19 ottobre 2015

FIBBIA N.°0 - FOGLIO ANTICARCERARIO

riceviamo e diffondiamo:

Come nemici delle galere abbiamo deciso di far uscire "Fibbia", un foglio anticarcerario in cui condividere lettere riflessioni e aggiornamenti su alcune carceri del territorio emiliano e delle zone limitrofe. "Fibbia" nel linguaggio carcerario significa "parola criptata". Questo foglio vuole essere uno strumento di comunicazione con chi si trova al di là di un muro, per favorire la divulgazione di situazioni conflittuali che avvengono dentro le carceri.

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13 ottobre 2015


MESSAGGIO DI EVI STATIRI, RILASCIATA DOPO UNO SCIOPERO DELLA FAME, ORA A CASA

Ricevuto il 7 ottobre 2015:
 
Una volta scarcerata, la prima cosa di cui ti rendi conto è che il tuo sguardo non inciampa più in muri, sbarre o divisori. Può vagare e guardare il cielo, senza vederlo attraverso il filo spinato. E i tuoi passi non sono più contati — venti verso il muro del cortile della prigione e venti tornando alla cella. Certo, nel mio caso le mura del cortile della prigione si sono allargate fino a un chilometro da casa mia, senza nemmeno poter comunicare col mio compagno…
Ma in ogni modo, per me il rilascio ha il gusto di una prima vittoria contro la paura e l’ingiustizia che ci vogliono imporre come  condizione di vita restrittiva…
Niente di tutto questo sarebbe accaduto se non fosse stato per un movimento dinamico e multiforme di solidarietà che mi ha trasmesso da ogni angolo della Grecia la forza e l’ottimismo che la storia non è scritta soltanto dai potenti ma anche dai ribelli…
Un enorme grazie a tutt* i/le compagn* conosciut* e no che hanno spezzato il terrore dell’onnipotenza del Potere.
Un enorme grazie anche ai dottori dell’Ospedale Generale di Nikaia, e soprattutto ai medici Spyros Sakkas e Olga Kosmopoulou, che mi hanno sostenuto con calore e abnegazione fin dal primo momento.
Naturalmente non dimentico quell* che sono rimasti là, in prigioni e celle gelide… Sarò sempre al loro fianco e mi aggrapperò ai momenti che abbiamo condiviso finché non ci incontreremo di nuovo…
Perché finché ci saranno prigioni, nessun* sarà liber*…
Libertà per i/le prigionier* politic* Libertà per chi è in cella
Evi Statiri

Da ContraInfo

SABOTAGGIO ANTINUCLEARE: DOPO 10 ANNI SI RITORNA A PROCESSO

riceviamo e diffondiamo:

L'udienza d'appello a Firenze del 5 ottobre ha visto un rinvio alla già fissata udienza del 19 ottobre per la mancanza di un perito del pubblico ministero e di un ispettore della digos di Pisa che ha seguito tutta l'indagine.

Sabotaggio antinucleare: dopo 10 anni si ritorna a processo 

Nel 2005 a Molina di Quosa (Pisa) un traliccio Terna dell’alta tensione della linea La Spezia-Acciaiolo viene sabotato con due cariche di dinamite, azione che lo ha danneggiato seriamente ma senza farlo cadere. Nei giorni successivi una lettera anonima, arrivata ad agenzie di stampa e alla redazione pisana del giornale ecologista radicale Terra Selvaggia, motivava il gesto contro i nuovi progetti di ripresa dell’energia nucleare. Questi progetti non sono stati mai veramente dismessi con il referendum dopo Chernobyl, ma continuano ad essere portati avanti in numerose ricerche e centri sperimentali, come nella facoltà di ingegneria nucleare di Pisa che rappresenta un’eccellenza a livello nazionale. Sempre sullo stesso territorio nel parco naturale di S. Rossore spicca anche il CISAM: reattore nucleare sperimentale e centro di ricerche militari. Recentemente questo impianto ha fatto parlare di se per lo sversamento di acque radioattive nel canale dei navicelli che porta da Pisa al mare. Acque tossiche definite prive di pericoli dalle solite servitù locali Arpat e Asl. Questi veleni intramontabili ricordano invece che dal nucleare non si esce: quello che è stato prodotto, o che è rimasto come scoria, rappresenta l’eredità di una visione di mondo in cui la produzione energetica e il controllo militare si situano sopra qualsiasi cosa, anche se il prezzo è un lascito di un mondo discarica. In quegli anni, soprattutto in Italia, non esisteva un vero dibattito sull’energia nucleare neanche nei contesti ambientalisti, dove sicuramente su certe questioni l’attenzione era più alta. Sembrava che con il referendum, ma soprattutto con il disastro di Chernobyl, si fossero creati gli anticorpi per difendersi dagli ingegneri dell’atomo. La realtà invece si è posta subito in maniera diversa: se in Bielorussia gli ecosistemi e tutti gli esseri viventi continuano a subire le terribili conseguenze delle radiazioni, qui si è persa la memoria di quello che è avvenuto e continua ad avvenire. Però per i paladini dell’atomo questo non è stato ancora abbastanza, hanno pensato loro di scrivere una nuova memoria instillando prima la paura per un collasso ecologico e quindi sociale, ormai più che evidente; successivamente ha preso piede la creazione di una cieca fiducia nella tecno-scienza e nelle sue soluzioni. In questo nuovo paradigma il così detto disastro nucleare non è più un qualcosa di eccezionale e soprattutto di imprevedibile, ma fa parte di una dimensione in cui la servitù è spacciata per responsabilità. Quella responsabilità che avrebbe dovuto farci capire che, in tempi di perenni crisi e quindi di rischi, certi irrazionali pensieri contro il tecno mondo non solo, non sono accettabili, ma sono terroristici, anzi eco terroristici. Del resto non esiste forse la Green Economy per pensare a quello che resta della natura? E se ancora ci fosse qualche dubbio basta tenere presente che le tecno scienze troveranno una soluzione, perché si tratta sempre ed esclusivamente di problemi tecnici risolvibili con tecnologie appropriate. A Fukuschima del resto è la stata la stessa società responsabile degli impianti che si è adoperata per metterli in sicurezza, essendo l’unica ad avere le tecnologie opportune. È stato trattenuto ufficialmente il mostro radioattivo, ma solo perché la radioattività è invisibile e ha conseguenze non immediate. Questo ha permesso ai tecno scienziati nipponici sostenuti dalle potenti lobby dell’atomo internazionali di mostrare una situazione sotto controllo quando invece il mostro radioattivo già era ben lontano per mare, terra e aria a portare in giro le sue conseguenze mortifere. Se nel 2005 non vi era attenzione e interesse sul nucleare da parte del pubblico, in sordina si stava già muovendo da diverso tempo la lobby nuclearista capitanata in Italia da Enel che stava investendo fortissimo in tutta una serie di nuovi impianti in Francia e nell’Europa dell’Est, peraltro utilizzando negli impianti le stesse tecnologie di Chernobyl. Il progetto di fondo era quello di
riportare l’atomo ancora una volta in Italia con la costruzione di nuove centrali o rimettendo in sesto quelle precedenti.
Per chi vive in queste zone della Toscana, lungo la linea che va dai monti pisani alle alpi Apuane, non è una cosa nuova sentire questi boati di rivolta. La linea La Spezia – Acciaiolo è contestata da più di trent’anni, non solo per il trasporto dell’energia nucleare francese, ma anche per l’inquinamento elettromagnetico. Solo su questa linea si contano negli anni decine di attacchi dinamitardi che hanno scosso il sonno a chi questo sistema di morte alimenta e riproduce. E hanno rallegrato coloro che hanno ben presente qual è il linguaggio che gli sfruttatori di ogni sorta tengono di conto prima e dopo aver intrapreso i loro progetti nocivi. Anche la repressione negli anni non è mancata: l’arresto negli anni ’90 dell’anarchico ecologista Marco Camenisch accusato anche del sabotaggio dei tralicci di questa linea non ha però fermato gli attacchi e al contrario negli anni successivi sono diventati anche espressione di solidarietà nei suoi confronti e delle sue lotte all’interno delle carceri italiane e svizzere. La repressione si è accanita particolarmente sul circolo ecologista anarchico di Pisa il Silvestre, riferimento per il giornale Terra Selvaggia e per numerose campagne di lotta, sia locali che sul territorio nazionale, a carattere ecologista e di liberazione animale. Diverse procure hanno cercato di imbavagliare le attività del Silvestre imbastendo svariate inchieste per associazione sovversiva. La procura di Firenze, che sicuramente conta il maggior numero di procedimenti messi in atto, dopo il sabotaggio al traliccio a Molina Di Quosa procederà contro il Silvestre, oltre che per l’imputazione del fatto specifico, anche per l’ennesima associazione sovversiva. L’uso del reato associativo, quasi sempre strumentale per instillare un clima emergenziale e giustificare qualsiasi misura repressiva, ha portato all’arresto di sette persone con misure cautelari preventive in carcere che si sono protratte fino a due anni e anche oltre considerando le varie restrizioni. Con l’inizio del processo cade l’associazione sovversiva in pochi minuti, anche se era stato il vero motivo che aveva giustificato anni di carcere preventivo in sezioni EIV (Elevato Indice di Vigilanza) sparse per l’Italia. Per il fatto specifico del sabotaggio al traliccio vengono fuori cose interessanti sulle modalità investigative della digos, le richieste alla procura di decreti si trasformano in pura formalità: qualsiasi luogo e spazio è idoneo per le loro cimici e le loro riprese, di fatto se parlano di abitazioni sono già dentro le auto. Queste modalità hanno fatto inceppare il processo per anni fino ad un appello traballante che ancora una volta e con successo è riuscito a giustificare tutto quell’apparato spionistico in nome dell’emergenza dell’associazione sovversiva che per anni ha aleggiato per Pisa.
Il 5 e il 19 Ottobre 2015 si terranno le prime udienze del processo d'Appello per cinque compagne/i accusate/i del sabotaggio al traliccio. Come anni fa abbiamo dato voce sulle pagine di Terra Selvaggia a questo atto di rivolta, e a tutti quelli di cui ci arrivava notizia, ribadiamo ancora una volta la necessità di opporsi a questo sistema fondato sullo sfruttamento tra esseri umani, sugli altri animali e sulla natura. Come scrivevano gli anonimi sabotatori nella lettera alla nostra redazione: “è giunta l’ora di staccare la spina a questo sistema di morte che sta devastando la natura e mettendo a rischio la stessa vita sulla Terra. I progetti di morte di questi criminali dell’atomo non passeranno sotto silenzio”. 

Dal 5 ottobre al 19 si terranno a Firenze le udienze del processo d'Appello per i reati specifici contestati nell'ambito delle inchieste “gruppi d'affinità” e “anticorpi” del 2006. A distanza di molto tempo, dopo anni di galera, arresti domiciliari, restrizioni varie, la caduta del reato di associazione sovversiva e nuove inchieste, il processo si riapre.
Uno dei reati contestati è il sabotaggio di un traliccio dell'alta tensione. L'altro un attacco contro un'agenzia di lavoro interinale.
Nel 2005 un traliccio Terna della linea La Spezia-Acciaiolo è stato colpito e nei giorni seguenti una lettera arrivata a vari giornali e alla redazione di Terra Selvaggia motivava il gesto contro l'energia nucleare e suoi effetti nefasti.
In occasione del processo mi piacerebbe fare alcune riflessioni. Durante gli ultimi dieci anni sono state attaccate sempre più raramente strutture e circuiti di produzione e distribuzione di energia che rappresentano lo scheletro e la base su cui poggiano il mantenimento del potere, la proliferazione del capitale, la mercificazione nelle società avanzate e lo sfruttamento di quelle colonizzate. Al contrario, un sempre maggiore impulso hanno avuto la produzione e la distribuzione dell'energia grazie a più sofisticati ritrovati tecnologici, al boom delle cosiddette energie rinnovabili che contribuiscono ad abbellire il volto ecologista del capitale e accrescere le quotazioni di aziende come Terna, all'aumento della partecipazione e della dipendenza delle persone da tutto ciò che è utilizzabile attraverso l'energia, aldilà dei costi, non strettamente monetari, che questo comporta.
Nel mondo esistono ancora numerosissime centrali e i progetti di ricerca militare e civile nel settore non si sono mai fermati, ma è evidente che negli anni la percezione del problema delle scorie e dei rischi connessi a guerre atomiche o a disastri dovuti ad incidenti, è cambiato.
Sui rischi del nucleare e sulla necessità di limitarne o evitarne l'uso, sembrano oramai essere tutti d'accordo. Molti scienziati pongono le cosiddette questioni etiche rispetto alla ricerca indiscriminata, la Chiesa già da decenni ha preso posizione contro il nucleare e certe aberrazioni del progresso scientifico in nome di un conservatorismo non meno dannoso della maschera filantropica della scienza. Su queste posizioni sembrano essere la maggior parte dei politici come dimostra, ad esempio, il recente accordo sul nucleare ratificato con l'Iran che oltre a costituire una scelta geopolitica significativa e aprire nuovi mercati per garantire una maggiore circolazione delle merci e delle risorse energetiche, intende far si che solo quei Paesi tradizionalmente più influenti all'interno della comunità internazionale possano disporre di armi nucleari. I rischi connessi all'energia nucleare sembrano far paura a tutti. Anche alla cosiddetta opinione pubblica: fra la gente si è diffuso un forte senso di opposizione e, talvolta, di condanna per paura dei rischi, oramai noti, delle possibili conseguenze catastrofiche di uno scontro nucleare. Ma, aldilà di più o meno strumentali allarmismi su aspetti specifici, sappiamo bene come lo sviluppo energetico, sia esso alimentato dal nucleare o da vecchie e nuove risorse e tecniche, rimanga uno dei perni fondamentali su cui si regge il funzionamento del dominio.
Coloro che hanno sempre sostenuto la produzione e l'utilizzo dell'energia nucleare, per scopi militari e/o civili, e i contesti che hanno reso possibile il loro lavoro, hanno col tempo intrapreso nuove strade. Attraverso vecchi guadagni e nuove retoriche vengono finanziati nuovi e più accettabili progetti, nel terreno reso fertile da decenni di propaganda vengono seminati nuovi inganni.
È necessario osservare bene ciò che accade attorno a noi, cogliere i cambiamenti in atto e i loro effetti sulle società in cui viviamo, le direzioni, molteplici e complesse, verso cui vanno le lobby industriali, i centri di ricerca, le scelte economiche e quelle finanziarie, i meccanismi di potere, di controllo e di recupero. Ogni aspetto della realtà che ci è nemica è strettamente connesso con gli altri. Le questioni relative al nucleare, mai definitivamente tramontate, lo sviluppo delle scienze convergenti, le evoluzioni dell'informatica, la devastazione dell'ambiente, l'economia, le carceri, il lavoro, le disuguaglianze sono tutti aspetti legati attraverso un unico filo conduttore al processo continuo di ristrutturazione capitalistica. Non c'è niente da salvare e quindi tutto va distrutto, senza remore, né speranze, né alternative, né terre promesse, né rivendicazioni parziali.
Il potere non è un'idra mitologica a cui tagliar la testa o una minaccia incorporea che domina incontrastabile. Si realizza piuttosto attraverso elementi concreti. Chi, anni fa, ha individuato un traliccio ha trovato di fronte a sé un obiettivo concreto e attaccabile. E ogni danno fatto contro la sacralità della scienza, il valore della proprietà e la giustizia delle leggi, la bellezza dei media o la soluzione comoda della rassegnazione è un danno benvenuto.

Mariangela

AGGIORNAMENTO SULLA NON-LIBERAZIONE DI MARCO CAMENISCH


riceviamo e diffondiamo:

28 settembre 2015: 7° aggiornamento no liberazione

Nella “riunione n. 3 di coordinamento dell’esecuzione della pena” del 27 luglio 2015 c’è stata “l’audizione legale” del sottoscritto. Presenti: l’ennesimo nuovo “responsabile” e un’addetta alla verbalizzazione del DAP ZH; l’assistente sociale, una praticante e la responsabile per l’esecuzione penale (tipo vicedirettrice) del carcere di Bostadel; il mio legale. Ero presente perché sembravano soddisfatte le mie premesse: delle proposte reali per una “discesa” a prescindere dalle folli “raccomandazioni-ROS” del servizio forense-psichiatrico del DAP. Mi presentarono, infatti,  la copia della risposta più o meno positiva del carcere “semiaperto” Saxerriet (cantone di San Gallo), al quale il DAP aveva chiesto di “ospitarmi” per un percorso di “discesa”.
Una riserva del Saxerriet era la mancante consultazione della “commissione specialista della CH Nordest”. Queste “commissioni” (4 in tutto) di recente istituzione (nel generale “giro di vite” della “giustizia”) sono composte da direttori di carceri, PM, psichiatri, psicologi, ecc. e si riuniscono periodicamente per valutare i casi di “discese” e “liberazioni condizionali” previste dai vari DAP cantonali per detenutx stigmatizzatx con la “pericolosità sociale”. Poi emettono per ogni “caso” le proprie “raccomandazioni” spesso e volentieri negative, che non sono vincolanti ma quasi sempre seguite dai DAP.
La commissione in causa dovrebbe riunirsi inizio ottobre 2015 per poi forse già nella stesso mese comunicare le proprie “raccomandazioni”.
Con esposto del 24 agosto, il DAP-ZH chiede a tale commissione

“…una presa di posizione sulla questione, se per il detenuto mc… le aperture nell’esecuzione della pena (insomma, ora “alleggerimenti”, ora “aperture”…) prospettate in suddetta riunione di coordinamento… del 27 luglio 2015, vale a dire:

-Trasferimento nella sezione chiusa/di transito del penale Saxerriet
-Spostamento nella sezione aperta del penale Saxerriet
-Dalla sezione aperta del penale Saxerriet: -vari permessi relazionali con scorta
                                                                     -permessi relazionali senza scorta
-Lavoro esterno
-Abitazione e lavoro all’esterno
-Liberazione condizionale (1° trimestre 2018) (sic!!)

Sono dal Vostro punto di vista sostenibili sotto l’aspetto della pericolosità sociale.
I permessi con e senza scorta sarebbero da vincolare alle seguenti condizioni:

-Inoltro previo ed osservanza di un programma dettagliato per il permesso;
-Scorta continua di personale del penale Saxerriet (nei permessi scortati);
-Redazione di un resoconto da parte di Marco Camenisch;
-Divieto di consumare droghe ed alcolici (incl. Cannabis) la cui osservanza è da verificare con i relativi controlli da parte del penale Saxerriet;
-Osservanza di un divieto di acquisto, di possesso, di porto e di avere con sé delle armi (sic!!!)

Durante il periodo di prova dopo la liberazione condizionale è prevista la prescrizione di un’assistenza (sociale)* al reinserimento come anche le seguenti disposizioni:

-Divieto di consumo di droga (incl. Cannabis) la cui osservanza è da verificare dall’assistenza* al reinserimento dell’ufficio per l’esecuzione delle pene e delle misure 3 (dal DAP-ZH) con i relativi controlli;
-Partecipazione a regolari colloqui con l’assistenza* al reinserimento dell’ufficio per l’esecuzione delle pene e delle misure 3;
-Osservanza di un divieto di acquisto, di possesso, di porto e di avere con sé delle armi (ri-sic!!!)…”

Da notare, dopo quasi 30 anni di galera, l’inaccettabile “libertà” condizionale di ridicoli 4 mesi con un periodo non definito “di prova e disposizioni” che può essere ordinato per un massimo di ben 3 anni dopo la “libertà condizionale”. Dopo il fine pena maggio 2018 potrei essere soggetto a ben 2 anni e 8 mesi di tali “disposizioni” (di fatto un prolungamento della pena) ed inoltre, in caso di “non osservanza”, essere riarrestato in ogni momento per espiare questi (ultimi) 4 mesi. Dato che una “liberazione” condizionale non è appellabile (non è ancora chiaro se lo sono i tempi di “prova/le disposizioni”) possibilmente dovrò ritirare il mio consenso a una “discesa”, oppure in caso di “liberazione condizionale” 4 mesi prima del fine pena “non osservare” le prime due “disposizioni” (divieto di consumo di Cannabis…, i “regolari” colloqui con l’assistenza ecc. ecc. …) per farmi questi ultimi 4 mesi vale a dire il “fine pena”, dopo il quale sarebbe difficile oppure legalmente impossibile comminarmi “periodi di prova” con le “disposizioni” (vale a dire vessazioni e “tarantelle”) sopra descritte.
Per il momento l’unica “certezza” è: che un eventuale trasferimento nel penale Saxerriet potrebbe avvenire in data indeterminata dopo una “risposta” della “commissione”; che il DAP non ha più accennato alle “raccomandazioni” folli del suo servizio forense-psichiatrico; che per degli ev. “permessi relazionali” ha richiesto una lista d’indirizzi, per un (non meglio specificato) “controllo di polizia”.
Questo, insieme al fatto che nel verbale della riunione sotto il titolo “prognosi legale/valutazione dei rischi” (prognosi e valutazione ora all’improvviso positiva) come “prospettive future/obiettivi/misure” anticipano l’intenzione di un oscuro “monitoraggio d’attività delitto-associate durante le previste aperture nell’esecuzione”, fa supporre che vogliono far rientrare per la finestra le “raccomandazioni-ROS”.

marco camenisch, 28.09.2015, carcere di Bostadel, Menzingen, CH

COMUNICATO DEL BARROCCHIO SQUAT

riceviamo e diffondiamo:

Il sindaco MontàTura trasforma il rame in piombo
Questa mattina, con un giorno di ritardo, leggiamo su uno dei giornali più infami di Torino, "Cronaca qua qua qua", dell'irruzione al comune di Grugliasco da parte degli anarchici appartenenti al "centro sociale" Barocchio che avrebbero minacciato il sindaco Montà. Nel pomeriggio poi, sui siti di Repubblica e La Stampa, esce la notizia che il povero sindaco avrebbe trovato 5 bossoli appoggiati sulla propria auto.

Non sembra tutto calcolato? A noi si!

Lunedì sera ci siamo presentati al comune, sapendo che ci sarebbe stata un'interrogazione (in sede consiliare) sulla costruzione della struttura psichiatrica detentiva R.E.M.S, che verrebbe aperta al posto della comunità psichiatrica Barocchio adiacente a tre scuole ed al Barocchio Squat, e del cui progetto è stata tenuta all'oscuro fino all'ultimo la popolazione.

Il sindaco di Grugliasco Roberto Montà, per rispondere a tale interrogazione, non sapendo che pesci pigliare e arrampicandosi sugli specchi, ha subito cercato di deviare l'attenzione verso lo sgombero del Barocchio Squat.

Abbiamo interrotto più volte le bugie del sindaco, che ha spesso contraddetto anche il suo stesso comunicato, abbiamo urlato le nostre ragioni, la lotta alla psichiatria, l'esigenza di vivere e difendere spazi liberi e il ribrezzo ed il rifiuto dell'ipocrisia istituzionale. L'unico contributo informativo da parte del sindaco di Grugliasco è un volantino (fatto solo per accusarci di aver diffuso informazioni false su ciò che veramente è una REMS) appiccicato alla bene e meglio che spiegava MALE che cosa succederà in strada del Barocchio. Volantino in cui l'accento è stato posto sui soldi che sarebbero serviti a cancellare le scritte rinvenute sul comune. Gli abbiamo buttato manciate di ramini perché quello è il prezzo che vale un sindaco falso e ipocrita come lui.

Fa molto ridere che il sindaco Montà associ a noi la notizia delle 5 cartucce scariche trovate sulla sua vecchia auto, perché le nostre pratiche di lotta attuate fino ad ora sono ben altre.

Insomma, a quanto pare Il sindaco non è molto fortunato. Oltre agli "anarchici che gli riempiono il paesino di scritte" e i continui fastidi contro l'apertura della REMS, ora, a un passo dalla sua apertura, anche i comitati cittadini di Grugliasco gli fanno pressioni contro. Ma...c'è un altro nemico che minaccia il caro Montà. Chi sarà? L'Amico/nemico di Montà? quello politicante, quello mafioso, che si gioca le carte che ha nel mazzo: la stampa, i media...il suo caro amichetto di nome Montà-tura.


Saremo nelle strade, sui tetti e dove vogliamo


Abusivi appassionati del Barocchio Occupato
Mercoledì 8 ottobre 2015



Ah si! P.S.= Questa l'avevamo già vista con altri politicanti, PM, sbirri, per distogliere l'attenzione dalla loro infamia... e poi far carriera.

APPELLO PER UNA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE CONTRO LE BIOTECNOLOGIE

Riceviamo e diffondiamo:

APPELLO PER UNA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE CONTRO LE BIOTECNOLOGIE

Dal 12 al 18 ottobre si terrà la European Biotech Week, una settimana in cui sono previsti oltre 100 eventi in tutta Europa - di cui 47 solo in Italia, il Paese con il maggior numero di iniziative – di promozione delle biotecnologie. In città come Roma, Milano, Padova, Torino, Bologna, Teramo, Napoli, Varese, Pisa, Lodi, Brescia, Siena, Firenze, Campobasso, Bari, Catania, Palermo, Pavia si terranno dibattiti, laboratori, porte aperte, premi, mostre e spettacoli per avvicinare il grande pubblico alle biotecnologie nei loro diversi settori di applicazione e fagli credere che queste porteranno a un miglioramento futuro della qualità delle nostre vite e del pianeta.

Fra le iniziative della settimana vi saranno il convegno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle nuove biotecnologie per gli alimenti e la salute a Roma,  il convegno di Bologna sulle biotecnologie industriali, quello a Collereto Giacosa (TO) sulle tecnologie convergenti in ambito farmaceutico con l'interazione tra biotecnologie, nanotecnologie, scienze cognitive e informatica. E ancora un incontro su “biotecnologie ed animali” nella facoltà di Fisiologia dell'università di Bologna, un convegno sulle politiche per le biotecnologie nel settore agroalimentare e un ridicolo “Aperitivo Biotech” al Museo della Scienza e Tecnologia di Milano, in cui “le famiglie avranno l'opportunità di creare uno spuntino biotech nel laboratorio di biotecnologia e scoprire quanti alimenti biotecnologici sono già sulle nostre tavole”.

Per scaricare il programma completo: sito Assobiotech

Il settore biotech italiano – in costante crescita - conta oggi 384 imprese con un fatturato annuo di 7 miliardi di euro (di media un introito di 50.000 euro giornalieri per azienda). Lauti guadagni per un settore considerato strategico per il rilancio dell'economia e dell'industria nazionale, in ambiti come quelli della salute, dell’agricoltura, dell’energia e dell’ambiente. Allo stesso modo è in forte crescita il settore della ricerca e delle imprese specializzate in nanotecnologie.

Animali transgenici per la zootecnia e la ricerca, OGM, terapie geniche e qualunque altra applicazione o brevetto possano creare con la manipolazione genetica di piante, animali o materia inorganica, si tratta soltanto delle ennesime nocività prodotte da una civilizzazione industriale che mira alla crescita economica e tecnologica infinita a scapito della biodiversità del pianeta e della libertà di chi vi abita.

In opposizione a questa ennesima operazione di propaganda del settore tecno-scientifico, rilanciamo con una settimana di mobilitazione contro le biotecnologie e la ricerca scientifica, dal 12 al 18 ottobre. Banchetti controinformativi e volantinaggi, scritte e striscioni, presidi di disturbo, interruzione delle conferenze, sabotaggio economico sono alcune delle idee che ci vengono in mente per disturbare o colpire gli eventi e le aziende coinvolti nella Settimana Biotech, o altri obiettivi legati al mondo delle biotecnologie.

Ovviamente non pensiamo che si debba per forza seguire il calendario dettato dai nostri nemici, qualunque momento è valido per ostacolare e mettere i bastoni tra le ruote a chi contribuisce al dominio scientifico e tecnologico e in particolare per ostacolare la diffusione degli ambiti di  ricerca in più rapido avanzamento come biotecnologie, nanotecnologie, neuroscienze, biologia sintetica ecc.

Rilanciamo la lotta contro le nocività!

Solidarietà con Billy Costa e Silvia, Marco Camenisch, Alfredo e Nicola, Marius Mason e tuttx i/le prigionierx anarchicx e per la liberazione animale e della terra!


da informa-azione.info

RADIOCANE: SARDEGNA TERRA DI GUERRA

riceviamo e diffondiamo:

“Viviamo in tempi di guerra”, sottolineava ormai anni fa una 
pubblicazione aperiodica contro la macchina delle espulsioni. Una 
considerazione che il presente conferma giorno dopo giorno. E in tempi 
simili le “terre di guerra”, ovvero i territori “interni” dove la guerra 
si prepara costantemente, meritano una particolare attenzione. Così la 
Sardegna, storica landa di servitù militari, dove nell’ultimo anno han 
ripreso vita svariate attività antimilitariste.
 
Da un compagno impegnato in queste lotte, anche in vista del campeggio 
antimilitarista previsto a Cagliari dal 9 all’11 ottobre 2015, 
un’analisi della geografia delle installazioni militari nell’Isola, 
alcune esperienze di lotta del passato, nonché alcune considerazioni di 
metodo e prospettiva sul filo delle più recenti iniziative di disturbo 
al funzionamento delle basi.
 
ascolta:
 
http://www.radiocane.info/sardegna/
 

5 ottobre 2015

SENZA PAROLE - SU PENTITISMO E DISSOCIAZIONE

riceviamo e diffondiamo:
CON OGNI MEZZO NECESSARIO?
 
Sono passati molti anni da quando, in seguito all'affermazione contenuta in uno scritto, in cui si affermava che la realizzazione di una certa nocività doveva essere impedita "con ogni mezzo necessario", alcuni compagni facevano notare che questo genere di dichiarazione rischia di aprire le porte anche a ciò che non vogliamo. Cosa si intende, infatti, "con ogni mezzo necessario"? Tutto, "ogni mezzo" per l'appunto, e quindi potrebbe passare anche il messaggio che per impedire la realizzazione di quella nocività, o qualunque altra cosa si decida di contrastare, si possa fare ricorso, per esempio, anche alla raccolta di firme o al ricorso al Tar, il tribunale amministrativo. Pratiche decisamente poco anarchiche.
Riflettendoci, non si può che trovarsi d'accordo con quella osservazione, pensando a come sia invece la controparte, lo Stato, ad essere disposto ad agire "con ogni mezzo necessario" pur di raggiungere i suoi scopi. Costruzione di prove false, arresti indiscriminati, minacce, torture, bombe nelle piazze e sui treni... Pratiche queste ultime, che lo Stato, per il raggiungimento dei suoi obiettivi "con ogni mezzo necessario", ha compiuto in stretta collaborazione con i fascisti.
Alla luce di ciò, colpisce ancora di più leggere, su un sito di movimento, che "Il fascismo si combatte con ogni mezzo necessario". Significa quindi che lo Stato, i fascisti e coloro che vogliono combattere il fascismo (questi generici antifascisti) siano tutti disposti a non porsi domande su quali siano le pratiche, e quindi l'etica che le sorregge e le legittima, pur di combattere contro il rispettivo nemico? Crediamo – e speriamo – di no. Ma è proprio quel comunicato che lascia aperta la porta al dubbio, e non per lo slogan – di cui comprendiamo le intenzioni – ma perché sono elencati una serie di nomi, senza distinzione alcuna, accomunati dal loro essere "antifascisti" ma, appunto, "con ogni mezzo necessario". Ma è corretto raggruppare sotto lo stesso ombrello, quello dell'antifascismo nel caso specifico, persone che compiono tra loro scelte diverse? È corretto accomunare chi si trova ad affrontare la repressione senza
 nulla rinnegare di quanto gli viene imputato (al di là che lo abbia o meno commesso realmente) con chi – nei fatti – ha già rinnegato quanto gli viene contestato e, per di più, nel corso di una manifestazione collettiva (quella che nel suddetto comunicato è definita "la rivolta"), che quindi non riguarda e non coinvolge solo lui?
Quando, dopo l'arresto e qualche giorno in carcere, durante quello che la lingua di legno del Potere definisce "interrogatorio di garanzia", si ammette di essere colui che viene immortalato in alcune foto (e fin qui...), ma si aggiunge anche di essere disposto a risarcire i danni si sta ammettendo, di fatto, di aver commesso un errore, di avere sbagliato e, quindi, implicitamente, di essere se non pentito, quantomeno costernato per la propria condotta, una condotta riprovevole. Ora, non si intendono qui dare lezioni di coerenza rivoluzionaria o misurare il tasso di sovversività degli individui per mezzo di un metro inesistente, ma è indubbio che un certo genere di ammissione non possa non avere conseguenze anche per gli altri che sono imputati per gli stessi fatti e gli stessi reati, agli occhi di un Potere che – invece sì – usa sempre bene il suo metro repressivo. Quali saranno infatti le conseguenze per chi non si dirà disposto a
 risarcire i danni causati nel corso del suo agire? O di chi addirittura si dichiarasse pronto a rifarlo? La risposta dovrebbe essere scontata... Ci si colloca su piatti diversi tra quelli retti dalla giustizia, con l'inevitabile conseguenza che l'alleggerimento di uno rende l'altro più pesante.
Affermare che la responsabilità di una tale scelta sia da attribuire a cause esterne alla propria volontà è solo una forma estrema di arrampicata sugli specchi, perché non possono esistere cause "esterne" alla propria volontà individuale, ed evitiamo di entrare nel merito di queste cause, in primis per rispetto della vita privata di chi è coinvolto, ed anche perché parlarne non farebbe altro che evidenziare maggiormente la pochezza e la miseria di un certo pensiero e di un certo agire.
Un compagno è, o dovrebbe essere, sempre un individuo consapevole, di se stesso e delle proprie responsabilità, e nel momento in cui decide di muoversi in una certa direzione, deve essere anche disposto a farsi carico e ad assumere quelle responsabilità, che sono umane, sociali, politiche, giudiziarie... In caso contrario, qualora non fosse disposto a farlo, bene farebbe a stare casa, perché quello della sovversione sociale non è né un gioco a cui si può giocare fino a che le cose vanno bene, e neanche una questione di "pignoleria", come spesso vengono bollate le critiche come questa, ragion per cui in molti decidono di tacere davanti a situazioni simili, oppure a parlarne solo in privato, e mai coi diretti interessati.
Certo non siamo contenti quando qualcuno finisce in carcere, e ci fa piacere  saperne fuori la persona coinvolta, ma la debita conseguenza di certe scelte dovrebbe essere tirarsi fuori dal gioco (che tale appunto appare...) e farsi, tranquillamente, la propria vita.
Purtroppo però l'amicizia tende a soppiantare sempre più i rapporti di affinità e la ricerca della progettualità, e si tende a rinunciare a questi per non abbandonare quella, in un costante e continuo scivolamento verso il basso dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, dei propri progetti, della propria etica, e della capacità di farsi carico delle conseguenze di tutto ciò. Non ci sono quindi mai conseguenze o prese di posizione chiare e nette davanti a fatti simili, perché sembra prevalere ormai la disponibilità a bere una birra in compagnia o andare a fare i tuffi insieme, piuttosto che la complicità nella ricerca di un progetto comune, interrogandosi sui mezzi più adatti per realizzarlo.
Sarà forse un caso, ma dopo "la rivolta" c'è stato anche un sabotaggio – un ripetitore telefonico incendiato – rivendicato in solidarietà con chi era stato aggredito dai fascisti, fatto da cui era scaturita "la rivolta" stessa. Ne è seguito un comunicato in cui, con una forma che metteva le mani avanti, si dichiarava di non volere indicare nessuno quale autore del sabotaggio, facendo comunque intendere di non essere stati loro, gli estensori. Ora, non sarà la stessa cosa che puntare il dito contro qualcuno, ma anche tirarsi fuori e restringere il campo della ricerca, non è pratica molto nobile. È tutto questo guazzabuglio che poi permette ai pentiti di tornare a frequentare posti e situazioni di compagni o ai dissociati di tenere lezioni sui modi di portare avanti le lotte...
Davanti a tutto ciò possiamo ancora continuare a mettere la testa sotto la sabbia per restare amici di tutti; possiamo ancora turarci il naso per non respirare l'olezzo nauseabondo, ma tutto ciò, alla lunga, fa mancare l'aria.
Preferiamo respirare.
 
Anarchici
 
UN GIOCATTOLO ROTTO
 
Pentirsi dei propri gesti o delle proprie idee significa, senza tanti giri di parole, prendere le distanze da questi, dissociarsi. Oggi il linguaggio è cambiato, i significati sono più diluiti, lo scarto tra ciò che si dice e quello che si fa aumenta sempre più. Dare seguito alle proprie parole sembra quasi velleitario e molto spesso, purtroppo, tutto si riduce in slogan, frasi fatte, gesti emulati. Agire coerentemente non può certo essere un gesto di pignoleria o una sorta di rigidità mentale. Dovrebbe essere, al contrario, lo spirito che anima chi si mette in mezzo nel tentativo di sovvertire questo mondo, o quanto meno nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote allo sfruttamento e all'iniquità.
Ma questi discorsi sembrano essere ormai cose da marziani, da rompicoglioni, da vecchi compagni legati all'ideologia. Questo è il tempo dell'assenza di memoria, della comunicazione veloce, del linguaggio spezzettato e tutto ciò non può che determinare anche i gesti e i pensieri di chi è immerso, noi compresi, in questa realtà. Ciò non significa, però, che tutto abbia una giustificazione e possa essere tollerato, anzi, più siamo accondiscendenti, poco attenti e poco critici e più la realtà tenderà a sovrastarci.
Dopo che a Cremona un'aggressione fascista aveva portato in fin di vita un appartenente del Csa Dordoni, un grosso corteo ha percorso le vie della città, con rabbia. Alcuni antifascisti sono stati arrestati in seguito a questo corteo. Uno di loro, durante l'interrogatorio, ha affermato di essere stato presente a quella manifestazione e di voler ripagare i danni, giustificando in seguito di aver preso una tale decisione perché confuso e perché raggirato dall'avvocato.
Nessuno pretende che i compagni siano degli eroi, ma forse è necessario che si rifletta un po' di più sulle proprie azioni. Capire che le proprie scelte comportano delle conseguenze sembra essere incomprensibile a molti, eppure è una banalità di base che dovrebbe essere più che scontata. Altrimenti dobbiamo giungere alla conclusione che nulla è importante e che assumersi la responsabilità di quello che si fa e che si dice vale per noi tanto quanto vale per chi, in questo mondo, tenta di sopraffare gli altri. Inaccettabile. Ma poiché nessuno pretende che ci siano obblighi o regole da imporre, può accadere che un compagno comprenda, dopo essere arrestato, che quella non è la sua strada, che nella vita vuole fare altro e quindi si dissocia dal suo gesto o dalle sue idee; ma perché allora ricordarlo alla stregua di chi, invece, coerentemente accetta le conseguenze – compreso il carcere e la repressione – senza scusarsi in seguito ai suoi
 gesti?
E cosa significa dichiararsi antifascista dopo essersi scusato sostenendo di volere ripagare? Una sorta di etichetta, un marchio che mette al riparo da qualsiasi critica? Senza contare che dirsi antifascista senza fare una minima riflessione sul contesto in cui ci troviamo è una formula vuota e inutile, buona solo a sentirsi parte di un gruppo. Questo è quello che comporta il gregarismo, il fare o dire le cose perché le fanno o le dicono altri. La cosa peggiore, poi, è scaricare la propria responsabilità su qualcun altro, in questo caso l'avvocato. Negli ultimi tempi abbiamo assistito alla presenza sempre più ingombrante degli avvocati che spesso hanno preso le redini dei processi condizionando molto la difesa dei compagni. L'avvocato fa quello che gli si dice di fare a livello politico se è una persona sensibile, un amico o addirittura – se possibile – un compagno. Non dice quello che non vuoi e non si sostituisce a te se glielo
 impedisci. Se si pone in questo modo ciò che resta da fare è revocarlo o minacciarlo. Ma se l'avvocato non ha agito in questo modo, non si può buttare merda su di lui per arrampicarsi sugli specchi e tentare di giustificare la propria inettitudine.
Possibile che tanti tra quelli che girano nel movimento non fanno alcuna riflessione sul carcere, su cosa sia e su cosa fare se un giorno dovesse toccare anche a loro?
Un brutto posto, senza dubbio, nel quale si possono vivere condizioni pesanti, ma del quale bisogna parlare per capire di cosa si tratta sapendo che niente ci può annientare se le nostre idee sono più forti (al di là dell'accettazione o meno della condizione detentiva personale), se la solidarietà è un termine concreto e se ci siamo dotati di mezzi per affrontare ciò che tenta di isolarci, ostacolarci, metterci in difficoltà. Se tutti questi pensieri non ci sfiorano minimamente, allora dovremmo trarre qualche conclusione, perché evitare di finire dentro è molto meglio, ma provare a capire come affrontare la detenzione, qualora dovesse capitare, potrebbe evitare di fare scelte dissociative.
La paura è un sentimento che proviamo tutti e forse in molti casi può essere utile a farci capire fin dove possiamo arrivare. Questo, a nostro parere, è avere considerazione della propria dignità e non barattarla alla prima difficoltà.
Infine, l'amicizia. C'è chi probabilmente pensa che per amicizia non si possa criticare o dire nulla, o che la questione andava affrontata diversamente. Inutile arrampicarsi sugli specchi. La problematica riportata all'inizio è nota da tempo ed è stata taciuta e giustificata, quando non nascosta sotto la coperta della scelta individuale. Non serve ribadire che dichiarare di voler ripagare il danno di fatto pone una netta separazione tra se stessi, acquistando il ruolo del manifestante buono che chiede scusa, e gli altri, i cattivi, quelli che non pagheranno, che anzi pensano che quello che hanno fatto era il minimo che potevano fare. E poi siamo davvero sicuri che se un amico sbaglia sia da amici far finta di niente, o l'indifferenza e la giustificazione, anche di ciò che è palesemente sbagliato, sono il collante di rapporti gregari e alienati?
Ma queste sono domande che si pongono quei soliti pignoli e rigidi, per tutto il resto c'è facebook.
 
Anarchici  
 
SENZA CHIEDERE SCUSA.
RIFLESSIONI SUL RAVVEDIMENTO
 
Tolosa, 21 febbraio 2015. Una manifestazione contro la diga di Sivens e (per qualcuno) le nocività di questo mondo si accende, come molti prevedevano, e finisce in scontri con gli sbirri e danni a negozi, auto ed arredamento urbano. Come spesso accade, purtroppo, ci sono degli arresti fra i manifestanti. Fra di loro c'è François. Secondo le merde dei giornali sarebbe stato arrestato mentre sfondava a colpi di mazza le vetrine di un'agenzia immobiliare e di un negozio di arredamento.
François rifiuta il processo per direttissima e passa quindi davanti al giudice il 25 marzo, dopo un mese di preventiva. Ecco alcuni estratti della sua dichiarazione : "Mi sono lasciato tirare. [...] Da una parte i poliziotti, dall'altra noi. Ho fatto l'errore di considerare i poliziotti come dei nemici, gli altri come miei amici. [...] Mi è stata data una mazza. Me ne sono servito. Sono desolato".
La giudice, che è una boia, ma non è scema, gli chiede cosa ci faceva a Tolosa, visto che abita all'altro capo della Francia, a Rennes, e per di più con una maschera antigas sul volto. François se la gioca da ex studente pacato e gentile, si dice "toccato dall'ecologia". La giudice, da buona boia nient'affatto scema, fa il suo lavoro e lo rimanda al fresco per altri cinque mesi, più 6 di condizionale e l'obbligo di pagare i danni.
Milano, 1 maggio 2015. Una manifestazione contro Expo e (per qualcuno) questo mondo nocivo si accende, come previsto anche dalle pietre, e finisce in duri scontri con gli sbirri ed ingenti danni a negozi, auto ed arredamento urbano. Come spesso accade, purtroppo, sbirri e magistrati si vendicano a freddo. Il 19 maggio Marco viene arrestato a casa sua. Seconda l'accusa avrebbe preso parte al pestaggio di uno sbirro. Accusa secondo loro provata da alcune foto scattate da giornalisti e circolate sui media, che lo ritrarrebbero a viso parzialmente scoperto.
Durante l'interrogatorio di garanzia, Marco dichiara [1]: "Ho visto che gli agenti portavano via una ragazza in modo violento ho preso un bastone che si trovava per terra e ho colpito un poliziotto. Poi sono andato via. [...] Ho agito in modo impulsivo, sono rammaricato e chiedo scusa al poliziotto". Non sappiamo se il fatto di mettersi a strisciare gli servirà per ridurre il conto in tribunale.
Ma perché chiedere scusa? Perché annullare con un gesto di vile accomodamento degli atti di sincero coraggio e, cosa ancora più importante, le ragioni per le quali lo si è fatto? Possiamo comprendere il fatto di non voler peggiorare la propria situazione. Ma nessuno pretende che si sputi in faccia al giudice (c'è chi lo fa e tanto meglio, ma è una sua scelta individuale). Basta stare zitti.
Perché abbassarsi a quel punto? Per paura? Per opportunismo (che poi spesso non funziona)? La paura è un sentimento umano e comprensibile, ma non giustifica il tradimento, né di altri né delle proprie idee. L'opportunismo... Cambiare atteggiamento, cambiare discorso secondo l'opportunità, secondo la direzione del vento. Ma oltre a chi sceglie di rinnegare per beccarsi meno galera, c'è anche chi non può oppure, per dignità a coerenza, non vuole farlo. E quando qualcuno si presenta in tribunale come un bravo ragazzo, implicitamente sta già facendo una distinzione fra sé stesso ed i cattivi.
Ma allora perché andare a sfondare vetrine, perché randellare uno sbirro? Se pesto uno sbirro lo faccio perché quel servo in divisa mi fa schifo, perché finché esisterà uno sbirro, la libertà sarà lontana. Oppure lo faccio per gregarismo, perché lo stanno facendo altri?
Se vado ad una manifestazione che si preannuncia calda e non voglio problemi, non sfondo vetrine (ci si potrebbe anche chiedere perché andare ad una manifestazione se non si vogliono problemi, e a cosa serve una manifestazione senza problemi, ma lasciamo stare...). Se davvero voglio qualche brivido, resto a guardare, come fanno già in troppi. Come i troppi che fanno foto, una pessima abitudine che ormai è di moda tollerare. Tra l'altro in quanti si paga la leggerezza di non voler allontanare (con le buone o con le cattive, meglio con le cattive) giornalisti professionali o "alternativi", che vanno alle manifestazioni non per manifestare, ma per fabbricare prove che spesso sono molto utili per polizia e magistratura? Qualche macchina fotografica, telecamera o smartphone spaccato in più, vorrebbe dire dei compagni in meno in galera, quando ce ne accorgeremo?
Ma torniamo al fatto di pentirsi dei propri cattivi impulsi, quando va male. Qualche anno fa la chiamavano dissociazione.
Non c'è nessun obbligo di fare alcunché, ognuno fa solo quello che si sente, ma deve esserci la responsabilità delle proprie scelte. Ognuno deve assumerle fino in fondo.
E se credo davvero in quello che ho fatto, perché negarne le ragioni quando va male? Nessuno vuole martiri. Ma come dice il proverbio, un bel tacere non fu mai scritto. Certi gesti parlano da soli. Chiederne scusa significa che non erano fondati su ideali di liberazione, tanto vale, allora, andare a picchiarsi con gli sbirri allo stadio.
Cosa significa assumere il proprio ideale rivoluzionario, con tutte le conseguenze pratiche che ne derivano? Che, appena va male, le idee non sono altro che belle parole da accantonare? Perché questo tentativo di sfangarla a tutti i costi, anche a costo della dignità? Se questa attitudine viene accettata (per esempio perché "non si critica qualcuno che sta in galera"), allora in cosa gli anarchici e i rivoluzionari sarebbero diversi dalla sinistra? In cosa saremmo eticamente diversi dalla sinistra, in cosa saremmo rivoluzionari? Per le vetrine spaccate, quando va bene e non ci si fa beccare? Non è abbastanza. I metodi non bastano, un mezzo è un mezzo e nient'altro e può essere usato da tutti. Anche un nazista può spaccare una vetrina o pestare uno sbirro. La mafia fa più vittime fra sbirri e magistrati di tutti i rivoluzionari d'Europa messi insieme. Non spargo una lacrima per loro, ma nemmeno plaudo alla mafia. Perché quello che importa
 sono le idee, un ideale di libertà individuale, ed il modo in cui applico queste idee concretamente, nella mia vita, con tutte le difficoltà e i compromessi che non posso evitare. Quello che importa è la coerenza fra le mie idee e pratiche, ciò che significa tra l'altro un comportamento degno anche nelle avversità, il rifiuto di rinnegare le proprie idee. Questo tentativo di coerenza è una tensione sempre insoddisfatta, ma essa dà senso a quello che faccio e quello che dico. Altrimenti l'anarchismo si ridurrebbe a una sfilza di belle frasi, la rivoluzione a una chiacchiera come tante altre.
La rivoluzione... e anche i piccoli tentativi conflittuali che facciamo nel frattempo, sempre tenendo d'occhio quell'obiettivo forse lontano, ma forse dietro l'angolo.
Chiederemo forse permesso? E se poi andasse male? Basterebbe chiedere scusa?
Meglio maleducati che venduti
 
da non-fides.fr

Note:
[1] Si possono leggere queste dichiarazioni sulle edizioni on line del Corriere della sera e di Repubblica del 21 maggio, edizioni locali di Milano.

BERGAMO: ATTO SIMBOLICO CONTRO LA FIGURA DI A.LOCATELLI - FASCISTA SANGUINARIO BERGAMASCO

Apprendiamo dai media locali che nella notte tra il 2 il 3 ottobre a Bergamo è stato fatto un atto simbolico contro la rinomata e decorata figura di Antonio Locatelli, fascista sanguinario bergamasco.
La fontana che porta il suo nome è stata colorata di rosso sangue mentre successivamente è stato affisso uno striscione recante la scritta "A. Locatelli, sanguinario assassino".



RADIOCANE: GRECIA - LIBERTA' PER EVI STATIRI


riceviamo e diffondiamo:
 
Arrestata nel marzo scorso per il semplice fatto di essere la compagna
di un membro della Cospirazione delle Cellule di Fuoco, Evi Statiri ha 
cominciato il 14 settembre 2015 uno sciopero della fame per ottenere la 
propria liberazione. In condizioni di salute estremamente preoccupanti, 
è stata infine scarcerata il 2 ottobre 2015, benché ancora sottoposta a 
forti restrizione. Ci siamo fatti illustrare i contorni di questa 
vicenda da una compagna che vive ad Atene.
 
ascolta:
 
http://www.radiocane.info/evi/

AZIONI INTERNAZIONALI COORDINATE IN SOLIDARIETA' CON EVI STATIRI





Dal 12 al 17 settembre 2015, alcun* participant* alla rete di Contra Info hanno effettuato una serie di azioni in solidarietà con Evi Statiri, prigioniera in lotta in Grecia, che il 14 settembre ha cominciato uno sciopero della fame esigendo la sospensione della misura di custodia cautelare impostale 6 mesi fa.
Evi Statiri si trova in galera a causa della mania vendicativa scatenata dagli apparati repressivi della democrazia greca dopo il fallito piano di evasione dei/lle compagn* prigionier* della Cospirazione delle Cellule del Fuoco all’inizio del 2015, che ha messo nel mirino i/le familiar* e amic* dei membri dell’organizzazione. Quando il Potere non riesce a piegare i/le prigionier* sovversiv*, mette le mani su amic* e parenti, cercando di seminare il panico e punire quello che non rientra nelle grosse bibbie della legislatura, quello che supera i muri del carcere, quello che è più lontano dalla dicotomia innocenza-colpevolezza: la solidarietà.
Dopo la decisione di Evi Statiri di scegliere come strumento di lotta lo sciopero della fame, facciamo appello ai/lle compagn* di tutto il mondo per rinforzare questo grido di libertà attraverso l’azione anarchica multiforme. Che nelle strade risuoni: EVI STATIRI LIBERA!
Qui sotto vi proponiamo alcune delle foto delle azioni realizzate nei territori controllati dagli Stati di Bolivia, Francia, Grecia, Portogallo, Cile, Spagna… e aspettiamo i vostri contributi a: contrainfo(chiocciola)espiv.net
Uno striscione è stato esposto a La Paz (Bolivia): “Compagna Evi Statiri, sequestrata dallo Stato greco, ti salutiamo dalla Bolivia”; sono anche stati distribuiti dei volantini: “Dalla Bolivia alla Grecia, libertà per Evi Statiri – La tua lotta dall’interno della prigione è un segno d’indomabile ferocia di fronte al Potere e la repressione”.

Fonte

NASCE LA CASSA DI SOLIDARIETA' AI/LLE PRIGIONIER* DI CROCE NERA ANARCHICA

 da crocenera

Come già annunciato nei primi incontri di presentazione del progetto editoriale di Crocenera, oltre al contributo informativo e di discussione attraverso il giornale ed il blog, abbiamo ripetutamente proposto l’eventualità di affiancare una cassa di solidarietà specifica per i prigionieri anarchici, intendendo fornire una base di supporto economico a quanti cadono nelle maglie della repressione e ne sono attivi e coscienti oppositori.

Siamo arrivati al dunque e l’abbiamo aperta.

Gli anarchici hanno iscritta, incisa nella loro carne la refrattarietà a qualsiasi categorizzazione politica, sono antipolitici per natura quindi non dovrebbero definirsi mai prigionieri politici. Nello stesso tempo gli anarchici finiscono in carcere in base a idee, atti, comportamenti che sono il frutto di una presa di coscienza etica, politica, esistenziale. Dolorosa consapevolezza, intellettiva coscienza, gioiosa rivolta o qualsivoglia altra mescolanza di sentire, fare e sapere che sia, è un procedimento naturale che ci porta ad essere informati, attenti, critici su determinati percorsi di lotta e repressione. Siamo anarchici, alieni al concetto di politica, comunque venga declinata, se cadiamo nelle reti del nemico, non ci rivendichiamo come oggetti politici piuttosto come soggetti di una socialità/asocialità altra, di una visione altra dell’esistente. Si cercano alleati, complici, amici, compagni, tra gli altri oppressi dalla macchina del dominio, ma questo non significa né mitizzare, come nella vecchia vulgata comunista, il soggetto di classe, né effettuare maldestri tentativi di entomologia sociale cercando a freddo, dall’alto della propria analisi, come fossero oggetti, gli oppressi di cui si parla, fuori o dentro le carceri che sia.

Siamo ben consapevoli che in questi contesti è piuttosto sgradevole e fraintendibile fare distinzioni, che offrono il fianco a semplificazioni strumentalizzabili sia politicamente che dal punto di vista repressivo, per questo abbiamo preferito specificare chiaramente le discriminanti che abbiamo scelto, per ora.

Una cassa di solidarietà in appoggio ai prigionieri anarchici che naturalmente sorpassa la distinzione fittizia tra prigionieri politici e sociali.

Consapevoli oltretutto dell’ulteriore stretta repressiva frutto degli ultimi aggiornamenti legislativi, che rende più evidente la necessità di utilizzare strumenti che il nemico vorrebbe reprimere.

Ci teniamo ad aggiungere che non vogliamo dare “delimitazioni geografiche” ai prigionieri a cui si cercherà di dar voce e che questa è una cassa di solidarietà diretta a loro, non una cassa di difesa legale e tantomeno uno strumento di supporto legale.

Su queste basi vogliamo iniziare ad attivarci, consci dello sforzo e delle nostre attuali possibilità.

CNA


Per inviare contributi solidali:

Numero Carta PostePay: 4023 6009 1934 2891

Intestato a Omar Nioi

MODENA: FOGLI DI VIA PER CONTRASTO ANTIFASCISTA A FORMIGINE

riceviamo e diffondiamo:

Il 23 settembre è stato notificato l’avvio del procedimento del foglio di via da Modena e provincia a un compagno per i fatti di Formigine del dicembre 2014, per cui risulta indagato per violenza a pubblico ufficiale.  A due giorni di distanza ne sono stati notificati  altri due per gli stessi fatti ad Aro e Vivi, due compagni che per quell’episodio furono arrestati e condannati successivamente a un anno e due mesi.
Risulta palese il tentativo da parte della questura di Modena di spezzare i legami tra le individualità del territorio; come emerge dalle carte, infatti, Modena risulterebbe “il luogo ove i gruppi anarchici di varie province sono soliti incontrarsi per pianificare azioni delittuose, pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica.”
Dai fatti di Formigine agli arresti di Andrea, Pippo e Tommy, rilanciamo la solidarietà a chi attacca il fascismo in ogni sua forma e con ogni mezzo necessario.

Compagni di Modena e “di varie province”


Fonte

RADIOCANE:IL NEMICO ALLE SPALLE - IL CANTO POPOLARE NELLA GRANDE GUERRA VOL.4-MALEDETTO SIA CADORNA!

riceviamo e diffondiamo: 
 
Quarto episodio de Il nemico alle spalle, rubrica curata da radiocane e 
Lorenzo Valera sul canto popolare contro la Grande guerra.
 
A fronte dell’insensata e spietata logica della guerra, in cui si deve 
uccidere e farsi ammazzare per gli interessi dei padroni, nulla di più 
logico e sensato dell’insubordinazione, la diserzione, la rivolta. Di 
queste storie narra questo quarto volume, episodi di un’umanità che 
dovette fronteggiare sentenze di tribunali, fucilazioni sommarie, 
decimazioni sul posto. Non a caso si cantava: “maledetto sia Cadorna, 
prepotente come d’un cane”.
 
Interpretazioni originali a cura di Lorenzo Valera e Livia Brambilla. 
Per info e contatti: blukington.alekos.net
 
I volumi già usciti sono Tra il Masetti e il Luisin (vol. 1), Tocca 
partire (vol. 2) e Qui si muore gridando “Assassini!” (vol. 3).
 
 
Ascolta qui il quarto episodio:
 
http://www.radiocane.info/il-nemico-alle-spalle4/