11 giugno 2015

SVIZZERA - INTERVISTA SULL'ATTACCO ALLA CENTRALE DI POLIZIA DI BERNA

FONTE

Riceviamo e diffondiamo la traduzione - realizzata da Marco Camenisch - di un'intervista pubblicata su Megafon lo scorso maggio, in merito all'attacco contro gangli della repressione nell'area di Berna nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2015.

Introduciamo l'intervista con il testo rivendicativo pubblicato su indymedia svizzera:


CH, Berna: un gruppo di incapucciatx attacca posto di polizia

[Berna] Comunicato sugli attacchi alle forze di Stato
Nella notte di sabato abbiamo attaccato la caserma degli sbirri presso Waisenhausplatz, la prigione regionale Amthaus Bern e le auto della polizia lì parcheggiate. Con la vernice, spray e vetri rotti abbiamo espresso la nostra rabbia contro questo sistema malato.
-Causa pregiudizi razzisti, le marionette delle forze di Stato ogni giorno arrestano e umiliano la Gente di Colore.
-Sempre di nuovo, nelle galere delle persone muoiono in circostanze “non chiare”. Come mercoledì scorso nella prigione regionale di Berna.
Queste sono due delle mille ragioni per organizzarci ed attaccare queste strutture del dominio.
Non finiremo di lottare finché queste condizioni patologiche non saranno superate e tuttx potranno vivere insieme liberx da ogni gerarchia. La libertà non si può comprare, come non si possono impedire le lotte.

Resistenza ad ogni struttura del potere!

No justice No peace Fight the Police





Segue l’intervista pubblicata da Megafon maggio 2015, giornale del centro sociale Reitschule, Berna:

“Punzecchiamo!”

Nella notte 20/21 febbraio, circa due dozzine d’incappucciatx hanno attaccato la caserma di polizia Waisenhausplatz. Ci furono dei danni ed un poliziotto leggermente ferito. Seguirono delle reazioni violente dei media, della città e dei vertici della polizia. Il quotidiano Berner Zeitung perorò l’applicazione del paragrafo sul terrorismo contro lx responsabili. Per questo fatto a fine marzo furono perquisite due case occupate.
Due delle persone che parteciparono all’attacco si sono dichiarate disponibili per un’intervista con il megafon. All’inizio del discorso ci tenevano molto a chiarire che parlavano come individui e giammai da portavoce del gruppo.

Megafon
: la nostra prima domanda: cosa volevate ottenere con la vostra azione?


Giò (nome cambiato)
: l’azione voleva dimostrare che è possibile procedere contro questo baluardo del potere con i mezzi più semplici. L’azione doveva anche stimolare la riflessione. E c’è riuscita.

M.: accettate coscientemente il ferimento di persone? O altrimenti detto: i danni alle persone è obiettivo dichiarato o un effetto collaterale imprevisto dell’azione?

G.: la nostra azione era pensata per fare dei danni ad alcuni palazzi delle autorità. L’immagine della plebaglia assetata di sangue che vuole uccidere dex poliziottx è un’invenzione dei media.

Rudi (nome cambiato)
: quando lo Stato illegalizza ed imprigiona le persone, toglie loro ogni autodeterminazione e non di rado le spinge al suicidio, per gli stessi media che aizzano contro di noi è solo un “fatto tragico” e nulla più.

M.: ci furono dei danni alle volanti parcheggiate, dei vetri spaccati. Se il vostro obiettivo è il maggior danno possibile e giacché siete in tantx, perché non capovolgere la carretta o addirittura bruciarla?


R.: non si tratta tanto dell’esatto ammontare dei danni, bensì del segnale. Il luogo è un simbolo importante. Infliggiamo delle punzecchiature. Naturalmente non possiamo fermare l’intero traffico di polizia oppure fare tutto a pezzi.

G.: se avessimo dato fuoco alla carretta ci sarebbe stato un importante pericolo per terzi. Se la carretta salta in aria e ferisce i pompieri in azione, non sarebbe affatto il risultato che vogliamo.

M.: interessante – ma allora dove tracciare la linea rossa su quale pericolo accettate per chi? Ai pompieri nulla, ax poliziottx invece sì?


R.: un momento: era un attacco al palazzo principale dell’istituzione di polizia della città di Berna. Contro la polizia come rappresentante del sistema, dello Stato. Poiché protegge il sistema, ed esercita direttamente e fisicamente la violenza del sistema! Quando uno dei poliziotti fu ferito ci siamo solo difesi dalla minaccia di un arresto.

G.: con il suo “sì” per la polizia, il poliziotto ha deciso da quale parte stare. Perciò si può tranquillamente attaccarlo, è OK. Assume volontariamente la funzione di polizia, dunque rappresenta questo sistema di dominio. Avrebbe potuto scegliere anche un altro lavoro, come gran parte della gente.

M.: allora attaccheresti unx poliziottx anche nel suo tempo libero, quando non è in servizio?

G.: se incontro unx poliziottx in privato, con sua figlia per mano, non lx attaccherei mai… ma appena porta un’arma e la divisa è chiaramente nella posizione di difensore dello Stato.

R.: e poi, in questo caso la polizia veniva per attaccarci. Anche noi non siamo la facciata di un palazzo… siamo persone che non amano farsi agguantare e subire violenza. La polizia si deve chiedere come mai considera normale la propria violenza, per poi chiamarci terroristi solo perché abbiamo colorato la facciata di uno stabile.

G.: l’azione non era mai pensata per attaccare concretamente delle persone, bensì si trattava del palazzo.

R.: fino a dieci anni fa non ci sarebbe stato un tale tam tam mediatico per un fatto simile.

G.: ridicolo – lanci di bottiglie contro un palazzo o la polizia blindata sono un atto terroristico inammissibile? E la violenza che quotidianamente ammazza le persone alle frontiere, la violenza che ogni giorno fa morire 100.000 e passa persone di fame, non è che un fatto fatale?

M.: nel vostro comunicato poco dopo l’azione vi siete riferiti alla morte di un 24enne nel Amtshaus. Ma fate qualcosa per migliori condizioni di detenzione, organizzate chi è in prigione o buttate solo bottiglie con la vernice?

R.
: non lotto davvero volentieri per delle migliori condizioni di detenzione, poiché il problema è il sistema carcerario. Pochx si accingono a giudicare altrx ed a buttarlx in galera - un enorme atto di violenza! Anche se è sicuro che non abbiamo conosciuto questa persona in particolare, la sua morte ci dimostra che le condizioni di detenzione nel carcere regionale di Berna sono davvero infami -rinchiusx per 23 ore, solo un’ora all’aria aperta- le galere dell’orrore non le dobbiamo cercare all’estero! Le persone sono private d’ogni misura d’autodeterminazione.

G.: inoltre, negli ultimi tempi nelle galere svizzere ci sono stati un sacco di morti. Le persone non ce la fanno più là dentro. E poi la gravità del delitto del 24enne: era dentro per reati contro il patrimonio! Anche per questo quella notte abbiamo attaccato la galera. Ma l’azione sarebbe avvenuta anche senza quella morte. Vogliamo superare l’intero sistema. Ecco perché facciamo queste azioni. Ammesso e concesso: certamente è anche la nostra impotenza a farci agire in tal modo, poiché i cambiamenti che desideriamo sono semplicemente ancora molto lontani a venire.

R.: le riforme in queste istituzioni violente non servono a nulla! E’ certamente positivo se ci sono dei miglioramenti nelle condizioni di detenzione, ma alla fin fine dev’essere distrutto l’intero costrutto.

M.: pensate davvero che con queste azioni si possano cambiare le condizioni in positivo?

R.: sì, con tali azioni si crea una certa propagazione…

M.: …ma i media reagirono in modo distruttivo a quest’attacco!

R.: ma non si tratta solo di quel che riportano i media, bensì della percezione generale dell’azione. Si deve considerare che, tuttavia, esistono anche delle persone che hanno scelto questo cammino per esprimere il proprio rifiuto.

G.: attacchiamo simbolicamente il sistema. E realisticamente non contiamo su delle notizie positive dei media. Inoltre ce ne freghiamo proprio. Forse, se la prossima volta attacchiamo l’ufficio delle tasse, otteniamo risposte più positive (sogghigna)… la gente in galera ci ha sentito, ha fatto casino, la nostra azione è piaciuta.

M.: “Causa pregiudizi razzisti, le marionette delle forze di Stato ogni giorno arrestano e umiliano Gente di Colore.”, dice il comunicato. Non sarebbe meglio attaccare le istituzioni e non le marionette?

G.: abbiamo attaccato le istituzioni, la caserma di polizia. Chiaro, è primariamente la forza esecutiva. E certamente anche la prigione lo è. La prossima volta possiamo attaccare ben volentieri anche il palazzo del governo federale svizzero (ride). Lx poliziottx sono coloro che son sul posto, che esercitano direttamente la violenza. Ecco perché anche loro sono degli obiettivi legittimi. Se le marionette vengono per fermarci, noi le cacciamo se riusciamo.

M.: come reagire all’eventuale repressione? Siete preparatx?

R.: (forte, con mezza risata) me ne frego!

G.: si deve sempre essere preparatx alla repressione. Finora abbiamo trovato il giusto rapporto con le autorità: niente cooperazione, in assoluto. E se capita che mi arrestano, allora fa parte del rischio dell’impegno.

M.: come mai iniziate e finite tali azioni alla Reitschule?

G.: non è vero che queste azioni avvengono sempre partendo dalla Reitschule. Se pianifichiamo queste cose vediamo sempre di agire partendo da un luogo dove meglio poter poi sparire. Per questo la Reitschule è certamente migliore di altri luoghi. E penso che la Reitschule fu una conquista! Dove si trattava da sempre di un rifiuto radicale delle strutture dominanti! E se la Reitschule non è più un luogo di lotta, allora non ha più alcun senso.

R.: inoltre: se si tratta di attacchi alla polizia ci si deve rendere conto dei posti dove negli ultimi mesi c’erano questi attacchi, cioè in molti altri luoghi… dove per nulla si può accollare la responsabilità alla Reitschule. E per quanto ne sappiamo, in tali attacchi non ci furono mai dex poliziottx feritx, e la polizia non accorreva mai, oppure non se ne rendeva conto.

M.: ma non avete anche altre forme per esprimervi politicamente oppure buttate solo sacchetti con la vernice?

R.: la lotta si svolge sempre su diversi livelli. Le azioni militanti come questa non escludono affatto altre azioni. Facciamo affidamento sul fatto che, per esprimere la propria critica, molta gente opera con i più svariati tipi d’azione. La nostra era una tra questi.

G.: il parlamentarismo non lo consideriamo una strada legittima poiché, partecipando ai lavori parlamentari, si riconoscono di fatto le regole imposte dallo Stato.

M.: cosa pensate della resistenza nonviolenta? Di Martin Luther King? Mahatma Gandhi?

R.: l’uso della violenza dipende dalla situazione ed è una decisione individuale. Ma la resistenza nonviolenta non mi disturba affatto.

G.: purtroppo questa raggiunge subito, ma proprio subito, i suoi limiti poiché, quando la resistenza pacifica inizia a mettere in questione il sistema, l’apparato statale colpisce con tutta la sua durezza. Ed allora, la resistenza non può rimanere pacifica, pena l’essere smantellata del tutto.

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