2 febbraio 2016

TRIESTE: SALVINI, LE POVERE VITTIME DI SINISTRA E LA CELERE CATTIVONA

riceviamo e diffondiamo:

Trieste, 26.1.16, Salvini, le povere vittime di sinistra e la celere cattivona
Provo meno simpatia per gli oppressi che per gli oppressori, per le vittime piuttosto che per i carnefici. Se proprio bisogna ricoprire un ruolo in questo misero teatrino, preferisco quello del cattivo. Quanto meno l’oppressore, il padrone, ecc., sa bene da che parte sta e utilizza metodi adeguati al conseguimento dei suoi interessi, come la violenza per esempio. Il nemico è coerente. Dall’altra parte invece non si fa genericamente altrettanto e si preferisce giocare a fare le vittime e leccarsi le ferite. Poveri cuccioli. La mamma vi darà un bacino e sparisce tutto, la bua e soprattutto quello sbirro cattivo, cattivo che, guarda un po’, ti ha dato una manganellata forte, forte. Sorpresa, indignazione, sgomento. Come sarà mai possibile che quel cattivone di un celerino non voglia proprio capire le nostre belle, buone, pulite e profumate, e soprattutto colorate e comunicative, istanze sociali che poi in fondo sono per tutti i cittadini e quindi anche per lui? Che sorpresa che un agglomerato di merda in divisa passi la sua vita schifosa a combattere per il dominio e talvolta sia costretto a dare persino una manganellata agli indignati politicamente corretti e alla sinistra tutta, dai libertari sociali ai disobbedienti, nemmeno fossero il suo nemico.
Per carità, non voglio mica sembrare come voi. Dalla meraviglia nasce la sete di conoscenza, la filosofia, dicevano i greci. Ma è anche vero che dallo stupore imbecille nasce ancora più imbecillità. Quindi non mi stupisco delle lagnanze della sinistra, più o meno libertaria, più o meno movimentista, e giù via con le aggettivazioni più in voga fra i politicanti vari, ogni volta che le forze dell’ordine fanno le forze dell’ordine. Certo, per chi non vuole considerarle e trattarle come il nemico è chiaro che ogni volta lo stupore sia tanto. Ma per favore… Comunque, dicevo, non sono come voi e non mi stupisco che voi siate così, a differenza di voi che vi stupite dell’oggettivazione nella realtà, della tautologica affermazione, della dimostrazione dell’ontologia di uno sbirro.
Ho di meglio da fare che fare politica e ho di meglio da fare che crucciarmi per il disgusto che provo per le masse, soprattutto quelle indignate e, oltre che socializzate, come tutte, intrinsecamente convinte della propria socializzazione alternativa. A che, non si sa. Ma, nonostante questo, sono anche convinto che, da bambino o da individuo pensante, l’etero-negazione sia auto-affermazione, distruggere creare, criticare (oh, ma che polemico! oh, ma vogliamoci bene! oh, ma in fondo siamo tutti uguali!) porre in essere, almeno nella geografia del possibile, una propria alterità.
Ecco perché non posso e non voglio tacere, ecco perché non voglio e non posso annichilirmi dinanzi alla morte della vergogna e del pudore. Ecco perché sono stanco di sentire i piagnucolii miserevoli “del giorno dopo” del teatrino, della spettacolarizzazione di piazza del dissenso, cioè, in ultima analisi, l’affermazione della democrazia, in tutta la sua (im)potenza recuperabile e recuperatrice.
Quindi non è che si sia ossessionati dal solito olezzo, ma un caso per tutti, un Salvini a Trieste e qualche carica degli sbirri, dovrebbe rendere l’idea della costante del dopo ogni manifestazione di questo tipo. Per carità, chi scrive non si aspettava certamente nulla di più dal dissenso di piazza né ha avuto la benché minima di idea di parteciparvi. Ma le labbra si aprono e le dita scrivono, perché i cotton fioc nel naso non mi bastano più a leggere «Siamo tutti disarmati, a volto scoperto e senza caschi per cui […] nessuna velleità di sfondamento o scontro fisico è palese. Ed invece bastano un paio di minuti e partono subito le prime manganellate sulle prime file, causando i primi contusi e un piccolo arretramento in mezzo alla strada (dove continuavano a passare le auto con il pericolo quindi di investirci)», «a quel punto succede il finimondo: un agente della digos tenta di strappare di mano una delle trombe a uno dei manifestanti che cerca di opporsi e questo causa una carica a freddo violentissima che ci respinge per oltre cento metri indietro coinvolgendo anche passanti e giornalisti. Un compagno cade a terra e viene circondato e malmenato», «L’ultima parte della giornata si svolge per fortuna come previsto», o, per finire, «Forte è la solidarietà e l’indignazione per quello successo».
E con «l’indignazione» mi tocca fermarmi e correre al cesso. Cittadini indignati, buona notte. Domani si gira il secondo atto.

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