15 aprile 2016

L'HOTSPOT A TARANTO: LA FRONTIERA E' OVUNQUE

Fonte

riceviamo e diffondiamo:


LA FRONTIERA E' OVUNQUE
(L'hotspot e Taranto)


Non c'è modo di capire cosa sia l'hotspot di Taranto senza guardare le strade pattugliate, la stazione presidiata da telecamere delle tv locali e nazionali e i buoni samaritani con le pettorine delle associazioni, le guardie sui treni, gli autobus urbani tramutati in nastri trasportatori di merce umana. Il nervosismo della sbirraglia che chiede i documenti a chi osa guardare oltre i doppi cancelli per cercare gli occhi di chi è recluso.

Si rischia di soggiacere altrimenti alla narrazione dominante dell'Europa che non rinuncia alle sue istanze di civiltà e umanitarismo nonostante la minaccia del terrorismo, agitata sempre con un tempismo magico.
I Grandi burattinai ripetono che lasciare morire di bombe (eccellenza dell' esportazione Made in Italy) uomini donne e bambini non sta bene. Per quanto riguarda la miseria, la fame, le galere o la voglia di sfuggire ad un destino scritto e andare via non è affare nostro. Dunque all'estrema periferia sud dell'Europa le porte si fanno strettissime e si smistano esseri umani. Nessuno esce senza aver lasciato le proprie impronte e senza aver dichiarato la propria provenienza. Da quel punto in poi i destini si dividono. Chi risponde ai parametri per richiedere l'asilo, politico o umanitario, entra nella filiera della seconda accoglienza. Un affare miliardario per associazioni, cooperative sociali, charitas, mercanti del tempio che mai furono scacciati. Poi comincia il limbo dell'attesa dei documenti. Giorni che diventano mesi. E poi anni ad ingannare il tempo spossessati della propria autonomia, della vita stessa. Infantilizzati, gli spostamenti solo nei percorsi obbligati, un tempo di redenzione passato a dimostrare senza ombra di dubbio la propria disponibilità ad essere sfruttati dentro i sistemi economici della patria dei diritti umani mangiando pasta scondita. Qui al sud Italia spesso finendo nelle mani dei caporali delle agromafie e di sciacalli vari coperti dalla questura. Per gli altri, i cosiddetti migranti economici la sentenza è riassunta dall'ipocrisia del "respingimento differito".

Appena fuori dall'hotspot vengono caricati sugli autobus dell'Amat (trasporto urbano che senza troppi scrupoli s'è messo a prendere ordini direttamente dal prefetto) e portati in questura nel quartiere periferico della Salinella a firmare un foglio che ne sancisce la clandestinizazione.
Entro sette giorni saranno obbligati a raggiungere con i propri mezzi la frontiera e lasciare l'Italia.
Entro sette giorni il loro destino sarà a discrezione dello sbirro che li ferma, degli accordi tra ministri degli interni europei, delle indotte psicosi securitarie dell'Opinione Pubblica.
Dopodichè vengono sistematicamente mollati in mezzo alla strada, il cerchio è chiuso sono tutti contenti. O forse no.

Il sindaco di Taranto si è svegliato male quando s'è accorto di avere un problema grosso quanto l'affare che sperava di aver cloncluso. Un fiume di esseri umani senza nulla da perdere ad invadere la città. Con le mani nei capelli facendo una forzatura al dipositivo a cui si era piegato senza problemi pochi mesi prima fa riaprire le ex Ricciardi, un edificio scolastico in disuso già utilizzato durante l'emergenza nordafrica. Con la mediazione delle associazioni umanitarie vi fa trasferire tutti quelli che attendendo di poter salire sul treno per allontanarsi dalla ennesima prigione della loro odissea, non hanno un tetto per passare la notte.
Un luogo sicuro assicurano caritatevoli ed indaffarati gli emissari dell'associazione Babele e lo ripetono ai migranti in inglese in francese in arabo.

Il sindaco chiede un tavolo con la prefettura, dopo 48 ore la celere è alle ex ricciardi a ribadire chi comanda sul traffico di questi esseri umani.Non certo le intempestive crisi di coscienza di un sindaco connivente a tutte le peggiori imposizioni coloniali (ilva, eni, marina militare qui dettano la legge, lui scrive) e neanche le buone intenzioni dei volontari garanti della pace sociale.

Fin qui la storia ufficiale a cui affianchiamo il racconto di qualcuno che ha passato l'ultima settimana a chiedersi con le lacrime di rabbia agli occhi sfidando il senso d'impotenza e la rassegnazione che questa macchina mostruosa incute, cosa fare? Qualcuno ha provato a bucare quelle barriere fisiche sbirresche e linguistiche con questo fiume di persone, cercando nell'emergenza di stringere una complicità che potesse sabotare l'ingranaggio.

Siamo consapevoli che la prigione estesa che è questo mondo rinchiuda noi tanto quanto chi prende il mare. Che la gestione dei flussi migratori a velocità alternata serve per stabilire il prezzo del lavoro, fomentare la xenofobia, rafforzare i dispositvi di controllo sulla vita di tutti. La frontiera è ovunque, i check point invisibili sono ad ogni angolo, venti passi nel cortile sono diventati ventimila passi forse. E certe volte fa bene a chi è immerso nella sua sonnolenta routine fatta di serate nei posti occupati di assemblee con i loro rituali sentire cosa si è disposti a rischiare.

SOFFOCARE PER UN SOFFIO DI LIBERTA' come diceva qualcuno dalle carceri greche.
Non abbiamo nessuna intenzione di unirci al lamento sulla inefficienza dello Stato visto che umanitarismo e controllo sociale sono due facce della stessa sporchissima moneta.
Ma a noi le giornate passate sono sembrate uno spiraglio da cui far filtrare aria nuova.
Per questo ci siamo presi lo spazio per parlare e farci raccontare, abbiamo provato ad avere un giorno di respiro lontano dagli occhi dei carcerieri più o meno caritatevoli.

Con chi dovremmo stringere allenanze? Con chi ha accettato umanitariamente di aiutare a gestire gli immigrati o con chi è fuggito da molte carceri per arrivare fin qui a ricordarci di desiderare anche noi tutto lo spazio e tutto il tempo che ci è stato sequestrato dalla prigione estesa?
Quello che vi sembra un borbottio sommesso che viene dal mare facile da coprire con le fanfare del potere, presto sarà un urlo assordante di libertà.

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