepararsi.
Chi vuole compattare popolo e istituzioni ("siamo tutti francesi") dà ragione alla guerra globale, e dunque anche all'ISIS.
Siamo stati silenti e complici per tanto, troppo tempo.
Tempo in cui milioni di cuori si sono gonfiati di odio.
Tempo in cui siamo diventati tutti potenziali obiettivi di guerra.

La strada da imboccare è tutt'altra: dissociarci dalle politiche di rapina e di morte perpetrate in nome nostro; dimostrare praticamente che Renzi, Hollande, Obama, Merkel ecc. non ci rappresentano affatto. Che i primi responsabili di una guerra che ci sta ritornando indietro sono proprio loro. Loro e tutta la classe dominante.
Dai luoghi in cui è già in corso una lotta contro la guerra e le sue basi, ai conflitti che rompono qua e là la pace sociale, che le iniziative e le azioni si moltiplichino e, là dove possibile, convergano.
Dobbiamo scegliere il nostro campo, con convinzione e coraggio.
Né con la loro guerra, né con la loro pace. 

Disertiamo il fronte occidentale!
Nessuna guerra fra i popoli, nessuna pace fra le classi!
Fuori le truppe NATO!


Trento, 20 novembre 2015
anarchici e antimilitaristi


fonte

24 novembre 2015

E' TROPPO TARDI PER L'IPOCRISIA - A PROPOSITO DEI FATTI DI PARIGI

riceviamo e diffondiamo:
E' troppo tardi per l'ipocrisia
A proposito dei fatti di Parigi
"Gli oppressori e i soverchiatori sono responsabili non solo del male che infliggono agli oppressi e ai soverchiati, ma anche dell'odio che infondono nei loro cuori".
A. Manzoni, I promessi sposi


Si potrebbe sintetizzare così, con le parole del tutt'altro che rivoluzionario Manzoni, il nostro giudizio sui tragici fatti di Parigi.

Ragazzi nati e cresciuti nelle periferie che forse, fino a qualche anno fa, non avevano mai letto le sure del Corano, sono disposti a darsi e a dare la morte per un nuovo Califfato islamico.

La categoria del "fanatismo religioso" da sola non spiega davvero nulla. La spiegazione di una violenza furiosa e indiscriminata non va cercata nel Cielo delle promesse, ma sulla Terra delle umiliazioni.

Dal 1991 le truppe occidentali - comprese quelle italiane - hanno esportato la loro splendida civiltà del dialogo e della pace a suon di bombe e di massacri. Stragi come quella di Parigi sono state e sono quasi quotidiane in Iraq, Afghanistan, Palestina, Siria, Libano, Mali, Somalia... Non più di due mesi fa, in una piazza di Ankara, lo stesso numero di persone morte a Parigi è saltato in aria per una bomba messa dal governo turco di Erdogan contro l'opposizione curda.

Basta confrontare la diversa reazione di istituzioni e media occidentali di fronte alle due stragi per cogliere tutta l'ipocrisia delle lacrime di Stato e del "siamo tutti francesi". Evidentemente, i morti occidentali pesano infinitamente di più di tutti gli altri.

A parte i finanziamenti diretti della CIA ai gruppi islamisti per destituire questo o quel governo, è la guerra permanente scatenata dal capitalismo per accaparrarsi le risorse energetiche e spartirsi le zone di influenza mondiale ad aver apparecchiato le condizioni ideali per l'ISIS. I massacri di Gaza e di Falluja hanno fatto da soli la più potente propaganda anti-occidentale che si possa immaginare. Come diceva qualcuno, è troppo tardi per i discorsi da maestri di scuola impartiti a un'umanità per tre quarti annegata. La violenza indiscriminata non abbiamo voluto vederla. Abbiamo fatto come se nulla fosse, perché era lontana. Sorprendersi ora è ipocrisia.

Siamo in guerra. "Noi vi facciamo qui quello che voi ci fate in Siria": sembrano queste le parole urlate durante la sparatoria al Bataclan.

La logica del "siamo tutti francesi" è proprio quella che nutre la guerra globale (e dunque l'ISIS). Riflettiamoci. Se si considera legittimo bombardare case e ospedali in Iraq, in Afghanistan o in Siria con il pretesto di colpire questo o quel tiranno locale, perché non si dovrebbe considerare legittimo colpire a caso dei francesi per la politica imperialista di Hollande e delle multinazionali di cui serve gli interessi? Se sono terroristi gli attentatori parigini, non sono forse infinitamente più terroristi i militari della NATO? E' poi più vigliacco farsi esplodere per strada o sganciare bombe dell'alto di un aereo?

Siamo in guerra. Lo stato d'assedio dichiarato in Francia è lo stesso che veniva decretato nell'Algeria coloniale. Mancano solo i campi di internamento. E già militari in passamontagna stanno pattugliando le strade di alcune città italiane. 

Non facciamoci illusioni. Non esiste controllo poliziesco e militare che possa metterci al riparo dal gesto più tremendo e più facile: colpire nel mucchio. Chi pensa di potere barattare le sue già magre libertà in cambio della sicurezza promessa dallo Stato, perderà le prime e non otterrà la seconda.

La guerra della civiltà contro la barbarie è una menzogna. Tra l'altro, a combattere l'ISIS senza violenza indiscriminata contro la popolazione civile sono le guerrigliere e i guerriglieri curdi. Ma siccome vogliono anche autorganizzare territorio, risorse e società,  le loro basi vengono bombardate da Erdogan con il sostegno di tutti i capitalisti del mondo: meglio il Califfato della rivoluzione sociale.

Chi vuole compattare popolo e istituzioni ("siamo tutti francesi") dà ragione alla guerra globale, e dunque anche all'ISIS.

Siamo stati silenti e complici per tanto, troppo tempo.

Tempo in cui milioni di cuori si sono gonfiati di odio.

Tempo in cui siamo diventati tutti potenziali obiettivi di guerra.

La strada da imboccare è tutt'altra: dissociarci dalle politiche di rapina e di morte perpetrate in nome nostro; dimostrare praticamente che Renzi, Hollande, Obama, Merkel ecc. non ci rappresentano affatto. Che i primi responsabili di una guerra che ci sta ritornando indietro sono proprio loro. Loro e tutta la classe dominante.

Disertiamo il fronte occidentale!

Nessuna guerra fra i popoli, nessuna pace fra le classi!

Fuori le truppe NATO dal Mediorente!


Trento, 17 novembre 2015

anarchici e antimilitaristi


NESSUNA PACE PER CHI FA LA GUERRA: CONTRO LA FIERA AEROSPAZIALE AL LINGOTTO

 riceviamo e diffondiamo: 

NESSUNA PACE PER CHI FA LA GUERRA 
L'europa dello sviluppo, delle guerre, delle frontiere e del
colonialismo si evolve sempre di più aprendo ed esportando guerre in
nome della pace, negli ultimi anni la violenza e la miseria sono state
spostate dagli occhi degli occidentali facendo credere a tutti di non
essere in guerra, invece ci sbagliamo di grosso, fare la guerra non
vuole dire necessariamente avere carri armati e bombe per le strade;
finanziare guerre in qualsiasi altra parte del mondo equivale ad essere
complici di quella violenza che in nome della pace giustifica le più
vergognose politiche estere, equivale a dire appunto fare la guerra.
L'Europa con un passato colonialista e sfruttatore oggi investe capitali
finanziando guerre in tutto il mondo, in Iraq, in Afganistan, in Siria,
in Libia, in Turchia contro il popolo Curdo ecc.

In Italia le fabbriche di morte più famose si chiamano: Alenia,
Finmeccanica, Selex, Microtecnica, ma ce ne sono molte altre. Da sempre
l'Italia collabora con gli stati che in nome della guerra al terrorismo
giustificano i più grossi massacri degli ultimi dieci anni in
medioriente ed i civili sono sempre le vittime più numerose. Nell'aprile
2014 l'Italia ha fornito alla Turchia 60 elicotteri da guerra (Alenia e
Finmeccanica) per un valore di 3,3 miliardi di euro.

Quelle guerre che a noi sembrano così lontane, partono da casa nostra,
base di partenza per F16 e droni per bombardare ed uccidere ad esempio
in Libia e non solo..

Non a caso in Sardegna poche settimane fa, si è svolta una delle più
grosse esercitazioni militari Nato degli ultimi anni, con la
partecipazione di più di 30.000 militari e decine di paesi partecipanti,
si sono esercitati a sparare e bombardare nella base poligono di capo
Teulada.

Questo è solo un assaggio di un probabile allargamento della guerra che
l'Europa porta avanti da anni verso il medioriente e non solo. Da mesi
navi italiane controllano il mediterraneo con azioni di spionaggio verso
la Libia, in preparazione di un'eventuale invasione, tutto questo con
la scusa dei flussi migratori ed il pericolo del terrorismo.


Tutte le persone che scappano dalle guerre e cercano di entrare in
Europa non sono nient'altro che la conseguenza delle guerre portate
avanti da decenni dalle grandi potenze neocolonialiste.

Oggi a Torino si sta svolgendo l'esposizione delle ultime innovazioni in
campo aereospaziale, una fiera la cui partecipazione è limitata
esclusivamente agli addetti ai lavori, con stand e workshop per esporre e
vendere gli armamenti di ultima generazione, strumenti per uccidere e
controllare meglio il nuovo o vecchio nemico sono commercializzati come
fossero caramelle .

Il Piemonte in particolare è in prima linea nella produzione di
armamenti, tra le principali ditte ricordiamo la Microtecnica in via
Madama Cristina e l'Alenia di Corso Marche, che danno lavoro a molti
torinesi. A volte basta un granello di sabbia per inceppare gli
ingranaggi, granelli come sabotaggi e diffusione di informazioni; ma
anche semplicemente scegliendo che lavoro lavoro fare.

Le guerre fra poveri vengono comprate ed esportate dai ricchi solo per i
loro profitti, non ci può essere dialogo e collaborazione con chi ogni
giorno massacra, uccide e reprime interi popoli in nome della pace e
della sicurezza.

Non rimaniamo fermi davanti a tutto ciò, il nemico è dietro l'angolo.
Nessuna pace per chi ci fa la guerra.

Barocchio Squat
17 Novembre 2015

BOLOGNA: UN'OCCASIONE DI RESISTENZA DIFFUSA - A PROPOSITO DELLA CALATA DI SALVINI DELL'8-11-015

riceviamo e diffondiamo:
UN'OCCASIONE DI RESISTENZA DIFFUSA
A proposito della calata di Salvini a Bologna l'8 novembre 2015


«Regola principale: non agire in massa. Conducete un'azione in tre o in quattro al massimo. Il numero dei piccoli gruppi deve essere quanto più grande possibile e ciascuno di loro deve imparare ad attaccare e scomparire velocemente. La polizia cerca di schiacciare una folla di un
migliaio di persone con un solo gruppo di cento cosacchi. È più facile battere un centinaio di uomini che uno solo, specialmente se questi colpisce di sorpresa e scompare misteriosamente. La polizia e l'esercito saranno senza potere se Mosca è coperta di questi piccoli distaccamenti
inafferrabili. [...] Non occupare roccaforti. Le truppe saranno sempre in grado di prenderle o semplicemente di distruggerle grazie alla loro artiglieria. Le nostre fortezze saranno i cortili interni od ogni luogo da cui è agevole colpire e facile partire. Se dovessero prendere questi
luoghi, non vi troverebbero nessuno e avrebbero perso numerosi uomini. È impossibile per loro prenderli tutti poiché dovrebbero, per questo, riempire ogni casa di cosacchi.»
Avviso agli insorti, Mosca, 11 dicembre 1905

Che l'annuncio del leader della Lega Nord di voler marciare su Bologna avrebbe incontrato ostilità e resistenza era scontato, che il modo migliore per contrastare la calata razzista fosse quello di disertare gli appuntamenti annunciati per provare a essere ovunque è stata l'intuizione di alcuni e la scelta spontanea di molti.
Così, a fianco degli appuntamenti ufficiali dai copioni prevedibili, "l'8 novembre di Salvini" è stata un'occasione di resistenza diffusa che ha saputo fare dell'imprevedibilità la propria forza.
I cortei (blindati di sbirri e murati di giornalisti) sono stati di fatto principalmente dei diversivi che hanno permesso a tantissimi compagni (ma anche a tanti "semplici individui") di arrivare a contestare la kermesse leghista nei dintorni e, addirittura, dentro piazza Maggiore.
Se gli insulti, gli sputi e i furti di bandiere hanno accompagnato i seguaci del carroccio dall'arrivo in città fino al ritorno ai pullman, possiamo concludere che il messaggio di ostilità è sicuramente giunto.
A seguire, una raccolta di notizie e racconti di alcuni tra gli episodi di resistenza contro il comizio di Salvini. La raccolta non ha la pretesa di essere esaustiva e si basa sulle notizie trovate in rete e i racconti di chi era in piazza. Va per tanto intesa come un elenco che chiunque ha vissuto quei momenti di opposizione può contribuire ad aggiornare.
Svariate scritte, attacchinaggi e murales contro la Lega compaiono sui muri già dalle precedenti settimane. Cortei studenteschi rilanciano gli appuntamenti di contestazione per la domenica, una biciclettata antirazzista colora vari muri di scritte e manifesti contro la Lega.

Sabato 7
-⁠ Merola, il sindaco del Pd, viene contestato a una commemorazione di partigiani.
-⁠ In serata, un corteo si snoda tra le vie del centro.
-⁠ In via Emilia levante, la strada viene chiusa con due cassonetti incendiati e le vetrate della vicina Banca Etruria infrante a martellate. Viene lasciata la scritta: "guerra alle banche non tra poveri".

Domenica 8
-⁠ All'alba viene sabotata la linea ad alta velocità tra Bologna e Milano e tra Bologna e Verona, con una scritta vergata sul luogo: "8-⁠11 sabotare un mondo di razzisti e frontiere."
-⁠ A Milano vengono colpiti due pullman di leghisti diretti a Bologna. Al primo vengono tagliate le gomme, al secondo, in un altro punto della città, viene tirata della vernice sul parabrezza.
-⁠ Nella mattinata si formano quattro concentramenti ufficiali di manifestanti, due dei quali proveranno a muoversi verso il centro.
Saranno bloccati da un ingente schieramento di polizia.
Uno dei due cortei verrà effettivamente circondato dalle forze dell'ordine che procederanno all'identificazione di tutti i presenti
(bloccando per ore, oltre ai manifestanti, anche i viali).
L'altro corteo, dopo svariate cariche d'alleggerimento sul ponte di Stalingrado (durante le quali un agente della digos viene portato via in
ambulanza perchè colpito da un grosso petardo), tornerà indietro verso via del Lavoro per raggiungere poi la zona universitaria e, in serata,
una piazza Maggiore ormai vuota.
-⁠ Mentre il grosso del dispositivo di polizia è impiegato nel contenere i cortei ufficiali, piccoli gruppi (di compagni ma anche di "semplici bolognesi" poco tolleranti verso l'adunata di camicie verdi) iniziano a raggiungere piazza Maggiore e le zone limitrofe.
-⁠ Alle 9 del mattino, volantini colorati che irridono a Salvini vengono lanciati dalla Torre degli Asinelli.
-⁠ Poco dopo alcuni compagni riescono a entrare in piazza Maggiore con volantini contro la Lega che diversi passanti accolgono con favore, mentre i leghisti si infuriano e li lanciano indietro.
-⁠ Un gruppo di contestatori in bici disturba l'afflusso dei militanti della destra che s'accingono a raggiungere piazza Maggiore.
-⁠Nel mentre in zona san Donato 4 compagni, che attaccavano alcuni striscioni tra cui: "Salvini ed i Marò alle tigri del Bengala (A)",
vengono fermati e trattenuti per ore.
-⁠ Il Pratello, che per protesta esponeva molte bandiere rosse con l'immagine di una zecca e ospitava un concentramento di soundsystem, diventa presto uno dei punti principali in cui si concentrano e ripartono vari gruppi di compagni, chi a piedi chi in bici, diretti verso piazza Maggiore. Gruppi che spesso fanno ritorno al Pratello con le bandiere delle più disparate formazioni fascistoidi, ultracattoliche ecc. a mo’ di trofeo.
-⁠ Da una delle vie d'accesso a piazza Maggiore partono dei lanci di bottiglie tra un gruppo di contestatori e dei giovani militanti della destra che facevano il saluto romano. Colta in contropiede, alla fine la polizia si adopererà per disperdere gli antifascisti.
-⁠ Berlusconi viene fischiato mentre parla e diventa bersaglio di alcune uova quando alla fine lascia piazza Maggiore.
-⁠ Buonanno s'infila dentro la chiesa di San Petronio per sfuggire a un gruppetto di contestatori, ma sbaglia a calcolare i tempi d'uscita:
accerchiato viene insultato strattonato e centrato in faccia dagli sputi mentre scappa.
-⁠ Anche il deflusso dei partecipanti al comizio di Salvini è fatto oggetto di contestazioni, insulti e scaramucce a macchia d'olio.
-⁠ Nel pomeriggio al Pratello si sparge la voce dell'arresto di 3 compagni: un gruppetto di solidali raggiunge la questura intonando cori solidali. Le accuse per i 3 sono lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Verranno rilasciati il lunedì, l'udienza è fissata per il 23 novembre.
In serata anche il carro col soundsystem dal Pratello raggiunge piazza Maggiore in corteo.

Crediamo che nel suo piccolo l'opposizione al comizio bolognese di Salvini offra degli spunti teorico-⁠pratici interessanti.
Lontano dai rituali mediatici della contestazione antagonista, un intreccio plurale di pratiche più o meno conflittuali ha contribuito in maniera assai più significativa a guastare la festa di Salvini di qualunque "corteo unitario": perchè intrupparsi tutti dov'è stato previsto che lo si faccia quando anche in pochi, e con idee anche semplici, possiamo riuscire ad essere dove non ci aspettano? Quanto accaduto a Dresda il 19 febbraio 2011, quando in opposizione ad una marcia neonazista la città venne paralizzata da una molteplicità di azioni e iniziative anche diversissime tra loro, e a Francoforte il 18 Marzo scorso per l'inaugurazione della nuova sede della Bce, quando
prima dei cortei principali vennero tra le altre cose attaccati gli sbirri incendiandogli numerose auto, pensiamo possano offrire dei suggerimenti stimolanti.

Negli ambiti di compagni qualcuno chiama questo approccio “asimmetria”, e ci sta facendo una fortuna spacciandola per una propria trovata, qualcun altro invece insiste da anni che si debba sempre e comunque solo essere altrove rispetto ai grandi cortei: dopo una giornata come quella
dell'8 diciamo semplicemente che essere altrove può essere un'opzione e che praticarla è possibile!


Anarchiche e anarchici Bolognesi

PIEGHEVOLE - fronte (75 Kb - pdf)| pagine (114 Kb - pdf)


da informa-azione.info







RI-OCCUPATO IL TELOS - SARONNO


ROMA: PERQUISIZIONI E FOGLI DI VIA CONTRO CHI PARTECIPA ALLA LOTTA AI CIE


riceviamo e diffondiamo:

Mercoledì 18 novembre a Roma, verso le 6,30 alcuni compagni e compagne sono state perquisiti nelle proprie case di residenza. A bussare alla porta c’erano poliziotti e digos che hanno sequestrato oggetti personali e notificato fogli di via. Le accuse sono manifestazione non autorizzata, con riferimento ai presidi sotto le mura del CIE di Ponte Galeria di settembre e ottobre, e oltraggio a pubblico ufficiale. Sul fatto c’è poco da commentare, la cronaca e le accuse parlano da sè. Non ci soffermiamo troppo a denunciare questo gesto intimidatorio delle guardie, ci interessa piuttosto capire quello che ci sta succedendo intorno, attrezzarci e organizzarci.

Sono molti mesi, ormai, che con cadenza mensile andiamo davanti al lager di Ponte Galeria con l’intento di rompere il silenzio e l’isolamento in cui tante persone senza documenti sono costrette, per supportare le lotte che chi è rinchiuso/a porta avanti con coraggio e determinazione. Come pochi giorni fa a Torino al CIE di corso Brunelleschi, dove i detenuti hanno dato fuoco a tre aree del centro rendendole inagibili o come un mese fa a Ponte Galeria, quando un ragazzo per resistere alla deportazione si è arrampicato sul tetto.

Certamente non ci stupisce l’accanimento verso persone che portano avanti percorsi di lotta concreti, ma è importante segnalare l’utilizzo massivo e indiscriminato di diverse misure repressive. Da un pò di tempo a Roma, come in altre città, si stanno moltiplicando misure e sanzioni, che vanno dai fogli di via alle firme, dalle multe agli avvisi orali. Una strategia complessiva che mira a controllare e gestire la città in modo capillare e preciso. Una città commissariata, in cui c’è una sorta di stato di polizia, e in attesa del grande evento del Giubileo, grande prova d’esame dal punto di vista del controllo, della sicurezza e della gestione.
Le perquisizioni di ieri mattina non ci spaventano e non ci scoraggiano. Ne cogliamo però il significato complessivo perché non sono un atto isolato.

Andare e tornare dai presidi a Ponte Galeria sta diventando sempre più complicato. Durante gli ultimi appuntamenti, infatti, molti solidali che volevano raggiungere il CIE sono stati fermati da polizia e controllori, che non facevano ripartire il treno o bloccavano gli ingressi, dispiegandosi in forza dentro le stazioni e minacciando i presenti.

Dentro il CIE Ponte Galeria la situazione è come al solito insopportabile. Le celle sono stracolme di persone e le deportazioni all’ordine del giorno. I presidi, non ci stancheremo mai di dirlo, sono momenti importanti per tenere viva non solo la solidarietà con chi è dentro, ma per dare costanza alla comunicazione con i detenuti e le detenute, per contiuare a supportare chi lotta dentro e per organizzare al meglio la risposta fuori.

Chiamiamo quindi tutti e tutte a partecipare in tanti e tante al prossimo presidio, che sarà il prossimo 12 dicembre. Sarà fondamentale essere numerosi/e, determinati/e e con la rabbia di sempre.

Complici e solidali con chi lotta
contro ogni gabbia e frontiera


Alcuni nemici e nemiche delle frontiere


da informa-azione.info