23 maggio 2016
7 MAGGIO: UNA GIORNATA DI LOTTA
da abbattere le frontiere
7 MAGGIO: UNA GIORNATA DI LOTTA
Non doveva essere una giornata di testimonianza.
Non è stata una giornata di testimonianza.
7 MAGGIO: UNA GIORNATA DI LOTTA
Non doveva essere una giornata di testimonianza.
Non è stata una giornata di testimonianza.
Ci sono donne e uomini che non vogliono accettare barriere, filo
spinato, detenzione amministrativa, immigrati che muoiono in massa alle
frontiere di terra o di mare, campi di concentramento. All'interno di
una giornata di lotta internazionale – con cortei in diversi paesi e
varie iniziative anche in Italia, di cui cercheremo di fare un resoconto
– al Brennero varie centinaia di compagne e compagni si sono battuti.
Difficile immaginare un contesto più sfavorevole di un paesino di
frontiera con una sola via di accesso. Quelle e quelli che sono venuti
lo hanno fatto col cuore, consapevoli che nella battaglia contro
l'Europa concentrazionaria che gli Stati stanno costruendo – di cui il
confine italo-austriaco è un piccolo pezzo, il più vicino a noi – si
paga un prezzo. L'aspetto più prezioso sta proprio qui: nel coraggio
come dimensione dello spirito, non come fatto banalmente “muscolare”.
Siamo fieri e fiere di aver avuto a fianco donne e uomini generosi, con un ideale per cui battersi.
In tutte le presentazioni della giornata del 7 maggio – e sono state
tante – siamo sempre stati chiari: se ci saranno le barriere, cercheremo
di attaccarle, altrimenti cercheremo di bloccare le vie di
comunicazione, a dimostrazione che il punto per lorsignori non è solo
erigere muri, ma gestirli; sarà una giornata difficile.
Lo scopo della manifestazione era bloccare ferrovia e autostrada. Così è
stato. Va da sé che se tra una manifestazione combattiva e il suo
obiettivo si mette quella frontiera costituita da carabinieri e polizia,
il risultato sono gli scontri.
Siamo riusciti a salire al Brennero senza aver chiesto il permesso a
nessuno perché lo abbiamo fatto collettivamente, in treno e con una
lunga carovana di auto. Abbiamo preso – senza pagarlo – un treno Obb,
società ferroviaria responsabile di controlli al viso e di
respingimenti. Per gli altri, solo la determinazione a reagire con
prontezza ha distolto gli sbirri dai controlli all'uscita
dell'autostrada. Le auto che non erano nella carovana sono state
purtroppo fermate e i compagni a bordo non hanno potuto raggiungere il
Brennero.
Quella di sabato è stata una manifestazione contro le frontiere anche nel senso che erano presenti tanti compagni austriaci.
Non sono certo mancati limiti organizzativi e di comunicazione. Tutt'altro. Ma questa è una discussione tra compagne e compagni.
Ci rivendichiamo a testa alta lo spirito del 7 maggio, con la testarda
volontà di continuare a lottare contro le frontiere e il loro mondo.
La solidarietà nei confronti dei compagni arrestati, che ora sono di
nuovo con noi, è stata calorosa. Nel carcere di Bolzano, i cui detenuti
hanno risposto con entusiasmo al presidio di solidarietà, i quattro
compagni sono stati accolti come fratelli.
Ciò per cui ci scandalizziamo rivela sempre chi siamo.
Per noi l'orologio danneggiato della stazione del Brennero ha questo significato: che si fermi il tempo della sottomissione.
Abbattere le frontiere
15 OTTOBRE: LA CATASTROFE E' OGNI GIORNO IN CUI NON ACCADE NULLA
riceviamo il comunicato prodotto dall'assemblea tenutasi a Roma il 12 maggio 2016:
LA CATASTROFE E' OGNI GIORNO IN CUI NON ACCADE NULLA
Il 12 maggio si è tenuta l'ultima udienza del processo di primo grado per i fatti del 15 ottobre 2011 a Roma. Fu una giornata di lotta in cui la rabbia e l'insofferenza, a lungo trattenute, sfociarono in numerose azioni di attacco contro luoghi rappresentativi dello sfruttamento e dell'oppressione e che ebbe il suo culmine negli scontri di piazza S. Giovanni.
Eravamo in tanti/e a vivere quella giornata di rivolta, oggi alcuni di noi rischiano di pagarne le conseguenze.
Come abbiamo già visto per il processo di Genova l'accusa di devastazione e saccheggio è lo strumento attraverso il quale il potere attua la sua vendetta: colpendo alcuni/e vuole intimorirne molti.
Le condanne sono pesanti, da 4 mesi fino a 9 anni (distribuite tra 15 imputati, due sono stati assolti). Inoltre, ministeri (Ministero degli Interni, Ministero della Difesa, Ministero dell'Economia), banche (Banca Popolare del Lazio), Comune di Roma e aziende municipalizzate (ATAC e AMA), hanno ottenuto ingenti risarcimenti in qualità di parti civili danneggiate.
La beffa, oltre che il danno, dal momento che proprio questi sono tra i soggetti che ogni giorno devastano e saccheggiano le vite di milioni di uomini e donne.
La magistratura si è accanita contro chi ha espresso una rottura della pacificazione sociale indicativa di una tensione reale che al potere fa paura, una tensione che ci auguriamo si ripeta con sempre maggiore frequenza ed estensione.
Rivoltarsi è l'unico modo possibile per cambiare l'ordine delle cose, continuare ad attaccare è la prima forma di solidarietà verso i compagni colpiti dalla repressione.
La stessa rabbia e determinazione esplose a Roma le abbiamo vissute nelle manifestazioni del 24 gennaio a Cremona e del 1° maggio a Milano.
Nella loro specificità si è trattato, in tutti i casi, di momenti di conflitto condivisi e partecipati da molti/e, rispetto ai quali il potere ha risposto con gli stessi strumenti repressivi.
Proprio l'uso strumentale del reato di “devastazione e saccheggio” denota la natura politica di questi processi a cui viene però attribuita in maniera formale, da parte dello Stato, una funzione puramente tecnico giuridica. La repressione ha tentato di azzittire gli accusati, di dividerli, di isolarli, di privarli della solidarietà.
Vogliamo rompere questi meccanismi, essere vicini ai nostri compagni, difenderli, rivendicare con fierezza le ragioni per cui abbiamo lottato.
Vogliamo unire gli sforzi dei/delle solidali per costituire quella forza in grado di rispondere all'attacco.
Questa sentenza non pone fine a niente, né alla lotta né alla solidarietà: facciamo appello a tutte e tutti a partecipare alle prossime udienze dei processi di Milano e Cremona, e a dare il loro contributo in ogni modo e luogo ritengano necessario e utile.
Il silenzio è complicità, la rassegnazione è morte!
Solidarietà a tutti i compagni colpiti dalla repressione.
Libertà per tutti e tutte.
10-100-1000 15 OTTOBRE!
Prossimi appuntamenti processuali:
14 GIUGNO MILANO
7 LUGLIO CREMONA
LE COMPAGNE E I COMPAGNI RIUNITISI IN ASSEMBLEA A ROMA IL 12/05/2016
LA CATASTROFE E' OGNI GIORNO IN CUI NON ACCADE NULLA
Il 12 maggio si è tenuta l'ultima udienza del processo di primo grado per i fatti del 15 ottobre 2011 a Roma. Fu una giornata di lotta in cui la rabbia e l'insofferenza, a lungo trattenute, sfociarono in numerose azioni di attacco contro luoghi rappresentativi dello sfruttamento e dell'oppressione e che ebbe il suo culmine negli scontri di piazza S. Giovanni.
Eravamo in tanti/e a vivere quella giornata di rivolta, oggi alcuni di noi rischiano di pagarne le conseguenze.
Come abbiamo già visto per il processo di Genova l'accusa di devastazione e saccheggio è lo strumento attraverso il quale il potere attua la sua vendetta: colpendo alcuni/e vuole intimorirne molti.
Le condanne sono pesanti, da 4 mesi fino a 9 anni (distribuite tra 15 imputati, due sono stati assolti). Inoltre, ministeri (Ministero degli Interni, Ministero della Difesa, Ministero dell'Economia), banche (Banca Popolare del Lazio), Comune di Roma e aziende municipalizzate (ATAC e AMA), hanno ottenuto ingenti risarcimenti in qualità di parti civili danneggiate.
La beffa, oltre che il danno, dal momento che proprio questi sono tra i soggetti che ogni giorno devastano e saccheggiano le vite di milioni di uomini e donne.
La magistratura si è accanita contro chi ha espresso una rottura della pacificazione sociale indicativa di una tensione reale che al potere fa paura, una tensione che ci auguriamo si ripeta con sempre maggiore frequenza ed estensione.
Rivoltarsi è l'unico modo possibile per cambiare l'ordine delle cose, continuare ad attaccare è la prima forma di solidarietà verso i compagni colpiti dalla repressione.
La stessa rabbia e determinazione esplose a Roma le abbiamo vissute nelle manifestazioni del 24 gennaio a Cremona e del 1° maggio a Milano.
Nella loro specificità si è trattato, in tutti i casi, di momenti di conflitto condivisi e partecipati da molti/e, rispetto ai quali il potere ha risposto con gli stessi strumenti repressivi.
Proprio l'uso strumentale del reato di “devastazione e saccheggio” denota la natura politica di questi processi a cui viene però attribuita in maniera formale, da parte dello Stato, una funzione puramente tecnico giuridica. La repressione ha tentato di azzittire gli accusati, di dividerli, di isolarli, di privarli della solidarietà.
Vogliamo rompere questi meccanismi, essere vicini ai nostri compagni, difenderli, rivendicare con fierezza le ragioni per cui abbiamo lottato.
Vogliamo unire gli sforzi dei/delle solidali per costituire quella forza in grado di rispondere all'attacco.
Questa sentenza non pone fine a niente, né alla lotta né alla solidarietà: facciamo appello a tutte e tutti a partecipare alle prossime udienze dei processi di Milano e Cremona, e a dare il loro contributo in ogni modo e luogo ritengano necessario e utile.
Il silenzio è complicità, la rassegnazione è morte!
Solidarietà a tutti i compagni colpiti dalla repressione.
Libertà per tutti e tutte.
10-100-1000 15 OTTOBRE!
Prossimi appuntamenti processuali:
14 GIUGNO MILANO
7 LUGLIO CREMONA
LE COMPAGNE E I COMPAGNI RIUNITISI IN ASSEMBLEA A ROMA IL 12/05/2016
RADIOCANE: OVUNQUE PROTEGGI - SULLE PRESENZE MILITARI IN PIEMONTE
riceviamo e diffondiamo:
Il militare è ovunque, la guerra intorno a noi.
A partire da questo spunto alcuni/e compagni/e hanno aguzzato la vista
nel proprio territorio di riferimento (una parte del Piemonte e, nello
specifico, il pinerolese e le valli circostanti) alla ricerca di una
presenza militare tanto radicata quanto all’apparenza innocua: la
presenza degli Alpini e il loro ruolo nella guerra interna ed esterna, i
poligoni diffusi nelle valli, le fabbriche legate alla produzione di
guerra e morte.
Un contributo parziale in vista di una possibile mappa completa sulla
distribuzione della presenza militare in Italia. A servizio di tutti e
di ciascuno.
Di questo e di altro abbiamo discusso con una compagna di Alpi Libere.
ascolta:
http://www.radiocane.info/ovunque-proteggi/
14 maggio 2016
BERGAMO: AZIONI SIMBOLICHE CONTRO LE FRONTIERE
riceviamo e diffondiamo:
Nella notte di giovedì sono apparsi in giro per la città due striscioni recanti la scritta "abbattere le frontiere (A)" e "no frontiere al Brennero e ovunque (A)".
Inoltre nel quartiere della Malpensata è stato affisso un manifesto "Abbattere le frontiere al Brennero e ovunque".
Per una notte i muri e i cavalcavia di Bergamo si sono fatti portavoce della nostra rabbia.
Questi sono piccoli atti di solidarietà nei confronti dei/lle 6 arrestati/e (in seguito rilasciati) durante la giornata del 7 maggio al Brennero e con chi quotidianamente mette in gioco la propria libertà per combattere contro frontiere e confini.
Anarchiche e anarchici
10 maggio 2016
7 MAGGIO: UNA GIORNATA DI LOTTA
da abbattere le frontiere
Non doveva essere una giornata di testimonianza. Non è stata una giornata di testimonianza.
Ci sono donne e uomini che non vogliono accettare barriere, filo
spinato, detenzione amministrativa, immigrati che muoiono in massa alle
frontiere di terra o di mare, campi di concentramento. All'interno di
una giornata di lotta internazionale – con cortei in diversi paesi e
varie iniziative anche in Italia, di cui cercheremo di fare un resoconto
– al Brennero varie centinaia di compagne e compagni si sono battuti.
Difficile immaginare un contesto più sfavorevole di un paesino di
frontiera con una sola via di accesso. Quelle e quelli che sono venuti
lo hanno fatto col cuore, consapevoli che nella battaglia contro
l'Europa concentrazionaria che gli Stati stanno costruendo – di cui il
confine italo-austriaco è un piccolo pezzo, il più vicino a noi – si
paga un prezzo. L'aspetto più prezioso sta proprio qui: nel coraggio
come dimensione dello spirito, non come fatto banalmente “muscolare”.
Siamo fieri e fiere di aver avuto a fianco donne e uomini generosi, con un ideale per cui battersi.
In tutte le presentazioni della giornata del 7 maggio – e sono state
tante – siamo sempre stati chiari: se ci saranno le barriere, cercheremo
di attaccarle, altrimenti cercheremo di bloccare le vie di
comunicazione, a dimostrazione che il punto per lorsignori non è solo
erigere muri, ma gestirli; sarà una giornata difficile.
Lo scopo della manifestazione era bloccare ferrovia e autostrada. Così è
stato. Va da sé che se tra una manifestazione combattiva e il suo
obiettivo si mette quella frontiera costituita da carabinieri e polizia,
il risultato sono gli scontri.
Siamo riusciti a salire al Brennero senza aver chiesto il permesso a
nessuno perché lo abbiamo fatto collettivamente, in treno e con una
lunga carovana di auto. Abbiamo preso – senza pagarlo – un treno Obb,
società ferroviaria responsabile di controlli al viso e di
respingimenti. Per gli altri, solo la determinazione a reagire con
prontezza ha distolto gli sbirri dai controlli all'uscita
dell'autostrada. Le auto che non erano nella carovana sono state
purtroppo fermate e i compagni a bordo non hanno potuto raggiungere il
Brennero.
Quella di sabato è stata una manifestazione contro le frontiere anche nel senso che erano presenti tanti compagni austriaci.
Non sono certo mancati limiti organizzativi e di comunicazione. Tutt'altro. Ma questa è una discussione tra compagne e compagni.
Ci rivendichiamo a testa alta lo spirito del 7 maggio, con la testarda
volontà di continuare a lottare contro le frontiere e il loro mondo.
La solidarietà nei confronti dei compagni arrestati, che ora sono di
nuovo con noi, è stata calorosa. Nel carcere di Bolzano, i cui detenuti
hanno risposto con entusiasmo al presidio di solidarietà, i quattro
compagni sono stati accolti come fratelli.
Ciò per cui ci scandalizziamo rivela sempre chi siamo.
Per noi l'orologio danneggiato della stazione del Brennero ha questo significato: che si fermi il tempo della sottomissione.
9 maggio 2016
ULTIMI AGGIORNAMENTI SUGLI ARRESTI AL BRENNERO (AGGIORNATO)
EMESSA LA SENTENZA: 1 anno con condizionale Miriam, 1 anno e 2 mesi Stefano e Cristian con condizionale, 1 anno e 4 mesi con condizionale a Luca, 1 anno e 4 mesi senza condizionale e con divieto di dimora a Bolzano a Sabri e Nemo. Tutt* liber* stasera.
AGGIORNAMENTO SUGLI ARRESTI AL BRENNERO
Durante
il corteo di sabato 7 maggio al Brennero sono stati/e arrestati/e 6
compagn* più diversi fermi (rilasciati la sera stessa).
Cri,
Sabrina, Miriam, Nemo, Stefano, Luca e Nemo si trovano ora al carcere
di Bolzano. Stamattina sono terminati gli interrogatori, inizialmente si
pensava volessero fare 6 processi diferrenti per ognuno degli/lle
imputat*, in seguito hanno deciso di farne uno soltanto.
Il
capo di imputazione è resistenza alla quale si aggiunge la misura
cautelare del divieto di dimora in provincia di Bolzano. Le richieste
del PM sono (per resistenza): 2 anni e 6 mesi ai ragazzi, 2 anni e 4
mesi per Sabri e 2 anni e 2 mesi per Miriam, divieto di dimora a Bolzano
. leggono la sentenza alle 17 . Si valutera' se andare in appello o no.
CRI, MIRIAM, STEFANO, SABRINA, LUCA E NEMO LIBERI SUBITO, LI RIVOGLIAMO CON NOI!
segui la diretta del processo, aggiornamenti sulla giornata di lotta e sulla situazione degli/lle arrestat*
8 maggio 2016
27 aprile 2016
SULL'ATTENTI, DI PAURa
da finimondo.org
Sull'attenti, di paura
Allineati di paura ringraziamo
la paura che ci salva dalla follia.
Decisione e coraggio è merce rara
e la vita senza vita è più sicura.
Avventurieri ormai senza avventura
combattiamo, allineati di paura,
ironici fantasmi, alla ricerca
di ciò che fummo, di ciò che non saremo.
Allineati di paura, con voce fioca,
col cuore fra i denti, siamo
i fantasmi di noi stessi.
Gregge che la paura insegue,
viviamo così vicini e così soli
che della vita abbiamo perso il senso.
(Alexandre O'Neill, 1962)
Si dice che nel corso della riunione annuale del famigerato Club
Bilderberger — il gotha mondiale della politica, dell'economia e della
finanza — tenutasi nel maggio 1992 ad Evian, in Francia, l'ex-segretario
di Stato statunitense Henry Kissinger abbia dichiarato a proposito
della grande rivolta che poche settimane prima aveva infiammato Los
Angeles: «Se delle truppe delle Nazioni Unite entrassero a Los Angeles
per restaurare l'ordine, gli americani oggi si sentirebbero oltraggiati
domani ne sarebbero riconoscenti. Ciò avverrebbe soprattutto se li si
informasse che un attacco proveniente dall'aldilà minaccia la loro
esistenza. In tal caso i popoli della terra pregherebbero i propri
leader di liberarli da quei malvagi. Ciò che tutti gli uomini temono è
l'ignoto. Quando verrà presentato loro questo scenario, saranno pronti
ad abbandonare i loro diritti individuali in favore del proprio
benessere, garantito dal loro governo mondiale».
Autentica o apocrifa che sia questa citazione, esprime
perfettamente un caposaldo della ragione di Stato. Per ottenere
obbedienza, nulla è più efficace dell'arma della paura. Il terrore
paralizza i movimenti, ottunde la mente, rende deboli e indifesi.
Ammutolisce la critica e spinge tutti ad invocare aiuto, senza guardare
in faccia i soccorritori e senza metterne in dubbio intenzioni e mezzi.
Questo terrore così funzionale deve quindi essere creato ed alimentato
in permanenza. A differenza dei regimi dittatoriali, che storicamente si
contraddistinguono proprio perché è lo stesso governo ad esercitare il
terrore sui propri cittadini-sudditi, nelle democrazie il panico viene
creato attraverso l'evocazione di una minaccia esterna. Agitandone lo
spauracchio, lo Stato può ritagliarsi e recitare il ruolo di eroe
salvatore — da ripagare con gratitudine, e a cui essere riconoscenti per
la vita.
Ciò spiega il motivo per cui, all'interno della grande
rappresentazione mediatica della paura, il palcoscenico non rimane mai
vuoto. Personaggi terrificanti si susseguono uno dopo l'altro, si
incrociano, si accoppiano, prolificano pure, accalcandosi talvolta nello
stesso momento e nello stesso spazio. Ma il canovaccio resta sempre lo
stesso. Un grave pericolo incombe su tutti noi, onnipresente,
invisibile, pronto a colpirci all'improvviso. Bisogna stare attenti, e
quindi bisogna innanzitutto mettersi sull'attenti. Ogni angolo buio che
attraversiamo potrebbe diventare la scena di un delitto — ben vengano i
controlli che ci difendono da assassini e stupratori. Ogni straniero in
cui ci imbattiamo (soprattutto se povero) potrebbe essere un terrorista —
ben vengano i centri di identificazione, le deportazioni e la chiusura
delle frontiere che ci proteggono dai kamikaze. Persino ogni abbraccio e
ogni bacio che ci scambiamo potrebbe essere fatale — ben vengano le
vaccinazioni di massa (come stanno cercando di fare in quest'ultimo
periodo in Toscana per debellare una meningite che dicono abbia causato
una decina di morti in quindici mesi, compreso chi è morto subito dopo
essersi fatto vaccinare!) per prevenire le malattie.
Per riacquistare pace & serenità basta mettersi nelle mani
degli esperti, dei professionisti, di chi ha le conoscenze e le
competenze in materia. In una parola, nelle mani dello Stato. Quello
Stato da cui siamo sempre più dipendenti e che, sebbene mostri ogni
giorno di più la propria infamia, costituisce il punto di riferimento
costante e ineludibile. Biasimiamo i suoi pretoriani quando torturano e
ammazzano i malcapitati che finiscono nelle loro grinfie, ma poi li
acclamiamo quando temiamo che qualcuno possa disturbare il nostro sonno.
Insultiamo i suoi funzionari quando veniamo a conoscenza delle
quotidiane malefatte che commettono, ma poi li votiamo quando loro
stessi ci convocano alle urne.
Lo Stato prima inocula il veleno che causa la morte sociale, poi
offre l'antidoto che promette uno straccio di sopravvivenza. Pensiamo ad
esempio alla «minaccia» odierna che sarebbe costituita dagli stranieri,
da quelle masse di profughi che premono ai confini europei così come da
quei pochi terroristi che si fanno saltare in aria nelle strade europee
(non sono affatto da equiparare, lo sanno tutti, ma è molto più facile
presentare i primi come infiltrati dai secondi per suscitare una comune
esecrazione). Prima i loro paesi vengono invasi, colonizzati, sfruttati,
affamati, bombardati — e da chi? —, poi quando chi vi abita scappa qui
disperato a portarci la miseria in casa, quando chi vi combatte viene
qui furioso a portarci la guerra in casa... ci stringiamo attorno allo
Stato in attesa di misure razziste e poliziesche che dovrebbero
salvarci.
È quanto accade in tutti gli ambiti, nessuno escluso. Chi ha
costruito armi e centrali nucleari è lo stesso che si invoca in caso di
fuga di radiazioni. Chi ha autorizzato il commercio e l'uso di sostanze
tossiche è lo stesso da cui si pretende la bonifica dei territori che ha
contaminato. Chi ha creato in laboratorio virus letali è lo stesso a
cui ci si affida per debellarli con cure miracolose. Il mondo della
politica, dell'economia, della finanza, della scienza... ha rovinato la
nostra vita, privandola di ogni bellezza e passione, riducendola a un
quotidiano trascinare di catene per elemosinare una briciola e un
sorriso. Ed è a questo stesso mondo composto da tanti carnefici non
lordati di sangue, ben presentabili nei loro doppiopetto e nei loro
camici bianchi, che ci rivolgiamo per avere protezione dai pericoli che
loro stessi hanno provocato.
Nemmeno il flusso continuo di informazioni contrastanti
sull'effettiva natura delle minacce che graverebbero su di noi pare
consigliare una sana diffidenza nei confronti delle dichiarazioni delle
autorità, tanto meno induce a mettere in discussione queste campagne del
terrore che vengono periodicamente scatenate. Al contrario, non fa che
alimentare l'ansia, quell'apprensione o spiacevole tensione provocata
dall'intimo presagio di un pericolo imminente e di origine sconosciuta. E
l'ansia è sempre sproporzionata allo stimolo noto, alla minaccia e al
pericolo che ci sovrastano realmente. E si finisce per ritrovarsi in un
paesello di campagna a scrutarsi continuamente attorno per timore del
«Salah» di turno.
A detta degli stessi esperti, esistono due forme di paura. La cosiddetta «paura primaria» è quella che stimola
e fa reagire l'individuo, che in questo modo riesce a controllare e a
superare la minaccia. La cosiddetta «paura secondaria» invece è quella
che paralizza l'individuo e lo rende inerme, passivo di fronte a
quanto lo turba. Non c'è reazione, c'è solo annichilimento. Ed è
quest'ultima paura ad essere oggi alimentata in tutte le maniere, con
l'evocazione di scenari da incubo e di complicazioni giudicate
insormontabili.
In realtà, il pericolo più terribile che incombe è quello che si riassume nel concetto di fatalità.
L'alta tecnologizzazione dell'esistente, la sua apparente
invincibilità, la sensazione che nulla sia possibile, l'inutilità delle
parole e l'inefficacia delle azioni, l'atomizzazione e le sue
conseguenze, ed infine la potenza assoluta della polizia, del denaro e
dello Stato, costringono la rabbia, il rifiuto e i loro sviluppi critici
a rimanere sul terreno della passività. È questa la minaccia che
dovremmo scongiurare. Perché, o ci arrendiamo alla paura o la
combattiamo. Non possiamo andarle incontro a metà strada.
[12/4/16]
BARRIERA AL BRENNERO: INIZIATI I LAVORI
riceviamo e diffondiamo:
Barriera al Brennero: iniziati i lavori
Martedì 12 aprile sono cominciati i lavori preliminari per la barriera anti-immigrati al Brennero. Da quello che si capisce, si tratta per il momento di aree di sosta per i controlli sull'autostrada e sulla statale a qualche centinaio di metri dal confine con l'Italia. Incaricata dei lavori, l'Anas austriaca. Le notizie riportate da quotidiani e telegiornali nazionali parlano già di costruzione del muro, allo scopo di far precipitare negli animi la logica del fatto compiuto. In realtà sono i primi lavori preliminari: la partita è tutta da giocare.
Senza contare che il punto non è solo (e tanto) erigere delle barriere, ma gestirle. La mobilitazione contro la frontiera del Brennero, di cui la manifestazione del 7 maggio è solo un passaggio, deve avere come scopo proprio quello di rendere ingestibile la situazione.
Assieme alle notizie riguardanti i lavori al Brennero, negli ultimi giorni non sono mancate le prese di posizione da parte delle autorità italiane (a partire da quelle del presidente della Repubblica “contro la politica dei muri”). Siamo di fronte a una sfacciata ipocrisia. Non solo lo Stato italiano non ha avuto nulla da ridire contro il filo spinato eretto al confine ungherese o a Idomeni, ma è parte attiva nell'alleanza fra l'Unione Europea e il regime fascista di Erdogan: sei miliardi di euro in cambio del lavoro sporco di impedire l'ingresso dei profughi, se necessario ammazzandoli.
Nell'Europa concentrazionaria che si sta costruendo, il confine fra Austria e Italia è un anello debole, e questo per varie ragioni. Primo perché porta nel cuore dell'Europa ciò che le democrazie preferiscono costruire o finanziare nelle periferie della Fortezza: muri e filo spinato. Secondo perché a trovarsi in contrasto sono due Paesi capitalisticamente avanzati. La chiusura del Brennero, assieme al blocco della rotta balcanica pianificato e finanziato principalmente dallo Stato tedesco e da quello austriaco e realizzato dagli Stati balcanici e da quello Turco, farebbe d'Italia e Grecia le due vie privilegiate di arrivo e sosta da parte di chi sta fuggendo dalle guerre, soprattutto dalla Siria e dall'Afghanistan. Terzo, ma non per importanza, gli interessi economici in ballo: il transito di merci e il turismo. A nessuno governante interessa la vita degli immigrati in fuga; ciò che crea timori è il collo di bottiglia di tir che potrebbe crearsi al Brennero, dove ogni anno transitano 40 milioni di tonnellate di merci. Per questo le autorità italiane propongono controlli di polizie e militari senza creare intralci a merci e turisti (pensiamo solo ai turisti tedeschi che vanno e vengono dal lago di Garda). Confindustria, Società di autotrasporto, Camere di Commercio e albergatori si dicono assai allarmati. Quelle sul valore simbolico e storico del confine al Brennero sono chiacchiere di circostanza.
Piccola riprova è che mentre il capo dello Stato italiano si dice indignato per le barriere al Brennero, il questore di Bolzano dichiara che nessuna manifestazione di pretesta sarà autorizzata in zona.
Intanto lo Stato austriaco, cominciando i lavori al Brennero in piena campagna elettorale (il 24 aprile si svolgeranno le elezioni presidenziali), rivela apertamente in che direzione si raccolgono oggi i consensi. Contemporaneamente, nel Parlamento austriaco è in discussione – con procedura d'urgenza – un disegno di legge che sospende il cosiddetto diritto di asilo dichiarando lo stato d'emergenza. L'uso dell'esercito e la costruzione di barriere verrebbero giustificati da “una minaccia prevista”: il probabile afflusso di immigrati dopo la chiusura della rotta balcanica. Quei confini che in piena guerra fredda venivano giustificati con il pretesto di una possibile “invasione sovietica”, oggi vengono ricostruiti contro i poveri che fuggono in massa dalle loro terre. Se lo Stato austriaco riuscisse a costruire anche vicino al Brennero campi e container per immigrati come ha fatto al confine con la Slovenia, in quei “centri di accoglienza temporanea” potrebbero essere deportati tutti i richiedenti asilo d'Austria.
Definire tutto ciò un passaggio storico non è certo retorico.
Quello che faremo – o non faremo – nei prossimi mesi segnerà il futuro prossimo di milioni di persone. Rendere impossibili le “soluzioni tecniche” del totalitarismo democratico, collocandosi idealmente e praticamente in un contesto di lotta internazionale, è giusto, doveroso, possibile.
Sabato 7 maggio, tutte e tutti al Brennero!
“Se tutto ciò è possibile, se anche solo ha un'ombra di possibilità, allora bisogna pure che qualcosa si faccia nel mondo.
Il primo che capita, chiunque abbia avuto questi pensieri inquietanti, deve cominciare a fare qualcosa di ciò che fu tralasciato; anche se è uno qualsiasi, se non è per nulla il più adatto: altri non ce ne sono”.
Barriera al Brennero: iniziati i lavori
Martedì 12 aprile sono cominciati i lavori preliminari per la barriera anti-immigrati al Brennero. Da quello che si capisce, si tratta per il momento di aree di sosta per i controlli sull'autostrada e sulla statale a qualche centinaio di metri dal confine con l'Italia. Incaricata dei lavori, l'Anas austriaca. Le notizie riportate da quotidiani e telegiornali nazionali parlano già di costruzione del muro, allo scopo di far precipitare negli animi la logica del fatto compiuto. In realtà sono i primi lavori preliminari: la partita è tutta da giocare.
Senza contare che il punto non è solo (e tanto) erigere delle barriere, ma gestirle. La mobilitazione contro la frontiera del Brennero, di cui la manifestazione del 7 maggio è solo un passaggio, deve avere come scopo proprio quello di rendere ingestibile la situazione.
Assieme alle notizie riguardanti i lavori al Brennero, negli ultimi giorni non sono mancate le prese di posizione da parte delle autorità italiane (a partire da quelle del presidente della Repubblica “contro la politica dei muri”). Siamo di fronte a una sfacciata ipocrisia. Non solo lo Stato italiano non ha avuto nulla da ridire contro il filo spinato eretto al confine ungherese o a Idomeni, ma è parte attiva nell'alleanza fra l'Unione Europea e il regime fascista di Erdogan: sei miliardi di euro in cambio del lavoro sporco di impedire l'ingresso dei profughi, se necessario ammazzandoli.
Nell'Europa concentrazionaria che si sta costruendo, il confine fra Austria e Italia è un anello debole, e questo per varie ragioni. Primo perché porta nel cuore dell'Europa ciò che le democrazie preferiscono costruire o finanziare nelle periferie della Fortezza: muri e filo spinato. Secondo perché a trovarsi in contrasto sono due Paesi capitalisticamente avanzati. La chiusura del Brennero, assieme al blocco della rotta balcanica pianificato e finanziato principalmente dallo Stato tedesco e da quello austriaco e realizzato dagli Stati balcanici e da quello Turco, farebbe d'Italia e Grecia le due vie privilegiate di arrivo e sosta da parte di chi sta fuggendo dalle guerre, soprattutto dalla Siria e dall'Afghanistan. Terzo, ma non per importanza, gli interessi economici in ballo: il transito di merci e il turismo. A nessuno governante interessa la vita degli immigrati in fuga; ciò che crea timori è il collo di bottiglia di tir che potrebbe crearsi al Brennero, dove ogni anno transitano 40 milioni di tonnellate di merci. Per questo le autorità italiane propongono controlli di polizie e militari senza creare intralci a merci e turisti (pensiamo solo ai turisti tedeschi che vanno e vengono dal lago di Garda). Confindustria, Società di autotrasporto, Camere di Commercio e albergatori si dicono assai allarmati. Quelle sul valore simbolico e storico del confine al Brennero sono chiacchiere di circostanza.
Piccola riprova è che mentre il capo dello Stato italiano si dice indignato per le barriere al Brennero, il questore di Bolzano dichiara che nessuna manifestazione di pretesta sarà autorizzata in zona.
Intanto lo Stato austriaco, cominciando i lavori al Brennero in piena campagna elettorale (il 24 aprile si svolgeranno le elezioni presidenziali), rivela apertamente in che direzione si raccolgono oggi i consensi. Contemporaneamente, nel Parlamento austriaco è in discussione – con procedura d'urgenza – un disegno di legge che sospende il cosiddetto diritto di asilo dichiarando lo stato d'emergenza. L'uso dell'esercito e la costruzione di barriere verrebbero giustificati da “una minaccia prevista”: il probabile afflusso di immigrati dopo la chiusura della rotta balcanica. Quei confini che in piena guerra fredda venivano giustificati con il pretesto di una possibile “invasione sovietica”, oggi vengono ricostruiti contro i poveri che fuggono in massa dalle loro terre. Se lo Stato austriaco riuscisse a costruire anche vicino al Brennero campi e container per immigrati come ha fatto al confine con la Slovenia, in quei “centri di accoglienza temporanea” potrebbero essere deportati tutti i richiedenti asilo d'Austria.
Definire tutto ciò un passaggio storico non è certo retorico.
Quello che faremo – o non faremo – nei prossimi mesi segnerà il futuro prossimo di milioni di persone. Rendere impossibili le “soluzioni tecniche” del totalitarismo democratico, collocandosi idealmente e praticamente in un contesto di lotta internazionale, è giusto, doveroso, possibile.
Sabato 7 maggio, tutte e tutti al Brennero!
“Se tutto ciò è possibile, se anche solo ha un'ombra di possibilità, allora bisogna pure che qualcosa si faccia nel mondo.
Il primo che capita, chiunque abbia avuto questi pensieri inquietanti, deve cominciare a fare qualcosa di ciò che fu tralasciato; anche se è uno qualsiasi, se non è per nulla il più adatto: altri non ce ne sono”.
Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge
BLACK SHUCK: NUOVO BLOG PER LA LIBERAZIONE ANIMALE, UMANA E DELLA TERRA
riceviamo e diffondiamo:
È nat* BlackShuck!
BlackShuck è un gruppo di affinità anarchico e antispecista, che ha origine dall'esigenza di tracciare intersezioni tra le lotte contro ogni dominio e pratica la militanza per la liberazione animale, umana e della terra. BlackShuck è una cagna assetata del sangue di tutti i padroni. BlackShuck infesta le strade delle città, i sentieri nei boschi e la rete all'indirizzo https://blackshuck.noblogs.org/.
Come primo articolo vogliamo diffondere alcune riflessioni su referendum e disastri ambientali: https://blackshuck.noblogs.org/alle-urne-funerarie/.
Per contattarci e contribuire con critiche, idee e azioni, puoi scriverci all'indirizzo blackshuck@krutt.org.
È nat* BlackShuck!
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RICHIESTI 9 ANNI PER PANDINO E GABRIELE ACCUSATI DI SEQUESTRO E RAPINA PER I FATTI DEL 3 LUGLIO 2011 IN VAL SUSA
riceviamo e diffondiamo:
Ieri, 18 aprile, si è svolta la seconda udienza del processo per Pandino e Gabriele due ragazzi accusati di aver sequestrato e rapinato un carabiniere nei boschi della maddalena il 3 luglio 2011.
L’accusa ha chiesto 9 anni per ciascuno dei due, la difesa ha fatto l’arringa e il 10 maggio di sarà la sentenza.
L’udienza è stata ancora una volta un teatrino e l’avvocato ci ha raccontato il clima surreale che si respirava in aula, per un processo che esce dal piano giuridico nel tentativo per l'ennesima volta di dividerci, di isolarci.
Fuori dal tribunale un presidio di solidali ha fatto sentire la sua presenza, anche con una rappresentazione teatrale che ha ripercorso in modo coinvolgente, commovente e anche ironico, i fatti e le emozioni di quelle giornate di 5 anni fa in cui migliaia di persone di ogni genere ed età hanno scelto di rompere la routine quotidiana e di mettersi in gioco per difendere un pezzo del proprio territorio.
Ribadiamo ancora una volta che tutto ciò che è accaduto in quella magnifica giornata di luglio è patrimonio di un movimento che lotta e resiste ancora oggi e nessun tribunale riuscirà a riscrivere questa storia!
Invitiamo tutti quanti a esprimere la solidarietà nei propri territori come meglio credono in vista della sentenza, il 10 maggio 2016.
Compagne e compagni delle valli
Ieri, 18 aprile, si è svolta la seconda udienza del processo per Pandino e Gabriele due ragazzi accusati di aver sequestrato e rapinato un carabiniere nei boschi della maddalena il 3 luglio 2011.
L’accusa ha chiesto 9 anni per ciascuno dei due, la difesa ha fatto l’arringa e il 10 maggio di sarà la sentenza.
L’udienza è stata ancora una volta un teatrino e l’avvocato ci ha raccontato il clima surreale che si respirava in aula, per un processo che esce dal piano giuridico nel tentativo per l'ennesima volta di dividerci, di isolarci.
Fuori dal tribunale un presidio di solidali ha fatto sentire la sua presenza, anche con una rappresentazione teatrale che ha ripercorso in modo coinvolgente, commovente e anche ironico, i fatti e le emozioni di quelle giornate di 5 anni fa in cui migliaia di persone di ogni genere ed età hanno scelto di rompere la routine quotidiana e di mettersi in gioco per difendere un pezzo del proprio territorio.
Ribadiamo ancora una volta che tutto ciò che è accaduto in quella magnifica giornata di luglio è patrimonio di un movimento che lotta e resiste ancora oggi e nessun tribunale riuscirà a riscrivere questa storia!
Invitiamo tutti quanti a esprimere la solidarietà nei propri territori come meglio credono in vista della sentenza, il 10 maggio 2016.
Compagne e compagni delle valli
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