6 giugno 2014

NOTE A CALDO DOPO GLI ARRESTI

Dopo la concitazione della giornata di ieri, passata a cercare di capire dove fossero stati dirottati i vari arrestati, proviamo ad abbozzare alcune riflessioni in merito a quest’ultima inchiesta, che, un po’ per il gran numero di indagati (111) e di persone sottoposte a misure cautelari (29), un po’ per la peculiarità dei capi di imputazione, merita un’analisi più approfondita.
Come far entrare in una stessa inchiesta così tanti indagati?
La risposta è relativamente semplice: non mettendo solo i soliti nomi noti alla Questura torinese.
Nelle 200 pagine di cui si compone l’accusa ritroviamo una fetta di città, quella dei quartieri Porta Palazzo, Aurora e Barriera di Milano.
Ritroviamo i nomi e i volti di chi, non potendo più permettersi di pagare un affitto, ha deciso in questi anni di organizzarsi per aiutarsi reciprocamente. Dei molti, italiani e stranieri, che si sono barricati dietro ai cassonetti per resistere, che hanno atteso con ansia e determinazione l’arrivo dell’ufficiale giudiziario e che, una volta persa la casa, hanno deciso di occupare.
Ciò che si palesa immediatamente è che non si tratta di un reato di tipo associativo quanto piuttosto dell’accorpamento di reati singoli e dimodesta entità in una solo filone di indagine.
Il reato maggiormente contestato è la violenza a pubblico ufficiale, ma troviamo anche imputazioni più anomale come il sequestro di persona. Reato che  era già stato utilizzato nei confronti di Giobbe, Andrea e Claudio. Questa volta a essere sequestrati, secondo la Procura, sarebbero gli ufficiali giudiziari che, circondati dai partecipanti ai picchetti, si vedevano costretti a concedere proroghe alle procedure di sfratto.
Le misure cautelari sono giustificate non tanto dalla gravità dei singoli episodi ma dalla loro reiterazione, ritenuta coerente con un quadro teorico che i PM individuano all’interno di volantini diffusi durante i picchetti e testi pubblicati sulla rivista Invece e su questo blog.
Ma veniamo alle carte: «L’effetto di tali plurime, concertate azioni oppositive è stato, sostanzialmente, quello di privare di autorità e di forza esecutiva le decisioni giudiziarie […], in un contesto di programmata intimidazione, ora e in futuro, l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali».
A essere colpita, quindi, è la volontà di soddisfare immediatamente un bisogno come quello di un tetto sopra la testa senza elemosinarlo, senza aspettare migliori politiche abitative del Comune di Torino.
A Porta Palazzo e Barriera, per più di anno, gli sfratti in cui era presente una resistenza non venivano eseguiti. Si è trattata di una moratoria di fatto.
E’ proprio questo che è andato di traverso a padroni e politicanti di ogni risma abituati ad essere oggetto di richieste e riverenze. Lorsignori si sono visti, invece, strappare dalle mani rinvii su rinvii ottenuti senza alcun tipo di mediazione.
Cosa distingue una moratoria come questa da una concessa dalla pubblica amministrazione? La seconda serve ad ammorbidire temporaneamente il bastone e a stemperare gli animi, confermando le gerarchie esistenti. La prima  invece  mira a estendersi e a generalizzarsi al fine di eliminarle alludendo a un modo diverso di conoscersi, stare in strada, organizzarsi.
Non per niente Davide Gariglio, a poche ore dagli arresti, si è detto finalmente soddisfatto dall’operato della polizia, per la risposta alla situazione di illegalità diffusa che era venuta a crearsi tra queste strade. E non è un caso che sia proprio un esponente del Partito Democratico a parlare. Il partito al potere in città, il partito del “piano casa”, il partito delle banche e degli sfratti, il partito con più sedi danneggiate degli ultimi mesi.
Se volete curiosare anche voi tra i testi, oggetto dell’indagine degli acquirenti:
macerie @ Giugno 4, 2014

BENVENUTO PADOAN - TRENTO


Apprendiamo dai giornali locali che sabato 31 maggio alle 13 nella zone Borghera di Trento sono state sfasciate le vetrate e i bancomat della Banca di Trento e Bolzano, l'Unicredit, la Banca Popolare e l'agenzia del lavoro Adecco.
Sembra che una ventina di persone organizzate in quattro gruppi abbiano colpito con mazze e bombolette per oscurare le telecamere. Pochi minuti dopo è arrivata la polizia, ma sembra che sia rimasta a guardarsi attorno.
Su una vetrina c'era scritto "benvenuto Padoan (A)", proprio al ministro dell'Economia è stata dedicata la "spaccata", il quale doveva parlare poche ore dopo nel centro della città blindata per lo svolgersi del Festival dell'economia.

INDIRIZZI DEI/LLE COMPAGN* ARRESTAT* IL 3 GIUGNO



Seguono gli indirizzi per scrivere a compagni e compagne arrestati il 3 giugno:

Daniele Altoè C.C. Piazza Don Soria, 37 - 15121 Alessandria (NON E' AL SAN MICHELE)
Andrea Ventrella C.C. Via Port’Aurea, 57 - 48121 Ravenna
Paolo Milan C.C. Brissogne, Loc. Les Iles, 14 - 11020 Aosta
Toshiyuki Hosokawa C.C. Brissogne, Loc. Les Iles, 14 - 11020 Aosta
Giuseppe De Salvatore C.C. Via dei Tigli 14 - 13900 Biella
Francesco Di Berardo C.C. Via Roncata 75 - 12100 Cuneo
Nicolò Angelino C.C. via Maria Adelaide Aglietta 35 - 10151 Torino
Marianna Valenti - C.C. via del Rollone 19 - 13100 Vercelli
Fabio Milan - C.C. via del Rollone 19 - 13100 Vercelli
Michele Garau - Strada Quarto inferiore 266 - Loc. Quarto Inferiore - 14030

Nicco,
Chiara, Claudio, prigionieri No Tav raggiunti da nuove misure
cautelari, rimangono nelle galere in cui erano precedentemente detenuti:


Claudio Alberto C.C. Via Arginone 327 - 44122 Ferrara
Niccolò Blasi C.C. Via Casale San Michele 50 - 15100 Alessandria
Chiara Zenobi C.C. Via Bartolo Longo 92 - 00156 Roma

3 giugno 2014

BERGAMO: NASCE L'OCCUPAZIONE ANARCHICA PIRATEN ETXEA


riceviamo e diffondiamo:


Oggi, sabato 31 maggio, ci siamo presi/e uno spazio abbandonato da tempo, vuoto, in disuso e all'ombra della gestione dei poteri.
Nasce quindi a Bergamo un nuova realtà, PIRATEN ETXEA (Casa dei Pirati), occupato da ragazz* che hanno la necessità di avere un tetto sopra la testa e a cui la società attuale non permette di vivere dignitosamente al di fuori delle logiche di affitto, lavoro salariato, bollette e di questo sistema economico/culturale in generale. Riteniamo però che il desiderio di riappropriarsi di uno spazio o di una casa non sia semplicemente un mero obbiettivo di necessità esistenziale  e/o il momento in cui poter dare respiro alla propria esigenza abitativa ma bensì una strategia logistica e politica per potersi organizzare con più efficacia all'interno della città o della metropoli.
Questa casa nasce anche in risposta agli sgomberi avvenuti negli ultimi giorni in tutta italia e non solo, fomentati dal governo renzi e dal piano casa, che si spaccia come soluzione alla crisi abitativa italiana, ma che in realtà colpisce direttamente le fasce più “disagiate” delle città.
Anche a Bergamo  questa misura repressiva ha iniziato a sortire i primi effetti: infatti a meno di 24 ore dall’approvazione del decreto di renzi del pd, all’occupazione abitativa di Celadina (quartiere popolare della città) sono state recise le forniture di elettricità a 4 degli 8 appartamenti.
Da mesi anche l’altra occupazione di Bergamo, il KAP (Kascina Autonoma Popolare) è sotto sgombero con la scusa di voler riqualificare e vendere lo stabile a beneficio, a loro dire, della ristrutturazione degli appartamenti che l’Aler gestisce in città.


Solidarietà a tutt* i/le compagn* sotto sgombero e a tutt* i fratelli e le sorelle incarcerati/e.
Invitiamo tutt* i compagni e le compagne a venire a trovarci: per voi lo spazio sarà sempre aperto! 

Per l’Autogestione diffusa ovunque, per l’Anarchia.

PIRATEN ETXEA occupata
via corridoni 35 


OPERAZIONE REPRESSIVA: MISURE CAUTELARI E SBIRRI DENTRO ASILO OCCUPATO E VIA LANINO


riceviamo e diffondiamo:
Dalle prime ore della mattina di oggi, 3 giugno 2014, è scattata un'operazione repressiva orchestrata dalla pm Pedrotta e dal pm "frammassone" Rinaudo, contro diverse realtà conflittuali anarchiche. Per ora le notizie sono frammentarie, ma sarebbero in corso 25 perquisizioni a Torino e in Piemonte, tra cui quelle dell'Asilo Occupato e dell'occupazione abitativa di via Lanino, oltre alla notifica e all'esecuzione di diverse misure cautelari: 11 in carcere, 6 ai domiciliari, 4 obblighi di dimora, 4 divieti di dimora, 4 obblighi di firma. Vi sarebbero complessivamente 111 indagati e i reati contestati vanno dalla "devastazione e saccheggio" al "vilipendio alla nazione", passando per "invito all'insurrezione armata contro lo Stato", "sequestro di persona", "danneggiamento", "resistenza a pubblico ufficiale" e "occupazione di edifici"; la scelta strategica degli inquisitori non prevede l'utilizzo di strumenti quali i reati associativi, bensì il "concorso" nella commissione dei suddetti reati.

Fondamentalmente un'inchiesta imbastita con la pretesa di compiacere i grandi poteri della città: palazzinari, banchieri, cementificatori e Partito Democratico, che notoriamente a Torino si sovrappongono e si miscelano senza soluzione di continuità.

Le accuse mosse contro compagne e compagni riguarderebbero principalmente le pratiche di resistenza agli sfratti (dai picchetti all'occupazione della sede degli ufficiali giudiziari), i cortei spontanei e gli attacchi alle sedi del Pd degli ultimi mesi, nel tentativo di sedare a colpi di misure cautelari chi, in diversi quartieri cittadini, sta promuovendo l'autorganizzazione di sfruttati e sfrattati nella riappropriazione di spazi abitativi, nella lotta contro la gentrification, contro la speculazione edilizia e contro i soggetti politici e finanziari che saccheggiano ovunque le nostre esistenze.

Aggiornamento: dopo ore di resistenza sul tetto gli sbirri lasciano l'Asilo Occupato e anche via Lanino resta in mano agli occupanti e alle famiglie che la abitano.

L'invito è quello di passare in via Alessandria 12 per contribuire a sistemare la devastazione lasciata dai servi in divisa.

ASSEMBLEA APERTA ALLE 17.30 ALL'ASILO OCCUPATO - a seguire cena benefit arrestati e indagati 



Per scrivere agli arrestati:

Fabio Milan
Paolo Milan
Andrea Ventrella
Francesco Di Berardo
Michele Garau
Toshiyuki Hosokawa
Daniele Altoé
Niccolò Angelino
Giuseppe De Salvatore


C.C. via Maria Adelaide Aglietta 35 - 10151 Torino

Claudio Alberto (prigioniero No Tav)
C.C. Via Arginone 327 - 44122 Ferrara

Niccolò Blasi (prigioniero No Tav)
Casa di Reclusione Via Casale San Michele 50 - 15100

NUOVA OCCUPAZIONE: P.S.M CHE PASSIONE!


riceviamo e diffondiamo:

NUOVA OCCUPAZIONE : P.S.M. CHE PASSIONE!

Nella notte del 27 maggio la questura ha sgomberato con un imponente spiegamento di forze il Mainassooccupato da appena 2 mesi.
Ciò non ci scoraggia, ma anzi ci spinge ad andare avanti per la nostra strada senza esitazioni.
Per 2 mesi uno spazio di proprietà delle Opere Pie (il famigerato Ente Morale), abbandonato da tempo (e che tale rimarrà, blindato e oscurato), è stato sottratto alle dinamiche imperanti del profitto, della passività e dell'alienazione. Non ponendosi obbiettivi specifici a termine, un semplice fondo di pochi metri quadrati è diventato un posto di ritrovo per chiunque si ostini a voler vivere il piacere dell'incontro, della condivisione e del confronto, per chiunque si ostini a voler vivere ancora le strade.
Un posto dove ospitare iniziative, cineforum, cene, incontri... Sempre con la priorità di sostenere e portare la solidarietà a chi è colpito dalla repressione per essersi battuto contro questo stato delle cose, contro questa società infame nella quale vorrebbero costringerci a vivere.
Uno spazio ritorna al suo precedente stato di inerzia, ma chi lo ha vissuto non intende limitarsi in alcun modo.

Oggi 1 giugno IL MAINASSO continua a soffiare, spostando le iniziative e la sua vita pochi vicoli più in su.
Abbiamo occupato un altro fondo in P.iazza S.anta M.aria in Passione 6 per ribadire la nostra volontà di concretizzare una critica reale all'esistente in tutte le sue varie forme.


Le prossime iniziative saranno:
 

LUNEDI 2 GIUGNO dalle 19 presentazione del progetto editoriale CROCE NERA ANARCHICA

MARTEDI 3 GIUGNO dalle 21 proiezione di BRAZIL per il ciclo “VERITà E CONFLITTO TRA INDIVIDUO E AUTORITà”

VENERDI' 6 GIUGNO
 dalle 19 presentazione dell'opuscolo “DIVIDE ET IUDICA – IL LABIRINTO PROCESSUALE DEL 15 OTTOBRE”


ANCORA!
PER LA RIVOLTA!
PER LA LIBERTA'!


OPERAZIONE ARDESIA: ARRESTATI DANIELE E FRANCESCO PER RESIDUO DI PENA


riceviamo e diffondiamo:

Mercoledì 28 Maggio e venerdì 30 Maggio sono stati arrestati Francesco e Daniele, per scontare il residuo di pena (rispettivamente di 2 anni e un mese e 1 anno e 9 mesi) in relazione alla rapina avvenuta a Lucca nel Giugno del 2007.

Il 20 maggio 2014, infatti, si è tenuta l’udienza di Cassazione per Daniele e Francesco che aveva confermato le pene che il secondo grado aveva comminato.

Ad oggi Daniele si trova nel carcere di Pisa e Francesco nel carcere di Livorno.

Garage anarchico




Per scrivere ai compagni:

Daniele Casalini
Casa Circondariale “Don Bosco”
Via Don Bosco 43
56100 – Pisa

Francesco Gioa
Casa Circondariale “Le Sughere”                 
Via delle Macchie 9
57100 - Livorno 

MILANO: AZIONI CONTRO VIVISEZIONE E BIOTECNOLOGIE

da inform-azione.info

Apprendiamo dai media di alcune azioni avvenute nella notte tra il 22 e il 23 maggio:

Articolo del Corriere della Sera 24/05/2014:

"Doppio blitz animalista, nella notte di ieri, contro i dipartimenti della Statale di Scienze Farmacologiche e biomolecolari di via Balzaretti e di Biotecnologie Mediche e medicina traslazionale di via Viotti: nel primo caso, sono state trovate scritte come "Vivisettori assassini" e vernice rossa, simbolo del sangue degli animali uccisi nel nome della ricerca scientifica, lanciata contro il cancello d'ingresso; nel secondo, della pittura rossa, alcune finestre rotte al primo piano ed escrementi lanciati contro le mura dell'edificio".

Dal Corriere Online:

"(...) Anche in via Viotti al Dipartimento di Biotecnologie mediche e medicina traslazionale è andata in scena una protesta contro i ricercatori, circa 60, che lavorano per l’Università Statale. Anche qui chiazze di vernice rosso sangue mischiate a materiale maleodorante, probabilmente riferibile a feci, lanciato contro l’ingresso del dipartimento e che ha impedito ai ricercatori di entrare nella sede per tutta la mattinata. «L’odore era troppo forte — hanno raccontato — e bisognava accertarsi che non fossero state rilasciate sostanze tossiche nei laboratori». Alcune finestre del primo piano della struttura, inoltre, sono state rotte, ma secondo le forze dell’ordine si tratterebbe di un atto vandalico che non ha intaccato esperimenti e ricerche."

Link ad alcune foto: 

http://milano.corriere.it/foto-gallery/cronaca/14_maggio_23/statale-blitz-no-vivisezione-a304a0b2-e265-11e3-ac6b-33bb804580af.shtml

http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/05/23/foto/ricercatori_assassini_doppio_blitz_animalista_alla_statale-86965424/1/?ref=search#16

28 maggio 2014

SGOMBERATO IL MAINASSO


riceviamo e diffondiamo:

IL MAINASSO SOFFIA ANCORA
Questa notte, 27 maggio, la questura ha sgomberato, con un imponente spiegamento di forze, il
Mainasso occupato da appena 2 mesi.
Ciò non ci scoraggia, ma anzi ci spinge ad andare avanti per la nostra strada senza esitazioni.
Per 2 mesi uno spazio di proprietà delle Opere Pie (il famigerato Ente Morale), abbandonato da
tempo (e che tale rimarrà, blindato e oscurato), è stato sottratto alle dinamiche imperanti del
profitto, della passività e dell'alienazione. Non ponendosi obbiettivi specifici a termine, un semplice
fondo di pochi metri quadrati è diventato un posto di ritrovo per chiunque si ostini a voler vivere il
piacere dell'incontro, della condivisione e del confronto, per chiunque si ostini a voler vivere ancora
le strade.
Un posto dove ospitare iniziative, cineforum, cene, incontri... Sempre con la priorità di sostenere e
portare la solidarietà a chi è colpito dalla repressione per essersi battuto contro questo stato delle
cose, contro questa società infame nella quale vorrebbero costringerci a vivere.
Uno spazio ritorna al suo precedente stato di inerzia, ma chi lo ha vissuto non intende limitarsi in
alcun modo.
Per questo le iniziative previste verranno mantenute, a partire da stasera, con luoghi e modalità che
saranno comunicati di volta in volta.

STASERA alle 21 in PIAZZA DELLE ERBE per la rassegna “VERITA' E CONFLITTO TRA
INDIVIDUO E AUTORITA'”, I DIAVOLI di Ken Russell
LUNEDI 2 GIUGNO dalle 19 presentazione del progetto editoriale CROCE NERA
ANARCHICA
VENERDI' 6 GIUGNO dalle 19 presentazione dell'opuscolo “DIVIDE ET IUDICA – IL
LABIRINTO PROCESSUALE DEL 15 OTTOBRE”
SABATO 7 GIUGNO dalle ore 18 aperitivo in sostegno ad un compagno sotto processo per i
blocchi stradali avvenuti in seguito alla morte di un operaio in porto nel 2007
ANCORA!
PER LA RIVOLTA!
PER LA LIBERTA'!

27 maggio 2014

NAVARRA: ATTACCATO IL CONSOLATO D'ITALIA IN IRUNA

da contra.info

In solidarietà con i/le compagnx anarchici/che e ricordandosi alla settimana internazionale in solidarietà con: Nicola; Alfredo; Gianluca; Adriano; Marco Camenisch; Mattia; Claudio; Niccolò; Chiara e tuttx gli/le altrx che non includiamo in questa lista, il venerdì 23 di maggio 2014 abbiamo lanciato pittura nel consolato d’Italia in Iruña/Pamplona (vicino alla stazione centrale di polizia). Questa volta è solo pittura, ma non ci fermeremo fino a quando non li/le vediamo tuttx liberx.
Va per voi compagnx.
Questo è solo l’inizio…
10, 100, 1000 nuclei anarchici

MA GLI ANARCHICI NON VOTANO?


Ma gli anarchici non votano?
Alfredo M. Bonanno
Dirsi anarchico vuol dire molto, ma può anche voler dire nulla. In un mondo di identità flebili, quando tutto sembra sfumare nella nebbia dell'incertezza, considerarsi anarchico può essere un modo come un altro di seguire una bandiera, nulla di più.

Ma l'anarchismo a volte risulta un'etichetta scomoda. Può insinuarti domande nella mente cui non è poi facile dare una risposta. Può farti notare le strane contraddizioni della tua vita: il lavoro, il ruolo che la società ti ha imposto, lo status a cui tu stesso hai partecipato, la carriera a cui non sai rinunciare, e la famiglia, gli amici, i figli, la fine del mese e lo stipendio, la macchina e la casa di proprietà. Ahimé, fissare una distanza tra questi corredi e le proprie idee di fondo, tra quello che siamo e il nostro essere anarchici, assomiglia molto a quella lotta tra l'essere e il dover essere che faceva sorridere Hegel: il dover essere finisce sempre per soccombere.
Così siamo anarchici perché leggiamo i giornali anarchici, perché consideriamo il pensiero e la storia dell'anarchismo il nostro pensiero e la nostra storia. Siamo anarchici perché ci ingrottiamo nel movimento al riparo delle intemperie della vita, perché lo consideriamo la nostra casa sicura, perché ci piace vedere le facce dei compagni, sentire le loro piccole storie casalinghe e raccontar loro le nostre storie casalinghe, il tutto da ripetersi all'infinito, e così sia.
Se qualcuno solleva problemi, non tanto con la propria lingua più o meno tagliente, ma con le cose che fa, ponendo a repentaglio questo essere presso di sé, al sicuro, questo sentirsi protetti come in casa propria, allora lo richiamiamo all'ordine, elencandogli al completo i principi dell'anarchismo, cui restiamo fedeli. E fra di questi c'è quello del non andare a votare. Gli anarchici non votano, altrimenti che anarchici sarebbero!
Nessuna grinza. Eppure, specialmente negli ultimi tempi, sono state avanzate delle obiezioni, delle perplessità.
Che senso ha non andare a votare. Un senso ce l'ha, hanno detto molto anarchici, in particolare fra i più anziani. Ce l'ha perché il voto è una delega e gli anarchici sono per la lotta diretta. Bello, rispondo io, bellissimo.
Ma quando questa lotta consiste solo nel testimoniare i propri principi (quindi anche il proprio astensionismo) e nulla più, anzi consiste nel ritrarsi imbarazzati quando qualche compagno decide di attaccare gli uomini e le realizzazioni del potere, oppure consiste nel restare in silenzio di fronte all'azione degli altri, quando è questa la lotta, allora sarebbe meglio anche andare a votare.
Per chi considera il proprio anarchismo l'acquietante palestra delle proprie e delle altrui opinioni su come immaginarsi un mondo che non c'è – né mai ci sarà –, mentre i giorni si susseguono, per lui, uno dopo l'altro, nel grigiore monotono delle mattinate tutte uguali, dei gesti uguali, degli uguali lavori e affetti e passatempi e vacanze, per costui che senso ha il proprio astensionismo, se non quello di ribadire, con poca spesa e sufficiente nitidezza, il proprio sentirsi anarchico. Ma, ben considerando, se il suo anarchismo è solo quest'insegna polverosa e ridicola, in un terreno di certezze monotone e scontate, ben venga la sua decisione di andare a votare. La sua astensione non significava nulla.
Potrà senza grosse ambasce votare alle politiche, e anche alle amministrative. Riflettendo bene potrà scegliere così di difendere uno straccio di democrazia che, in fondo in fondo, è sempre meglio di una dittatura che riempirebbe gli stadi e i campi di concentramento in attesa di redigere liste di proscrizione. I carri armati per le strade (mitico segno del potere dilagante e indiscriminato, quando vai al muro per una semplice parola, per un simbolo mal capito da ottusi esecutori di ordini in divisa), sono faccenda pericolosa, meglio le chiacchiere insulse, e in fondo opinabili, di un pagliaccio qualsiasi in abito democratico. Non scherziamo con queste cose, meglio correre a votare, specialmente in un momento in cui milioni di persone sembrano non capire il valore del voto. L'astensione a milioni non ha più senso anarchico, si rischia di essere confusi con la massa incolta che non sa neanche mettere una croce sulla carta o che si allieta a poco prezzo scarabocchiando frasi oscene sulla scheda.
Poi ci sono i compagni che sostengono posizioni vicine al municipalismo libertario e al sindacalismo rivoluzionario di base. Questi, sempre secondo la mia opinione, non dovrebbero correre dietro alle fanfaluche dell'astensionismo. Il loro obiettivo dovrebbe essere, quanto meno, la partecipazione massiccia e significativa, alle elezioni amministrative, per fornire ai propri rappresentanti strumenti idonei a governare la cosa pubblica in periferia. Forse gli anarcosindacalisti (ma ce ne sono ancora?) potrebbero anche votare alle politiche, ma questa dovrebbe essere decisione ben ponderata, per quanto personalmente la considero scelta del tutto coerente con le idee di lotta sindacale.
Restano molti altri anarchici. Restano quelli per i quali il proprio anarchismo è scelta di vita e non una concezione da contrapporsi in un tragico e irrisolvibile ossimoro ai mille problemi di apparenza che la società codifica e impone.
Per questi compagni l'astensione è solo una delle tante occasioni per dire di no. La loro azione anarchica si realizza nel corso di ben altri fatti e sono proprio questi fatti a dare luce e significato diverso a quel loro dire di no.

["Canenero" n. 29, 2 giugno 1995]

PROSSIME INIZIATIVE




BLASPHEMIA - APERIODICO ANARCHICO: PRIMO NUMERO


È uscito Blasphemia, aperiodico anarchico.[...]
Questo  giornale  nasce dall’insofferenza ai settarismi che sembrano essere in espansione anche dove meno li si attendeva,  ha la pretesa di stimolare riflessioni, che portino ad incontrarsi, non su una affinità ridotta alla familiarità che ci lega a volti e presenze scontati...
[...]
Chi scrive si è incontrato ed ha sentito l’impulso di mettere tutto in discussione, di non dare niente per scontato, di ricominciare a ragionare e a seguire l’intimo desiderio di distruggere il mondo. Per farlo occorrono idee, occorre coraggio, occorrono progetti, teorie e azioni, conoscenze e irriverenze, prospettive e ricerca, là dove è possibile, di affinità. È necessario tornare ad osare nei pensieri e nelle azioni. Senza attese, senza indugi, senza chiese.
Questi sono alcuni degli argomenti che cercheremo di affrontare ed approfondire nelle pagine che seguiranno, convinti della necessità per i compagni, aldilà dei confini territoriali, di incontrarsi, scontrarsi, discutere, progettare, agire.
In questa scia di pensiero si inserisce la motivazione per cui si è deciso di non fare circolare la rivista che avete sotto mano attraverso internet. Il modo in cui si diffonde un’idea è parte integrante del percorso di lotta, soprattutto se questa idea è un tutt’uno con la pratica, ragion per cui non può essere affidata ad uno strumento di comunicazione che non solo è invenzione, usufrutto del nemico, ma può essere responsabile della creazione di realtà fittizie.

Per contatti e richiesta di copie:

C.P. 116
Piazza Matteotti
80133 Napoli

mail: blasphemia@autistici.org

LA PRIGIONE DEGLI SGUARDI: NOTE DI MATTIA SUL PROCESSO IN VIDEOCONFERENZA



riceviamo e diffondiamo:
La prigione degli sguardi
Note sul processo in videoconferenza

La catena dei forzati e lo sguardo pubblico


Fino al 1836 in Francia sopravviveva la tradizione di far marciare in catene i condannati alla prigione. I futuri galeotti venivano incatenati tra loro con collari di ferro e costretti a marciare sulla pubblica via trascinando i segni della propria condanna e mostrando al popolo, che accorreva numeroso, le conseguenze pronte ad abbattersi su chi violava la legge.
Il cammino verso la reclusione, l’ultimo viaggio prima di sparire dietro l’opacità segreta delle prigioni, avveniva dunque sotto gli occhi di tutti, in un cerimoniale pubblico di forte impatto visivo in grado di sprigionare sentimenti contrastanti. La partenza di queste catene umane richiamava il popolo in massa, esibiva il condannato alla folla, alle ingiurie, agli sputi, ma anche alla commozione, alla simpatia, alla complicità; lo esponeva allo sguardo pubblico e mostrava il suo sguardo al pubblico, in un rituale complesso il cui esito non era scontato.
“In tutte le città dove passava, la catena portava con sé la sua festa”. Non solo collari di ferro e catene, segni obbligati della punizione, adornavano i forzati in marcia, ma anche nastri di paglia e di fiori intrecciati, stracci di tessuti colorati, rammendati dagli stessi forzati su strambi copricapo e berretti sfoggiati per l’occasione. Un tocco colorato e irriverente di follia gioiosa, di scherno arlecchino e cenciaiolo, poteva trasformare questa marcia lugubre in una “fiera ambulante del crimine”, una sorta di tribù nomade e galeotta che irrideva i ferri a cui era stata ridotta, malediceva i giudici e ne ingiuriava i tormenti.
E poi quei canti, i canti dei forzati. Canti di marcia intonati collettivamente che tanto impressionavano la plebe e presto diventavano celebri passando di bocca in bocca. Canti che spesso “eccitavano più la fierezza di fronte al castigo” di quanto “non lamentassero il rimorso di fronte al crimine commesso”.
Tutto questo concorreva a incrinare un cerimoniale di giustizia inscenato dal potere come rituale della colpa e del pentimento, lo rendeva socialmente pericoloso perché capace di rovesciare i segni del potere, di mutarne l’ordine del discorso, di soverchiarne il codice morale.
Così scrive la «Gazette des tribunaux» il 19 luglio 1836: “non fa parte del nostro costume il condurre così degli uomini; bisogna evitare di dare, nelle città che il convoglio attraversa, uno spettacolo così orrendo, che d’altronde non è di alcun insegnamento per le popolazioni”. Di lì a poco il trasporto dei condannati verso le prigioni non sarebbe più avvenuto attraverso riti pubblici. Una mutazione tecnica interverrà a ripulire le pubbliche vie di un tale contraddittorio spettacolo: la vettura cellulare.

La vettura cellulare e lo sguardo panoptico.


Michel Foucault, attento studioso della nascita della prigione e dei suoi dispositivi accessori, scrive che “l’imprigionare, che assicura la privazione, ha sempre comportato un progetto tecnico” e che “la sostituzione nel 1837 della catena dei forzati con la vettura cellulare” è “sintomo e riassunto” di una mutazione tecnica, di un “passaggio da un’arte di punire a un’altra”.
La vettura cellulare non è da intendersi nei fatti semplicemente come un carro coperto adibito al trasporto dei condannati che prima venivano sottoposti al castigo supplementare della ferratura pubblica; è piuttosto da considerarsi come un’innovazione tecnica che segna un cambio di paradigma. Questa vettura era concepita come una prigione su ruote foderata di latta.
Impenetrabile allo sguardo esterno, sfila triste per le vie senza rivelare nulla di quanto contiene. Gli sventurati che vi montano, siano essi già condannati o in attesa di giudizio, viaggiano sempre in catene, ma ora in piccole celle singole che impediscono non solo di guardare verso l’esterno, ma anche di incontrare lo sguardo degli altri “passeggeri”. Un corridoio centrale permette invece alle guardie di controllare a vista tutti i trasportati attraverso uno sportello.
Così la «Gazette des tribunaux» descrive questo meccanismo di controllo interno: “l’apertura e la direzione obliqua degli sportelli sono combinate in modo che i guardiani tengano incessantemente gli occhi sui prigionieri, ascoltano le minime parole, senza che quelli possano riuscire a vedersi o a sentirsi tra loro”.
Non un semplice carro coperto, dunque, ma un dispositivo tecnico elaborato con obiettivi precisi: nascondere il condannato allo sguardo pubblico, impedire al condannato lo sguardo verso il mondo di fuori, negare lo sguardo complice tra forzati, perfezionare lo sguardo sorvegliante. Non una semplice scatola mobile di latta, ma una “vettura panoptica”, una prigione degli sguardi che annulla i fasti sbeffeggianti delle catene dei forzati e li rende ciechi, silenziosi, invisibili e controllabili.
L’opacità segreta delle prigioni si estende e anticipa il suo arrivo; la sua ombra ingloba il condannato e lo sottrae alla vista prima ancora che lui metta piede nella prigione stessa. Il pudore borghese delle riforme trasporta senza più mostrare come castiga, senza più dare spettacolo. Niente più gioco di sguardi tra popolo e criminale, l’unico sguardo tollerato è quello del guardiano sul penitente recluso.

La videoconferenza e lo sguardo disincarnato


Veniamo all’oggi e all’Italia. L’ultima frontiera nel campo dei “trasporti per motivi di giustizia” è il processo per videoconferenza, dove il trasporto semplicemente non avviene, se non in forma immateriale.
L’imputato di un processo che si trovi già in carcere per precedenti condanne, o che sia sottoposto a carcerazione preventiva, può essere processato a distanza, senza che debba abbandonare il carcere in cui è ristretto. Accompagnato in una sala attrezzata all’interno del carcere, segue il dibattimento su un apposito schermo, sotto l’occhio vigile delle guardie penitenziarie e quello tecnologico di una telecamera disposta a catturare la sua immagine e a ritrasmetterla nell’aula dove si celebra il processo che lo vede imputato.
Come il passaggio dalle “catene” alla “vettura cellulare”, l’introduzione della videoconferenza segna un passaggio che riassume in sé un cambio di paradigma. La videoconferenza è infatti un dispositivo tecnologico e come tale non è neutrale, ma al contrario la sua mediazione comporta mutazioni profonde che affondano nella viva carne di chi ha sfidato la legge.
Ne I miserabili, Victor Hugo descrive così il dispositivo punitivo per eccellenza, il patibolo: “il patibolo è visione. Il patibolo non è una struttura, il congegno inerte fatto di legno, di ferro e di corde. Sembra una specie di essere dotato di non so quale tetra iniziativa; sembra che quella struttura veda, che quella macchina oda, che quel meccanismo comprenda, che quel legno, quel ferro, quelle corde vogliano. Nella spaventosa fantasticheria che la sua presenza suscita nell’anima, il patibolo appare terribile a partecipe di ciò che fa. Il patibolo è complice del carnefice; divora, mangia la carne, beve il sangue. Il patibolo è una specie di mostro fabbricato dal giudice e dal falegname, uno spettro che sembra vivere una sorta di spaventevole vita fatta di tutta la morte che ha dato”.
La videoconferenza, a differenza del patibolo, non è un dispositivo che esegue una pena già comminata, tanto meno quella di morte che non è più prevista nel codice penale, ma ancor più del patibolo, articolata com’è di microfoni e telecamere, è una “struttura” che “vede”, una “macchina” che “ode”. Certo, non “mangia” la “carne”, ma a suo modo “disincarna” l’imputato, smaterializza il suo corpo, lo riduce a un insieme di bit producendo un impatto visivo e di senso all’interno di un processo che non è da sottovalutare: per suo tramite la presenza dell’imputato, ancorché lontana, diviene spettrale, il suo corpo viene trattato come una interferenza video cui la parola può essere concessa o sottratta con semplice “clic”. Trionfo del pudore riformatore che già ripulì le strade dalle catene umane dei forzati e che ora, attraverso le nuove tecnologie, “libera” le aule di giustizia da quella presenza incomoda e stridente perché vi appaia indisturbata l’astrazione del diritto. Negato è anche l’abbraccio tra coimputati che neppure in quella circostanza possono rivedersi. Nessuno scambio affettivo neppure con il pubblico, che neanche appare sullo schermo. Nessuno sguardo complice, nessun saluto ai propri familiari e amici. Una volta entrati in carcere, seppure in via preventiva, non se ne esce più, neppure per il processo. Intombati, cementati. La giuria stessa è portata a considerarti così pericoloso da non poter essere tradotto al suo cospetto. In qualche modo la tua colpevolezza è già implicitamente designata nei modi di quella tua “presenza”.
In tutto questo, l’imputato ridotto a spettatore passivo. Osserva il suo processo su uno schermo come fosse una puntata di “Forum” o di “Quarto grado”. Unico suo diritto, come da tradizione televisiva, telefonare al suo avvocato durante l’udienza. Eppure è della sua vita che si sta parlando. Suo il corpo eventualmente destinato alla reclusione. Sua la vista amputata dell’orizzonte. Suo il tatto privato della stretta dei suoi cari. Suo l’olfatto orfano della primavera. Suo, infine, lo sguardo, abbattuto o fiero, che affronta il “castigo”, preventivo o definitivo, giorno dopo giorno. La videoconferenza è l’alleata tecnologica che perfeziona la prigione degli sguardi. Codarda, moltiplica gli occhi che scrutano chi ha offeso il confine della legge, ma non trova più il coraggio di guardarlo dritto negli occhi. Metafora cibernetica di una giustizia bendata che si dota di protesi oculari meccaniche, ma rimane sempre cieca.

Conclusioni decantanti


Introdotta in Italia per i detenuti sottoposti a regime di 41bis, la videoconferenza applicata ai processi sta ora rapidamente prendendo piede per tutti i detenuti meritevoli, dal punto di vista della giustizia, di un “occhio” di riguardo. È il caso di Maurizio Alfieri, rapinatore riottoso non incline alla domesticazione carceraria; è il caso di Gianluca e Adriano, anarchici accusati di diverse azioni dirette contro l’Eni, magnati dei rifiuti e altri consorzi veleniferi; potrebbe essere, quantomeno già lo è nella volontà della procura di Torino, il caso di Claudio, Chiara, Niccolò e dello scrivente, accusati di un atto di sabotaggio contro il cantiere dell’Alta velocità di Chiomonte. Una deroga speciale al “diritto di difesa”, che prevede la presenza fisica dell’imputato accanto al difensore durante il processo, giustificata con il solito pretesto della “sicurezza” e dell’“ordine pubblico”. Una novità pericolosa, quella della videoconferenza destinata ad attecchire e a estendersi rapidamente se non subitamente estirpata, dacché, si sa, è l’eccezione di oggi a forgiare la norma di domani. Il paradigma che sottende a questa nuova “mutazione tecnica” è complesso, ed è difficile qui e ora computarne e sviscerarne tutte le declinazioni. Sicuramente il tipo di dibattimento processuale che va delineandosi vede una progressiva scomparsa dell’imputato, un crescente condizionamento a priori della giuria e lo strapotere inquisitorio dei pubblici ministeri. Quella che ho cercato di fare qui è di evidenziare alcune ricadute di questa mutazione tecnica concentrandomi sulla questione dello “sguardo”, cioè sullo scambio visivo tra occhio galeotto, occhio giudicante e occhio pubblico. Molte altre considerazioni altrettanto e anche più pregnanti potrebbero essere fatte. Ad esempio su come la videoconferenza impedisca al difensore di confrontarsi con il proprio assistito durante l’udienza; o ancora come nella spettacolarizzazione dei processi gli effetti speciali e le illusioni ottiche siano spesso più determinanti dei fatti concreti di cui si discute. Ma la mia fede nel diritto è talmente scarsa che non sto a entrare nel merito di certi particolari. Preferisco concludere queste note approssimative attorno al processo in videoconferenza citando alcune vecchie canzoni galeotte, di quelle cantate nelle strade dalle catene dei forzati. Parole schiette che da sole dicono quasi tutto.
“Avidi di infelicità, i vostri sguardi cercano di incontrare tra noi una razza infame che piange e si umilia. Ma i nostri sguardi sono fieri.” “Addio, perché noi sfidiamo e i vostri ferri e le vostre leggi”.

Mattia Zanotti
dalla sezione di Alta Sorveglianza del carcere di Alessandria,
fine aprile 2014


per scrivergli:Mattia Zanotti
Casa di Reclusione
Via Casale San Michele, 50
15100 Alessandria