5 ottobre 2015

SENZA PAROLE - SU PENTITISMO E DISSOCIAZIONE

riceviamo e diffondiamo:
CON OGNI MEZZO NECESSARIO?
 
Sono passati molti anni da quando, in seguito all'affermazione contenuta in uno scritto, in cui si affermava che la realizzazione di una certa nocività doveva essere impedita "con ogni mezzo necessario", alcuni compagni facevano notare che questo genere di dichiarazione rischia di aprire le porte anche a ciò che non vogliamo. Cosa si intende, infatti, "con ogni mezzo necessario"? Tutto, "ogni mezzo" per l'appunto, e quindi potrebbe passare anche il messaggio che per impedire la realizzazione di quella nocività, o qualunque altra cosa si decida di contrastare, si possa fare ricorso, per esempio, anche alla raccolta di firme o al ricorso al Tar, il tribunale amministrativo. Pratiche decisamente poco anarchiche.
Riflettendoci, non si può che trovarsi d'accordo con quella osservazione, pensando a come sia invece la controparte, lo Stato, ad essere disposto ad agire "con ogni mezzo necessario" pur di raggiungere i suoi scopi. Costruzione di prove false, arresti indiscriminati, minacce, torture, bombe nelle piazze e sui treni... Pratiche queste ultime, che lo Stato, per il raggiungimento dei suoi obiettivi "con ogni mezzo necessario", ha compiuto in stretta collaborazione con i fascisti.
Alla luce di ciò, colpisce ancora di più leggere, su un sito di movimento, che "Il fascismo si combatte con ogni mezzo necessario". Significa quindi che lo Stato, i fascisti e coloro che vogliono combattere il fascismo (questi generici antifascisti) siano tutti disposti a non porsi domande su quali siano le pratiche, e quindi l'etica che le sorregge e le legittima, pur di combattere contro il rispettivo nemico? Crediamo – e speriamo – di no. Ma è proprio quel comunicato che lascia aperta la porta al dubbio, e non per lo slogan – di cui comprendiamo le intenzioni – ma perché sono elencati una serie di nomi, senza distinzione alcuna, accomunati dal loro essere "antifascisti" ma, appunto, "con ogni mezzo necessario". Ma è corretto raggruppare sotto lo stesso ombrello, quello dell'antifascismo nel caso specifico, persone che compiono tra loro scelte diverse? È corretto accomunare chi si trova ad affrontare la repressione senza
 nulla rinnegare di quanto gli viene imputato (al di là che lo abbia o meno commesso realmente) con chi – nei fatti – ha già rinnegato quanto gli viene contestato e, per di più, nel corso di una manifestazione collettiva (quella che nel suddetto comunicato è definita "la rivolta"), che quindi non riguarda e non coinvolge solo lui?
Quando, dopo l'arresto e qualche giorno in carcere, durante quello che la lingua di legno del Potere definisce "interrogatorio di garanzia", si ammette di essere colui che viene immortalato in alcune foto (e fin qui...), ma si aggiunge anche di essere disposto a risarcire i danni si sta ammettendo, di fatto, di aver commesso un errore, di avere sbagliato e, quindi, implicitamente, di essere se non pentito, quantomeno costernato per la propria condotta, una condotta riprovevole. Ora, non si intendono qui dare lezioni di coerenza rivoluzionaria o misurare il tasso di sovversività degli individui per mezzo di un metro inesistente, ma è indubbio che un certo genere di ammissione non possa non avere conseguenze anche per gli altri che sono imputati per gli stessi fatti e gli stessi reati, agli occhi di un Potere che – invece sì – usa sempre bene il suo metro repressivo. Quali saranno infatti le conseguenze per chi non si dirà disposto a
 risarcire i danni causati nel corso del suo agire? O di chi addirittura si dichiarasse pronto a rifarlo? La risposta dovrebbe essere scontata... Ci si colloca su piatti diversi tra quelli retti dalla giustizia, con l'inevitabile conseguenza che l'alleggerimento di uno rende l'altro più pesante.
Affermare che la responsabilità di una tale scelta sia da attribuire a cause esterne alla propria volontà è solo una forma estrema di arrampicata sugli specchi, perché non possono esistere cause "esterne" alla propria volontà individuale, ed evitiamo di entrare nel merito di queste cause, in primis per rispetto della vita privata di chi è coinvolto, ed anche perché parlarne non farebbe altro che evidenziare maggiormente la pochezza e la miseria di un certo pensiero e di un certo agire.
Un compagno è, o dovrebbe essere, sempre un individuo consapevole, di se stesso e delle proprie responsabilità, e nel momento in cui decide di muoversi in una certa direzione, deve essere anche disposto a farsi carico e ad assumere quelle responsabilità, che sono umane, sociali, politiche, giudiziarie... In caso contrario, qualora non fosse disposto a farlo, bene farebbe a stare casa, perché quello della sovversione sociale non è né un gioco a cui si può giocare fino a che le cose vanno bene, e neanche una questione di "pignoleria", come spesso vengono bollate le critiche come questa, ragion per cui in molti decidono di tacere davanti a situazioni simili, oppure a parlarne solo in privato, e mai coi diretti interessati.
Certo non siamo contenti quando qualcuno finisce in carcere, e ci fa piacere  saperne fuori la persona coinvolta, ma la debita conseguenza di certe scelte dovrebbe essere tirarsi fuori dal gioco (che tale appunto appare...) e farsi, tranquillamente, la propria vita.
Purtroppo però l'amicizia tende a soppiantare sempre più i rapporti di affinità e la ricerca della progettualità, e si tende a rinunciare a questi per non abbandonare quella, in un costante e continuo scivolamento verso il basso dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, dei propri progetti, della propria etica, e della capacità di farsi carico delle conseguenze di tutto ciò. Non ci sono quindi mai conseguenze o prese di posizione chiare e nette davanti a fatti simili, perché sembra prevalere ormai la disponibilità a bere una birra in compagnia o andare a fare i tuffi insieme, piuttosto che la complicità nella ricerca di un progetto comune, interrogandosi sui mezzi più adatti per realizzarlo.
Sarà forse un caso, ma dopo "la rivolta" c'è stato anche un sabotaggio – un ripetitore telefonico incendiato – rivendicato in solidarietà con chi era stato aggredito dai fascisti, fatto da cui era scaturita "la rivolta" stessa. Ne è seguito un comunicato in cui, con una forma che metteva le mani avanti, si dichiarava di non volere indicare nessuno quale autore del sabotaggio, facendo comunque intendere di non essere stati loro, gli estensori. Ora, non sarà la stessa cosa che puntare il dito contro qualcuno, ma anche tirarsi fuori e restringere il campo della ricerca, non è pratica molto nobile. È tutto questo guazzabuglio che poi permette ai pentiti di tornare a frequentare posti e situazioni di compagni o ai dissociati di tenere lezioni sui modi di portare avanti le lotte...
Davanti a tutto ciò possiamo ancora continuare a mettere la testa sotto la sabbia per restare amici di tutti; possiamo ancora turarci il naso per non respirare l'olezzo nauseabondo, ma tutto ciò, alla lunga, fa mancare l'aria.
Preferiamo respirare.
 
Anarchici
 
UN GIOCATTOLO ROTTO
 
Pentirsi dei propri gesti o delle proprie idee significa, senza tanti giri di parole, prendere le distanze da questi, dissociarsi. Oggi il linguaggio è cambiato, i significati sono più diluiti, lo scarto tra ciò che si dice e quello che si fa aumenta sempre più. Dare seguito alle proprie parole sembra quasi velleitario e molto spesso, purtroppo, tutto si riduce in slogan, frasi fatte, gesti emulati. Agire coerentemente non può certo essere un gesto di pignoleria o una sorta di rigidità mentale. Dovrebbe essere, al contrario, lo spirito che anima chi si mette in mezzo nel tentativo di sovvertire questo mondo, o quanto meno nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote allo sfruttamento e all'iniquità.
Ma questi discorsi sembrano essere ormai cose da marziani, da rompicoglioni, da vecchi compagni legati all'ideologia. Questo è il tempo dell'assenza di memoria, della comunicazione veloce, del linguaggio spezzettato e tutto ciò non può che determinare anche i gesti e i pensieri di chi è immerso, noi compresi, in questa realtà. Ciò non significa, però, che tutto abbia una giustificazione e possa essere tollerato, anzi, più siamo accondiscendenti, poco attenti e poco critici e più la realtà tenderà a sovrastarci.
Dopo che a Cremona un'aggressione fascista aveva portato in fin di vita un appartenente del Csa Dordoni, un grosso corteo ha percorso le vie della città, con rabbia. Alcuni antifascisti sono stati arrestati in seguito a questo corteo. Uno di loro, durante l'interrogatorio, ha affermato di essere stato presente a quella manifestazione e di voler ripagare i danni, giustificando in seguito di aver preso una tale decisione perché confuso e perché raggirato dall'avvocato.
Nessuno pretende che i compagni siano degli eroi, ma forse è necessario che si rifletta un po' di più sulle proprie azioni. Capire che le proprie scelte comportano delle conseguenze sembra essere incomprensibile a molti, eppure è una banalità di base che dovrebbe essere più che scontata. Altrimenti dobbiamo giungere alla conclusione che nulla è importante e che assumersi la responsabilità di quello che si fa e che si dice vale per noi tanto quanto vale per chi, in questo mondo, tenta di sopraffare gli altri. Inaccettabile. Ma poiché nessuno pretende che ci siano obblighi o regole da imporre, può accadere che un compagno comprenda, dopo essere arrestato, che quella non è la sua strada, che nella vita vuole fare altro e quindi si dissocia dal suo gesto o dalle sue idee; ma perché allora ricordarlo alla stregua di chi, invece, coerentemente accetta le conseguenze – compreso il carcere e la repressione – senza scusarsi in seguito ai suoi
 gesti?
E cosa significa dichiararsi antifascista dopo essersi scusato sostenendo di volere ripagare? Una sorta di etichetta, un marchio che mette al riparo da qualsiasi critica? Senza contare che dirsi antifascista senza fare una minima riflessione sul contesto in cui ci troviamo è una formula vuota e inutile, buona solo a sentirsi parte di un gruppo. Questo è quello che comporta il gregarismo, il fare o dire le cose perché le fanno o le dicono altri. La cosa peggiore, poi, è scaricare la propria responsabilità su qualcun altro, in questo caso l'avvocato. Negli ultimi tempi abbiamo assistito alla presenza sempre più ingombrante degli avvocati che spesso hanno preso le redini dei processi condizionando molto la difesa dei compagni. L'avvocato fa quello che gli si dice di fare a livello politico se è una persona sensibile, un amico o addirittura – se possibile – un compagno. Non dice quello che non vuoi e non si sostituisce a te se glielo
 impedisci. Se si pone in questo modo ciò che resta da fare è revocarlo o minacciarlo. Ma se l'avvocato non ha agito in questo modo, non si può buttare merda su di lui per arrampicarsi sugli specchi e tentare di giustificare la propria inettitudine.
Possibile che tanti tra quelli che girano nel movimento non fanno alcuna riflessione sul carcere, su cosa sia e su cosa fare se un giorno dovesse toccare anche a loro?
Un brutto posto, senza dubbio, nel quale si possono vivere condizioni pesanti, ma del quale bisogna parlare per capire di cosa si tratta sapendo che niente ci può annientare se le nostre idee sono più forti (al di là dell'accettazione o meno della condizione detentiva personale), se la solidarietà è un termine concreto e se ci siamo dotati di mezzi per affrontare ciò che tenta di isolarci, ostacolarci, metterci in difficoltà. Se tutti questi pensieri non ci sfiorano minimamente, allora dovremmo trarre qualche conclusione, perché evitare di finire dentro è molto meglio, ma provare a capire come affrontare la detenzione, qualora dovesse capitare, potrebbe evitare di fare scelte dissociative.
La paura è un sentimento che proviamo tutti e forse in molti casi può essere utile a farci capire fin dove possiamo arrivare. Questo, a nostro parere, è avere considerazione della propria dignità e non barattarla alla prima difficoltà.
Infine, l'amicizia. C'è chi probabilmente pensa che per amicizia non si possa criticare o dire nulla, o che la questione andava affrontata diversamente. Inutile arrampicarsi sugli specchi. La problematica riportata all'inizio è nota da tempo ed è stata taciuta e giustificata, quando non nascosta sotto la coperta della scelta individuale. Non serve ribadire che dichiarare di voler ripagare il danno di fatto pone una netta separazione tra se stessi, acquistando il ruolo del manifestante buono che chiede scusa, e gli altri, i cattivi, quelli che non pagheranno, che anzi pensano che quello che hanno fatto era il minimo che potevano fare. E poi siamo davvero sicuri che se un amico sbaglia sia da amici far finta di niente, o l'indifferenza e la giustificazione, anche di ciò che è palesemente sbagliato, sono il collante di rapporti gregari e alienati?
Ma queste sono domande che si pongono quei soliti pignoli e rigidi, per tutto il resto c'è facebook.
 
Anarchici  
 
SENZA CHIEDERE SCUSA.
RIFLESSIONI SUL RAVVEDIMENTO
 
Tolosa, 21 febbraio 2015. Una manifestazione contro la diga di Sivens e (per qualcuno) le nocività di questo mondo si accende, come molti prevedevano, e finisce in scontri con gli sbirri e danni a negozi, auto ed arredamento urbano. Come spesso accade, purtroppo, ci sono degli arresti fra i manifestanti. Fra di loro c'è François. Secondo le merde dei giornali sarebbe stato arrestato mentre sfondava a colpi di mazza le vetrine di un'agenzia immobiliare e di un negozio di arredamento.
François rifiuta il processo per direttissima e passa quindi davanti al giudice il 25 marzo, dopo un mese di preventiva. Ecco alcuni estratti della sua dichiarazione : "Mi sono lasciato tirare. [...] Da una parte i poliziotti, dall'altra noi. Ho fatto l'errore di considerare i poliziotti come dei nemici, gli altri come miei amici. [...] Mi è stata data una mazza. Me ne sono servito. Sono desolato".
La giudice, che è una boia, ma non è scema, gli chiede cosa ci faceva a Tolosa, visto che abita all'altro capo della Francia, a Rennes, e per di più con una maschera antigas sul volto. François se la gioca da ex studente pacato e gentile, si dice "toccato dall'ecologia". La giudice, da buona boia nient'affatto scema, fa il suo lavoro e lo rimanda al fresco per altri cinque mesi, più 6 di condizionale e l'obbligo di pagare i danni.
Milano, 1 maggio 2015. Una manifestazione contro Expo e (per qualcuno) questo mondo nocivo si accende, come previsto anche dalle pietre, e finisce in duri scontri con gli sbirri ed ingenti danni a negozi, auto ed arredamento urbano. Come spesso accade, purtroppo, sbirri e magistrati si vendicano a freddo. Il 19 maggio Marco viene arrestato a casa sua. Seconda l'accusa avrebbe preso parte al pestaggio di uno sbirro. Accusa secondo loro provata da alcune foto scattate da giornalisti e circolate sui media, che lo ritrarrebbero a viso parzialmente scoperto.
Durante l'interrogatorio di garanzia, Marco dichiara [1]: "Ho visto che gli agenti portavano via una ragazza in modo violento ho preso un bastone che si trovava per terra e ho colpito un poliziotto. Poi sono andato via. [...] Ho agito in modo impulsivo, sono rammaricato e chiedo scusa al poliziotto". Non sappiamo se il fatto di mettersi a strisciare gli servirà per ridurre il conto in tribunale.
Ma perché chiedere scusa? Perché annullare con un gesto di vile accomodamento degli atti di sincero coraggio e, cosa ancora più importante, le ragioni per le quali lo si è fatto? Possiamo comprendere il fatto di non voler peggiorare la propria situazione. Ma nessuno pretende che si sputi in faccia al giudice (c'è chi lo fa e tanto meglio, ma è una sua scelta individuale). Basta stare zitti.
Perché abbassarsi a quel punto? Per paura? Per opportunismo (che poi spesso non funziona)? La paura è un sentimento umano e comprensibile, ma non giustifica il tradimento, né di altri né delle proprie idee. L'opportunismo... Cambiare atteggiamento, cambiare discorso secondo l'opportunità, secondo la direzione del vento. Ma oltre a chi sceglie di rinnegare per beccarsi meno galera, c'è anche chi non può oppure, per dignità a coerenza, non vuole farlo. E quando qualcuno si presenta in tribunale come un bravo ragazzo, implicitamente sta già facendo una distinzione fra sé stesso ed i cattivi.
Ma allora perché andare a sfondare vetrine, perché randellare uno sbirro? Se pesto uno sbirro lo faccio perché quel servo in divisa mi fa schifo, perché finché esisterà uno sbirro, la libertà sarà lontana. Oppure lo faccio per gregarismo, perché lo stanno facendo altri?
Se vado ad una manifestazione che si preannuncia calda e non voglio problemi, non sfondo vetrine (ci si potrebbe anche chiedere perché andare ad una manifestazione se non si vogliono problemi, e a cosa serve una manifestazione senza problemi, ma lasciamo stare...). Se davvero voglio qualche brivido, resto a guardare, come fanno già in troppi. Come i troppi che fanno foto, una pessima abitudine che ormai è di moda tollerare. Tra l'altro in quanti si paga la leggerezza di non voler allontanare (con le buone o con le cattive, meglio con le cattive) giornalisti professionali o "alternativi", che vanno alle manifestazioni non per manifestare, ma per fabbricare prove che spesso sono molto utili per polizia e magistratura? Qualche macchina fotografica, telecamera o smartphone spaccato in più, vorrebbe dire dei compagni in meno in galera, quando ce ne accorgeremo?
Ma torniamo al fatto di pentirsi dei propri cattivi impulsi, quando va male. Qualche anno fa la chiamavano dissociazione.
Non c'è nessun obbligo di fare alcunché, ognuno fa solo quello che si sente, ma deve esserci la responsabilità delle proprie scelte. Ognuno deve assumerle fino in fondo.
E se credo davvero in quello che ho fatto, perché negarne le ragioni quando va male? Nessuno vuole martiri. Ma come dice il proverbio, un bel tacere non fu mai scritto. Certi gesti parlano da soli. Chiederne scusa significa che non erano fondati su ideali di liberazione, tanto vale, allora, andare a picchiarsi con gli sbirri allo stadio.
Cosa significa assumere il proprio ideale rivoluzionario, con tutte le conseguenze pratiche che ne derivano? Che, appena va male, le idee non sono altro che belle parole da accantonare? Perché questo tentativo di sfangarla a tutti i costi, anche a costo della dignità? Se questa attitudine viene accettata (per esempio perché "non si critica qualcuno che sta in galera"), allora in cosa gli anarchici e i rivoluzionari sarebbero diversi dalla sinistra? In cosa saremmo eticamente diversi dalla sinistra, in cosa saremmo rivoluzionari? Per le vetrine spaccate, quando va bene e non ci si fa beccare? Non è abbastanza. I metodi non bastano, un mezzo è un mezzo e nient'altro e può essere usato da tutti. Anche un nazista può spaccare una vetrina o pestare uno sbirro. La mafia fa più vittime fra sbirri e magistrati di tutti i rivoluzionari d'Europa messi insieme. Non spargo una lacrima per loro, ma nemmeno plaudo alla mafia. Perché quello che importa
 sono le idee, un ideale di libertà individuale, ed il modo in cui applico queste idee concretamente, nella mia vita, con tutte le difficoltà e i compromessi che non posso evitare. Quello che importa è la coerenza fra le mie idee e pratiche, ciò che significa tra l'altro un comportamento degno anche nelle avversità, il rifiuto di rinnegare le proprie idee. Questo tentativo di coerenza è una tensione sempre insoddisfatta, ma essa dà senso a quello che faccio e quello che dico. Altrimenti l'anarchismo si ridurrebbe a una sfilza di belle frasi, la rivoluzione a una chiacchiera come tante altre.
La rivoluzione... e anche i piccoli tentativi conflittuali che facciamo nel frattempo, sempre tenendo d'occhio quell'obiettivo forse lontano, ma forse dietro l'angolo.
Chiederemo forse permesso? E se poi andasse male? Basterebbe chiedere scusa?
Meglio maleducati che venduti
 
da non-fides.fr

Note:
[1] Si possono leggere queste dichiarazioni sulle edizioni on line del Corriere della sera e di Repubblica del 21 maggio, edizioni locali di Milano.

BERGAMO: ATTO SIMBOLICO CONTRO LA FIGURA DI A.LOCATELLI - FASCISTA SANGUINARIO BERGAMASCO

Apprendiamo dai media locali che nella notte tra il 2 il 3 ottobre a Bergamo è stato fatto un atto simbolico contro la rinomata e decorata figura di Antonio Locatelli, fascista sanguinario bergamasco.
La fontana che porta il suo nome è stata colorata di rosso sangue mentre successivamente è stato affisso uno striscione recante la scritta "A. Locatelli, sanguinario assassino".



RADIOCANE: GRECIA - LIBERTA' PER EVI STATIRI


riceviamo e diffondiamo:
 
Arrestata nel marzo scorso per il semplice fatto di essere la compagna
di un membro della Cospirazione delle Cellule di Fuoco, Evi Statiri ha 
cominciato il 14 settembre 2015 uno sciopero della fame per ottenere la 
propria liberazione. In condizioni di salute estremamente preoccupanti, 
è stata infine scarcerata il 2 ottobre 2015, benché ancora sottoposta a 
forti restrizione. Ci siamo fatti illustrare i contorni di questa 
vicenda da una compagna che vive ad Atene.
 
ascolta:
 
http://www.radiocane.info/evi/

AZIONI INTERNAZIONALI COORDINATE IN SOLIDARIETA' CON EVI STATIRI





Dal 12 al 17 settembre 2015, alcun* participant* alla rete di Contra Info hanno effettuato una serie di azioni in solidarietà con Evi Statiri, prigioniera in lotta in Grecia, che il 14 settembre ha cominciato uno sciopero della fame esigendo la sospensione della misura di custodia cautelare impostale 6 mesi fa.
Evi Statiri si trova in galera a causa della mania vendicativa scatenata dagli apparati repressivi della democrazia greca dopo il fallito piano di evasione dei/lle compagn* prigionier* della Cospirazione delle Cellule del Fuoco all’inizio del 2015, che ha messo nel mirino i/le familiar* e amic* dei membri dell’organizzazione. Quando il Potere non riesce a piegare i/le prigionier* sovversiv*, mette le mani su amic* e parenti, cercando di seminare il panico e punire quello che non rientra nelle grosse bibbie della legislatura, quello che supera i muri del carcere, quello che è più lontano dalla dicotomia innocenza-colpevolezza: la solidarietà.
Dopo la decisione di Evi Statiri di scegliere come strumento di lotta lo sciopero della fame, facciamo appello ai/lle compagn* di tutto il mondo per rinforzare questo grido di libertà attraverso l’azione anarchica multiforme. Che nelle strade risuoni: EVI STATIRI LIBERA!
Qui sotto vi proponiamo alcune delle foto delle azioni realizzate nei territori controllati dagli Stati di Bolivia, Francia, Grecia, Portogallo, Cile, Spagna… e aspettiamo i vostri contributi a: contrainfo(chiocciola)espiv.net
Uno striscione è stato esposto a La Paz (Bolivia): “Compagna Evi Statiri, sequestrata dallo Stato greco, ti salutiamo dalla Bolivia”; sono anche stati distribuiti dei volantini: “Dalla Bolivia alla Grecia, libertà per Evi Statiri – La tua lotta dall’interno della prigione è un segno d’indomabile ferocia di fronte al Potere e la repressione”.

Fonte

NASCE LA CASSA DI SOLIDARIETA' AI/LLE PRIGIONIER* DI CROCE NERA ANARCHICA

 da crocenera

Come già annunciato nei primi incontri di presentazione del progetto editoriale di Crocenera, oltre al contributo informativo e di discussione attraverso il giornale ed il blog, abbiamo ripetutamente proposto l’eventualità di affiancare una cassa di solidarietà specifica per i prigionieri anarchici, intendendo fornire una base di supporto economico a quanti cadono nelle maglie della repressione e ne sono attivi e coscienti oppositori.

Siamo arrivati al dunque e l’abbiamo aperta.

Gli anarchici hanno iscritta, incisa nella loro carne la refrattarietà a qualsiasi categorizzazione politica, sono antipolitici per natura quindi non dovrebbero definirsi mai prigionieri politici. Nello stesso tempo gli anarchici finiscono in carcere in base a idee, atti, comportamenti che sono il frutto di una presa di coscienza etica, politica, esistenziale. Dolorosa consapevolezza, intellettiva coscienza, gioiosa rivolta o qualsivoglia altra mescolanza di sentire, fare e sapere che sia, è un procedimento naturale che ci porta ad essere informati, attenti, critici su determinati percorsi di lotta e repressione. Siamo anarchici, alieni al concetto di politica, comunque venga declinata, se cadiamo nelle reti del nemico, non ci rivendichiamo come oggetti politici piuttosto come soggetti di una socialità/asocialità altra, di una visione altra dell’esistente. Si cercano alleati, complici, amici, compagni, tra gli altri oppressi dalla macchina del dominio, ma questo non significa né mitizzare, come nella vecchia vulgata comunista, il soggetto di classe, né effettuare maldestri tentativi di entomologia sociale cercando a freddo, dall’alto della propria analisi, come fossero oggetti, gli oppressi di cui si parla, fuori o dentro le carceri che sia.

Siamo ben consapevoli che in questi contesti è piuttosto sgradevole e fraintendibile fare distinzioni, che offrono il fianco a semplificazioni strumentalizzabili sia politicamente che dal punto di vista repressivo, per questo abbiamo preferito specificare chiaramente le discriminanti che abbiamo scelto, per ora.

Una cassa di solidarietà in appoggio ai prigionieri anarchici che naturalmente sorpassa la distinzione fittizia tra prigionieri politici e sociali.

Consapevoli oltretutto dell’ulteriore stretta repressiva frutto degli ultimi aggiornamenti legislativi, che rende più evidente la necessità di utilizzare strumenti che il nemico vorrebbe reprimere.

Ci teniamo ad aggiungere che non vogliamo dare “delimitazioni geografiche” ai prigionieri a cui si cercherà di dar voce e che questa è una cassa di solidarietà diretta a loro, non una cassa di difesa legale e tantomeno uno strumento di supporto legale.

Su queste basi vogliamo iniziare ad attivarci, consci dello sforzo e delle nostre attuali possibilità.

CNA


Per inviare contributi solidali:

Numero Carta PostePay: 4023 6009 1934 2891

Intestato a Omar Nioi

MODENA: FOGLI DI VIA PER CONTRASTO ANTIFASCISTA A FORMIGINE

riceviamo e diffondiamo:

Il 23 settembre è stato notificato l’avvio del procedimento del foglio di via da Modena e provincia a un compagno per i fatti di Formigine del dicembre 2014, per cui risulta indagato per violenza a pubblico ufficiale.  A due giorni di distanza ne sono stati notificati  altri due per gli stessi fatti ad Aro e Vivi, due compagni che per quell’episodio furono arrestati e condannati successivamente a un anno e due mesi.
Risulta palese il tentativo da parte della questura di Modena di spezzare i legami tra le individualità del territorio; come emerge dalle carte, infatti, Modena risulterebbe “il luogo ove i gruppi anarchici di varie province sono soliti incontrarsi per pianificare azioni delittuose, pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica.”
Dai fatti di Formigine agli arresti di Andrea, Pippo e Tommy, rilanciamo la solidarietà a chi attacca il fascismo in ogni sua forma e con ogni mezzo necessario.

Compagni di Modena e “di varie province”


Fonte

RADIOCANE:IL NEMICO ALLE SPALLE - IL CANTO POPOLARE NELLA GRANDE GUERRA VOL.4-MALEDETTO SIA CADORNA!

riceviamo e diffondiamo: 
 
Quarto episodio de Il nemico alle spalle, rubrica curata da radiocane e 
Lorenzo Valera sul canto popolare contro la Grande guerra.
 
A fronte dell’insensata e spietata logica della guerra, in cui si deve 
uccidere e farsi ammazzare per gli interessi dei padroni, nulla di più 
logico e sensato dell’insubordinazione, la diserzione, la rivolta. Di 
queste storie narra questo quarto volume, episodi di un’umanità che 
dovette fronteggiare sentenze di tribunali, fucilazioni sommarie, 
decimazioni sul posto. Non a caso si cantava: “maledetto sia Cadorna, 
prepotente come d’un cane”.
 
Interpretazioni originali a cura di Lorenzo Valera e Livia Brambilla. 
Per info e contatti: blukington.alekos.net
 
I volumi già usciti sono Tra il Masetti e il Luisin (vol. 1), Tocca 
partire (vol. 2) e Qui si muore gridando “Assassini!” (vol. 3).
 
 
Ascolta qui il quarto episodio:
 
http://www.radiocane.info/il-nemico-alle-spalle4/

28 settembre 2015

TATTOO CIRCUS BENEFIT PRIGIONIER*: PROGRAMMA COMPLETO

riceviamo e diffondiamo:
 
IV° EDIZIONE TATTOO CIRCUS
BENEFIT PRIGIONIER*


10 e 11 OTTOBRE 015
Due giorni di inchiostro, musica e dibattiti!

SABATO 10:
Dalle 10.00 Si inizia!
13.00 pranzo vegan!
Dopo pranzo si continua a tatuare..
17.00 Dibattito
PASSATO, PRESENTE E FUTURO DEL DISPOSITIVO SOCIO-CARCERARIO.
*Psichiatrizzazione e processo di pacificazione
*Controllo sociale
*Tecnologia
*Flussi di informazione
*Profitto e sperimentazione


Dai moduli di rispetto a quelli conflittivi delle carceri spagnole, alla psichiatrizzazione del modello detentivo svizzero fino ad arrivare al calcolo probabilistico, attraverso la creazione di profili telematici, del/la detenut* anche dopo l'uscita dal carcere.

Cena & DjSet

DOMENICA 11:

Dalle 10.00 Si inizia!
13.00 pranzo vegan!
Dopo pranzo si continua a tatuare..
20.00 cena vegan con un pò di musica..

PER INFO E PRENOTAZIONE TATUAGGI SCRIVERE A:
lab.lazona@gmail.com


@Laboratorio Anarchico LA*ZONA
via bonomelli 9 Bergamo

LA CATASTROFE E' OGNI GIORNO IN CUI NON ACCADE NULLA

Riceviamo e diffondiamo:
 

LA CATASTROFE E' OGNI GIORNO IN CUI NON ACCADE NULLA

E sicuramente di cose ne sono accadute nelle ultime settimane e negli ultimi mesi nella galera di Santa Maria Maggiore, a Venezia.

Gennaio 2015, dentro quelle infami mura muore Adrian, un ragazzo di 19 anni, così come Cherib nel 2009.
Metà luglio, un ragazzo recluso incendia i materassi della cella, intossicando tre secondini.
27 luglio, un prigioniero stacca con un morso una falange a uno sbirro. La rappresaglia della direzione: vengono chiusi tutti i blindi per tutto il giorno.
29 luglio, una forte battitura della maggior parte dei ragazzi scuote le mura e la monotonia di Santa Maria Maggiore, seguita da un giorno intero di sciopero della fame. Una cinquantina di persone si raduna sotto il carcere, improvvisando un presidio in solidarietà. La protesta è stata efficace: i blindi e le porte delle celle sono di nuovo aperte ed è possibile passeggiare tra i corridoi.
21 agosto, di nuovamente sotto le mura. Qualcuno dentro incendia dei fogli di giornale e inizia un’altra battitura. Un detenuto è in sciopero della fame da ferragosto per chiedere il trasferimento in un’altra struttura.
10 settembre, i detenuti proclamano una protesta quotidiana, con forti battiture tre volte al giorno e condivisa dalla quasi totalità dei prigionieri, contro tanti aspetti della realtà carceraria, dal dispotismo della direttrice, che vieta qualsiasi attività all'interno, alla semplice voglia di protestare e portare avanti una critica generalizzata al sistema carcere, ribellandosi alla propria condizione di reclusi.
16 settembre, calorosa battitura che coinvolge tutti i detenuti del braccio destro, che sventolano bandiere costruite con magliette bianche attaccate alle scope. Urlano “libertà” e “sempre avanti”, il tutto supportato da un numero sempre più cospicuo di solidali, impegnati anche in saluti al carcere femminile della Giudecca, già dal 2 agosto.

Numerosi sono stati, per amici, parenti e solidali, i saluti, i colloqui selvaggi e le presenze complici fuori da quelle infami mura. Tutta questa voglia di vivere lottando per la libertà ha fortemente infastidito i secondini, che hanno messo in isolamento un ragazzo particolarmente attivo nella lotta, e che, sostenuti da esponenti del Movimento 5 Stelle, hanno trovato un palcoscenico per le proprie lagnanze dagli amici di sempre, giornali e giornalisti.

La vendetta dello Stato, nota anche come Giustizia, è arrivata venerdì 18 settembre 2015, di mattina, quando sono stati notificati tre fogli di via a due compagni (rispettivamente 3 anni e 1 anno) e una compagna (3 anni) di Venezia. Motivazione: le recenti manifestazioni anticarcerarie. Il giorno dopo, sabato 19 mattina, un quarto foglio di via per un altra compagna (2 anni).
Ma quando di cose ne succedono (e ne sono successe e ne stanno succedendo!), quando un intero carcere risuona della protesta dei suoi reclusi, quando delle guardie finiscono in ospedale, quando un escluso si ribella, allora la forza c'è per rispondere alla catastrofe della pace sociale o per reagire alla repressione, che in questi ultimi mesi, da Venezia a Torino, da Cagliari a Bologna, da Trento alla nostra addomesticata Udine, si esprime in particolare con fogli di via, avvisi orali e sorveglianza speciale.

Si rilanciano i prossimi appuntamenti con ancora più forza e determinazione:

Sabato 26 ottobre 2015 ore 15, presidio sotto il carcere di Vicenza, via della Scola, 150

Sabato 3 ottobre 2015 ore 15, presidio sotto il carcere di Venezia, rio Terra dei Pensieri, Santa Croce


Solidarietà attiva a tutti i ribelli, dentro e fuori dalle galere!

Coordinamento contro il carcere e la repressione – Udine

NUOVA OCCUPAZIONE BRANCALEONE


riceviamo e diffondiamo:

Martedì sera.
Casa ridotta in macerie, le nostre masserizie spezzate e accumulate sui camion della monnezza.
Le porte, i cessi, le finestre, le scale: tutto distrutto. Un monumento alla ferocia di chi ci vorrebbe schiave del lavoro salariato. O forse, più semplicemente, ci invidia al punto da voler nascondere ai propri occhi come sia possibile vivere ogni giorno la tensione della libertà. O ancora più semplicemente poveri stronzi, uomini piccoli piccoli, che ubbidendo a ciechi ordini burocratici cercano di uccidere la vita, di seppellirla tra le macerie.
Tutto sommato chissenefrega, hanno distrutto degli oggetti, nulla possono contro i nostri desideri.
Una cena da amiche, una sbronza e un'accoglienza che difficilmente dimenticheremo ci ristorano da una lunga giornata

Mercoledì è il tempo dell'amarezza e delle assemblee, ci si chiede come abbiamo potuto lasciarci sgomberare così rapidamente, come costruire difese migliori, quali risposte avremmo voluto dare e non siamo riusciti ad organizzare, ma già serpeggia una nuova determinazione: senza casa non ci stiamo!

Giovedì: fervono i preparativi, le corse a recuperare gli attrezzi che la sbirraglia ci ha rubato, gli ultimi fugaci sopralluoghi, gli incontri con le complici si susseguono frenetici. L'ora dell'amarezza è passata ed è già tempo di un nuovo assalto.

Oggi, venerdì, brancaleone con il suo strampalato seguito ha di nuovo casa in via bruni 9.
quanto spreco per la sbirraglia, quanti uomini e quanti mezzi mobilitati per farci perdere così pochi giorni e quale amara sorpresa sarà per loro scoprire come questa piccola disavventura ci ha reso più unite e determinate nel nostro sogno di rivolta.

Domenica, dalle 14.00, un piccolo concerto jazz per presentarvi la corte che resiste alla Bovisa della gentrificazione, degli speculatori e dell'università-fabbrica.

E poi, ci vediamo martedì 29 alle 13,30 al Politecnico di Bovisa (Via Durando 10) per un presidio contro il nanoforum, e dalle ore 19,30 a Casa Brancaleone per parlare di nanotecnologie e delle nuove strategie del dominio. Durante la serata sarà proiettato il documentario «rfid, la police totale» e seguiranno aggiornamenti sul processo a Billy, Costa e Silvia. Portatevi la sedia da casa!


Un abbraccio caloroso a tutte coloro che in questi giorni di ritrovato nomadismo ci hanno accolte e rifocillate.

UDINE: CASELLI BOIA!

Si apprende dalla stampa locale ("Messaggero Veneto" online, 24 settembre 2015) che quando il procuratore Giancarlo Caselli è giunto al teatro "Giovanni da Udine", in cui teneva un incontro con il sindaco Furio Honsell e il prete Pierluigi Di Piazza per festeggiare i 20 anni di "Libera", i muri del teatro sono stati trovati imbrattati con scritte contro di lui: "Caselli boia assassino", "No TAV". La DIGOS indaga. 

TRENTO: DANNEGGIATA SEDE DELLA CGIL

Da informa-azione.info
 
Apprendiamo dai media locali che nella notte fra il 17 e il 18 settembre, a Trento, ignoti hanno sfondato sette vetrate della sede provinciale della Cgil, lasciando la scritta "Servi dei padroni, complici di Marangoni". Interessante notare che fra i primi a esprimere condanna del gesto e solidarietà al sindacato c'è stato il presidente della Confindustria trentina (assieme ai presidenti della Provincia, del Consiglio provinciale e dell'Anpi).   

MODENA: PRESENTAZIONE DELL'OPUSCOLO "I CIELI BRUCIANO"

 
riceviamo e diffondiamo: 
 
Venerdì 9 ottobre alle 21 presentazione dell'opuscolo "I cieli bruciano: dei 
Centri di identificazione e di espulsione e di coloro che ne permettono il 
funzionamento".
I CIE sono i Centri di identificazione e di espulsione per immigrati, 
istituiti nel 1998 da un governo di centro sinistra con la legge Turco- 
Napolitano.
Questi centri sono veri e propri lager in cui sono rinchiusi i senza documenti 
, per poi essere identificati ed espulsi.
A Modena il CIE è stato attivo fino al 2013, per essere poi chiuso dalle 
continue rivolte degli internati che hanno portato alla completa inagibilità 
della struttura.
Dei 13 centri inizialmente attivi in Italia ne sono rimasti ancora 5 attivi.
La macchina delle espulsioni si è evoluta nel tempo.
Dentro dalla riduzione dei tempi di permanenza col conseguente abbassamento 
della conflittualità interna, all'ottenimento di appalti da parte di 
associazioni umanitarie che lucrano sulla pelle dei reclusi.
Fuori con ronde-rastrellamento contro i sans-papiers, e con il nuovo nucleo di 
polizia antiterrorismo presente in 20 città italiane contro lo spauracchio del 
terrorismo islamico.
Crediamo sia importante capire chi sono i collaboratori della macchina delle 
espulsioni, chi ci guadagna.
Che sia importante portare la lotta contro i CIE al di fuori di quelle mura, 
perchè la lotta è ovunque per chi sa guardare con gli occhi giusti.
I CIE sono ogni ditta, ente umanitario, o persona che collabora con il sistema 
delle espulsioni.
I CIE SI CHIUDONO COL FUOCO

"CONSIDERAZIONI SULLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA IN ITALI"

E' uscito l'opuscolo Considerazioni sulla detenzione amministrativa in Italia

Scarica l'opuscolo [2,92 Mb .pdf]

Scarica il file per la stampa [3,07 Mb .pdf]

Allo scopo di trovare una soluzione alla loro ingestibilità, per affrontare preventivamente un aumento delle problematicità legate alla tipologia e quantità dei futuri flussi migratori, i Cie, lungi dall’aver mai avuto una funzione altra rispetto a quella di deterrente collettivo, stanno subendo delle modifiche parziali, sia strutturali che gestionali. La direzione seguita è quella di un processo ipotetico di maggiore razionalizzazione, funzionalità, economicità gestionale e controllo interno.
Lo scopo per cui è nata la detenzione amministrativa degli immigrati si può dire raggiunto?

La risposta a tale quesito è estremamente difficile. Ciò che possiamo fare è cercare di fotografare la situazione attuale, cercare di mettere insieme i diversi accadimenti relativi alla detenzione amministrativa in Italia e comprendere quale direzione i Cie stiano intraprendendo. Lo scopo di una ricerca come questa, è inutile dirlo, resta sempre e comunque quello di conoscere meglio il nostro obiettivo, capirne meglio le caratteristiche per comprenderne meglio i punti deboli.

Di Cie tanti ne parlano, ne versano lacrime e ne denunciano le angherie, tanti, davvero tanti, anche i più improbabili ne chiedono la chiusura. Questo sembrerebbe giusto e animato da buoni propositi, ma non è proprio tutto oro quel che luccica. Le richieste di chiusura, senza considerare l’assurdità del fatto che sono indirizzate alle stesse istituzioni che i Cpt/Cie hanno istituito, non fanno che proporre un diverso modo di gestione dell’immigrazione, una riforma che renda forse più umani i Centri o che ne proponga altre versioni.

L’esperienza della riforma degli Opg dovrebbe aver insegnato molto in merito. Una prigione non può essere resa più umana, non esiste un modo più giusto per identificare e controllare. Le frontiere dovrebbero solo scomparire, tutte le carceri essere abbattute. Per questo i Cie non dovrebbero essere chiusi, ma distrutti, incendiati, danneggiati.
“Fuoco ai Cie” al posto di “chiudere i Cie”, come tanti reclusi in rivolta ci hanno insegnato, ci sembra il modo migliore per affrontare la questione.


Fonte

27 settembre 2015

RADIOCANE: SULLO SGOMBERO DI CASA BRANCALEONE

riceviamo e diffondiamo:
Milano, 22 settembre 2015. Nella mattinata viene sgomberata l’occupazione di Casa Brancaleone attiva nel nord della città da poco più di un anno.

Insieme a due compagni occupanti ripercorriamo la giornata dello sgombero tra resistenza sul tetto e sgraditi passaggi in questura, ma anche il racconto di un anno di esperienza di lotta, incontri e solidarietà  e, infine, delle valutazioni precise su quanto va accadendo in termini repressivi negli ultimi mesi a Milano Nord-Ovest.

ascolta:

http://www.radiocane.info/milano-sullo-sgombero-di-casa-brancaleone/