26 ottobre 2015

PISA: RESOCONTO INIZIATIVA PER LA SETTIMANA CONTRO LE BIOTECH

da informa-azione.info
riceviamo e diffondiamo:

In supporto alla settimana di mobilitazione contro le biotecnologie e la ricerca scientifica lanciata dal 12 a 18 Ottobre e in solidarietà con Billy, Costa, Silvia, Marco Camenish, Alfredo, Nicola, Marius Mason (e tutti gli altri che sono da aggiungere), si è svolto a Pisa un presidio con volantinaggio.
La contemporanea presenza del presidente dell'Assobiotech Leonardo Vingiani che si sarebbe dovuta svolgere nei locali del CNR è stata rimandata a Gennaio, non sappiamo per quale motivo.

Seguono i volantini distribuiti:

NO agli O.G.M. -  NO alle BIOTECNOLOGIE

Oggi Leonardo Vingiani, direttore dell`Assobiotech, sarebbe dovuto venire qui a Pisa per promuovere un maggior impiego delle manipolazioni genetiche nell'economia.  Secondo i loro sostenitori queste tecnologie consentiranno di risolvere il problema della fame nel mondo se applicate all'agricoltura o magari di garantire a tutti un'ottima salute applicate nel campo della medicina. Come si è visto nel corso degli anni questi sostenitori sono un po` pochi: scienziati che le sviluppano e industriali che li pagano.
Dietro alla loro propaganda infatti c'è solo l'ennesimo imbroglio nei confronti di tutti e il supremo scopo di questa gente: il profitto.
Ormai è risaputo, le conseguenze della diffusione nell'ambiente degli O.G.M. (organismi geneticamente modificati) sono disastrose e imprevedibili. Nemmeno i professoroni che torturano animali nel chiuso dei loro laboratori possono prevedere che effetti sulla salute avranno tra dieci o vent'anni cibi ricavati da piante O.G.M. . Invece gli effetti sulla società si sono già verificati: ovunque queste nuove varietà sono state adottate i contadini hanno perso il controllo sulle loro attività diventando degli ingranaggi schiavi delle multinazionali. Non c'è da meravigliarsi se in India, in Brasile, in tutto il sud del mondo l'opposizione è stata fortissima. Anche in Europa le mobilitazioni e una sana sfiducia nelle promesse degli aspiranti stregoni hanno rallentato questo enorme esperimento in cui le cavie sono intere popolazioni.
Ma per noi molto più semplicemente l'opposizione alle manipolazioni genetiche si basa sul fatto che esse sono un attacco alla libertà e alla dignità di ogni essere vivente perchè tendono a trasformarci tutti in prodotti dell'industria. Sono un'insopportabile arroganza contro milioni di anni di evoluzione delle specie che non hanno mai avuto bisogno di nascere in un laboratorio per essere adatte alla  vita. Gli ecosistemi hanno sempre funzionato in modo equilibrato e meraviglioso  e se adesso il pianeta è ridotto ad una discarica è proprio grazie agli sforzi di qualche scienziato e alla sete di profitto di pochi industriali.
Hanno promesso mari e monti ma l'aria inquinata, l'acqua inquinata, la terra inquinata ce le dobbiamo sorbire tutti e molte delle malattie che pretendono di curare sono il risultato di questa società che produce veleni a tonnellate.
Leonardo Vingiani, e quelli come lui, possono stare certi: di fronte ad ogni nuova trovata delle loro troveranno sempre la critica e la resistenza.

Garage Anarchico.





Lo studio  e l'applicazione delle scienze convergenti (ingegneria genetica, scienze dell'informazione, robotica, biotecnologie, scienze cognitive, nanotecnologie) rappresentano i più temibili attacchi che il progresso tecnologico porta alla natura e a tutti gli esseri viventi.

La loro presenza viene imposta dai mercati, dai laboratori, dalle istituzioni e più in generale da tutti coloro che concepiscono il pianeta come qualcosa da sfruttare, migliorare, governare.
E' il sistema capitalista tecno-industriale e i suoi ingranaggi progressisti che spacciano le nuove esigenze tecnologiche come essenziali e inevitabili per la specie umana; essenziali perchè la convergenza delle scienze garantisce a chi detiene il potere un controllo molto più pregnante ed invasivo  della vita e delle risorse di questo pianeta; inevitabile nella misura in cui l'essere umano viene concepito come un essere superiore, più capace, più competitivo rispetto a tutti i fenomeni viventi e non della natura; questa è la visione antropocentrica della natura, largamente accettata dalle popolazioni civilizzate a causa del fatto che queste persone devono in qualche modo giustificare gli scempi, le guerre, i saccheggi e i massacri che servono per far funzionare la macchina capitalista di cui fanno parte, accettando tutta una serie di compromessi in cambio di qualche vergognoso benessere.

Quelli che vengono considerati i vantaggi del progresso tecno-scientifico trovano terreno fertile tra le persone attraverso argomenti quali la medicina (per far dipendere la nostra salute malata da essa e per renderci adattabili alle nocività che lo stesso sistema produce), l'introduzione di sempre più giocattoli tecnologici, informatici o altro (per renderci sempre più automi incapaci di comunicare all'infuori dei canali che il sistema ci impone come per esempio internet, la tv, gli apparecchi telefonici ecc), la produzione di sistemi per l'energia pulita (che pulita non è affatto viste le varie nocività che compongono e che comportano questi sistemi che inoltre e soprattutto aggiungono linfa vitale al sistema tecno-industriale), nella ricerca scientifica (moralista, serva delle multinazionali, causa di guerre ed epidemie, brutale torturatrice e assassina di milioni e milioni di animali ogni anno nei laboratori) e si potrebbe continuare ancora, perchè la rete che ci intrappola in questo mondo di sfruttatori (a dir poco) è sempre più intricata.

Bisogna comprendere che ciò che ci viene offerto come un futuro perfetto e intelligente innanzitutto non ci viene offerto ma ci viene imposto, poi, sia nel passato che ancora di più nel presente (attraverso la tecnologia) sta causando la morte di ogni ecosistema su questo pianeta e sta tentando di sopperire alla distruzione delle foreste, all'inquinamento dell'aria, al suolo e alle acque contaminate, con le possibilità che proprio la convergenza delle varie scienze e la tecnologia mettono a disposizione, che in questo modo passano come salvatrici del pianeta che esse stesse in realtà hanno seviziato; infine sul fatto che il futuro sarà perfetto e intelligente occorre dire che non è altro che una menzogna, non un inganno, ma una manifestazione molto concreta della sadicità dei padroni del mondo; tecnologia e scienza non garantiscono altro che un futuro di morte: gli effetti degli OGM, la diffusione delle nanoparticelle (basti pensare in campo bellico), delle radiazioni elettromagnetiche e nucleari, dell'ingegneria genetica attraverso  la medicina ecc ecc non sono un bel presagio per il futuro della vita su questo pianeta, anzi già da ora ne rappresentano la sottomissione e l'annichilimento.

E' estremamente importante non considerare l'invasione delle biotecnologie, delle nanotecnologie e delle altre scienze convergenti come un qualcosa di irreversibile come vorrebbe far passare la propaganda delle multinazionali e degli stati, ma al contrario esistono ancora degli spazi in cui la critica ma soprattutto l'azione possono ricordare ai signori tecnocrati che non avranno terra dove spargere i loro semi e i loro veleni.

IN STRADA PER CONTRASTARLI!

riceviamo e diffondiamo:

IN STRADA PER CONTRASTARLI!

L'8 novembre Salvini e il suo seguito di xenofobi e neofascisti intendono marciare su Bologna, facciamo il possibile per fermarli.
Non intendiamo rassegnarci a un mondo in cui chi fugge da guerra e miseria incontra filo spinato e militari sui confini e razzismo e polizia nelle nostre città. Quali siano i tragici frutti della propaganda del rancore verso l'altro lo abbiamo visto quest'estate, con i pogrom fomentati da Forza Nuova a Treviso, le proteste razziste a Roma capeggiate da CasaPound e l'incendio, a Piacenza, di una palazzina destinata ad ospitare profughi, davanti alla quale pochi giorni prima Salvini si era fatto fotografare.

Questi fascisti vorrebbero farci credere che se facciamo sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese la colpa non sia di chi ci sfrutta, ma di chi sta peggio di noi. Non cadremo nel tranello di chi ci vuole divisi, italiani e stranieri, sappiamo bene chi sono i nostri nemici: i ricchi, le loro banche e gli sbirri che li difendono.

Per il 6-7-8 novembre Lega e CasaPound hanno chiamato una 3 giorni nazionale che si chiuderà a Bologna. Non si tratta dunque di una questione esclusivamente locale: l'opposizione non riguarda solo Bologna, la Lega e i neofascisti in quei giorni andranno contrastati attivamente su tutti i territori.
Se a Bologna CasaPound, Lega Nord e Forza Nuova non hanno più delle sedi lo si deve all'azione diretta (Porta Castiglione, San Donato, Pratello, via Malvolta), agli scontri (via Riva Reno), alle mobilitazioni di massa (via Guerrazzi). Non esiste un solo modo per sbarrare il passo a questo nuovo blocco reazionario, esiste però un solo modo di pensare lo scontro, che sia radicale, senza mediazioni né deleghe ed è per questo che non dobbiamo aspettarci concessioni né indulgenze da chi difende i fascisti. Pippo, Andre e Tommi sono a tutt'oggi agli arresti domiciliari, accusati di aver dato fuoco a una sede fascista in provincia di Parma ed è anche in loro solidarietà che vivremo quelle giornate.

Se una cosa ci è chiara per l’8 novembre è che la Lega e il suo seguito non saranno i benvenuti in questa città né altrove. Hanno già guadagnato fin troppo terreno, a Bologna ricacciamoli indietro!

Anarchiche/anarchici

TURCHIA: PERQUISIZIONI E ARRESTI NELLO SPAZIO ANARCHICO INFIAL COLLECTIVE DI ISTANBUL


Fonte: sosyalsavas.org

Sabato 17 ottobre uno squadrone di poliziotti armati ha fatto irruzione nello spazio anarchico infiAl Collective di Istanbul, centro di documentazione e luogo di iniziative.

Una primo tentativo di raid, nei giorni precedenti, era stato respinto nonostante i veicoli blindati e l'armamento degli agenti.

Tre persone del collettivo infiAl sono state arrestate, mentre manifesti e altro materiale è stato sequestrato come elemento di insulto e minaccia verso il presidente Erdogan e altri parlamentari.

La polizia si è probabilmente mobilitata in seguito a un articolo pubblicato due settimane prima dal giornale fascista islamico Vahdet intitolato “Gli anarchici si preparano alla guerra civile”, che faceva riferimento ai corsi di autodifesa organizzati nel loro spazio dal collettivo anarchico infiAl descrivendoli come corsi di addestramento alle armi condotti da un'organizzazione terrorista armata. Nel mandato di perquisizione infatti la motivazione addotta dalle autorità era: “corsi di addestramento legati al PKK e ad altre organizzazioni clandestine”.

Le accuse di appartenenza al PKK sono già cadute, ma è ancora in corso di valutazione l'accusa di appartenenza a gruppo armato terrorista, e di insulto e minaccia contro il presidente Erdogan.

Le tre persone arrestate sono state rilasciate ma dovranno comparire in settimana davanti al giudice.

Lo spazio anarchico è stato chiuso e sigillato dalla polizia.


da informa-azione.info

INDIRIZZI COMPAGN* ARRESTAT* PER IL CORTEO DI CREMONA

riceviamo e diffondiamo:
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà agli arrestati, a chi è uccel di bosco e ai denunciati dell’ennesima ondata repressiva riguardante i fatti del 24 gennaio a Cremona

Un saluto caloroso sotto il carcere non ha fatto mancare la solidarietà.

Lo abbiamo detto, è stato urlato, è scritto sui muri:

Chi devasta e saccheggia le vite è l’esistente in tutte le sue forme.

Libertà per gli antifascisti colpiti dalla repressione!

Vogliamo Pippo, Gianmarco e Kuljit liberi subito!

Tutte/i libere/i! 



Per scrivere:

Filippo Esposti Via Palosca 2, 26100 Cremona

Kuljit Tawari Via Palosca 2, 26100 Cremona

Per Gianmarco non abbiamo ancora fonti certe dove sia rinchiuso. Vi terremo aggiornati

SUL MOMENTO

riceviamo e diffondiamo:

Sul momento

“Considerato altresì che la prevenuta persona pericolosa per la sicurezza pubblica si trova fuori dal comune di residenza e a Venezia non svolge alcuna attività lavorativa, nè ha beni o leciti interessi o altro valido motivo che giustifichi la sua presenza”

E’ questa la formula rituale con la quale le Questure, in assenza di condanne definitive e persino di una chiusura delle indagini, allontanano dal territorio di propria competenza le persone sgradite.
Nel linguaggio poliziesco si chiama “foglio di via”.
Sono sette i fogli di via emessi dal Questore di Venezia nei mesi scorsi, ai danni di compagni e compagne che hanno manifestato in vari modi la propria solidarietà ai detenuti di Santa Maria Maggiore, impegnati in una lotta contro le pessime condizioni detentive e gli abusi dell’amministrazione penitenziaria.
Momenti di lotta importantissimi, durante i quali si sono intessuti legami e complicità inaspettate, durante i quali l’isolamento e la solitudine, fondamenta del sistema carcere, sono sembrati vecchi ricordi di cui ridere.
Momenti che hanno inceppato, anche se sempre per troppo poco, il dispositivo carcere, mostrandolo per la sadica fabbrica di torture e rassegnazione che è sempre stato.

Ovunque il Capitale disegna le proprie geografie, visibili e invisibili. Videosorveglianza, retate, gentrificazione, galere e Cie tracciano le rotte dei flussi mercantili, costantemente presidiati dalla polizia affinchè nulla turbi il loro scorrere. Dove la vita si manifesta nella sua più intima ingovernabilità la polizia erige confini, barriere valicabili solo da chi si ritiene utile, da chi si è identificato.
“Ogni sbirro è una frontiera”, più che uno slogan, sembra essere l’odiosa quotidianità di un numero sempre maggiore di persone, lì dove chi si è diventa la discriminante tra il poter camminare liberamente per strada e l’essere denunciato, incarcerato o deportato in un centro per averlo fatto.
Rendere illegale la permanenza nello spazio pubblico significa rivendicarne il totale governo, ambire alla completa gestione della vita che lo attraversa. Una posta in palio che va oltre l’incostituzionalità di un foglio di via o la rivendicazione di un diritto alla cittadinanza.

Parallelamente al Capitale, chi si organizza per attaccarlo, o semplicemente per sopravvivergli, trova anch’esso le proprie geografie. Case occupate, strade discrete, vicini solidali, rifugi estemporanei e complicità sovversive.
Erigere un confine significa tagliare queste rotte, frapporsi tra l’individuo e il suo mondo ponendone delle condizioni di accesso.
Se sei produttivo e lavori sotto salario, se hai una residenza rintracciabile, se la liceità dei tuoi interessi è comprovata ti è concesso rimanere, fino a nuovo ordine.
La legalità dell’abitare è sottomessa al suo essere economia, nell’accezione più ampia del termine.
In una città dove ci sono più alberghi che case rivendichiamo il nostro abitare illegalmente, la possibilità di vivere ovunque si trovino dei validi motivi per farlo.
Rivendichiamo l’improduttività economica delle nostre vite, tutti i nostri illeciti interessi, la criminalità dei nostri affetti, la pericolosità di pensare di poter fare a meno di prigioni e carcerieri.
Il foglio di via non è altro che un confine, l’ennesimo e più labile di altri, tra una presenza non giustificata e un mondo sempre più assente da sè stesso, popolato di estranei.
Il momento attuale ce lo insegna chiaramente: ogni qual volta si incontra un confine si può trovare la forza necessaria per abbatterlo, svelandolo in tutta la sua fragilità di carta e cemento.

Non ne rimarrà che il fragore del suo schianto.

DENUNCE E MISURE CAUTELARI PER I FATTI DI FIRENZE! SOLIDARIETA' AGLI/LLE ANTIFASCIST*

Riceviamo e pubblichiamo:
SOLIDARIETÀ AGLI ANTIFASCISTI FUORI I FASCISTI DA FIRENZE!

Ieri, in relazione ai fatti delle Piagge di un anno fa, la digos ha notificato a 11 antifascisti fiorentini altrettante denunce e 3 misure cautelari contestando i reati di resistenza pluriaggravata, lesioni, adunata sediziosa, danneggiamento e porto d’arma: un obbligo di dimora, due obblighi di firma e otto compagn* denunciati a piede libero a fronte di una richiesta del PM di addirittura 3 arresti in carcere e 7 ai domiciliari. Il compagno per cui non erano state chieste misure cautelari invece è stato denunciato per manifestazione non autorizzata in quanto “organizzatore” del presidio e che, come tale, avrebbe dovuto impedire a tutti gli altri di partire in corteo!

I fatti. Era il 6 dicembre dell’anno scorso.I fascisti di Forza Nuova avevano convocato un presidio “contro il degrado” nella periferia delle Piagge con l’intento di cavalcare i recenti fatti di Tor Sapienza.

Il loro presidio però fu spostato e blindato a Peretola. Il presidio antifascista infatti era riuscito a prendersi la piazza impedendo il loro concentramento.

Quando il presidio antifascista si trasformò in un corteo che avrebbe voluto percorrere via Pistoiese polizia e carabinieri bloccarono la strada: una scelta che produsse poi i tafferugli oggetto dell’indagine.

Queste denunce arrivano a poco più di una settima da una nuova mobilitazione convocata proprio da Forza Nuova. Infatti per il prossimo 17 ottobre i fascisti hanno indetto due manifestazioni: nel mattino a Bologna, nel pomeriggio a Firenze.

Il tempismo ci pare quantomeno sospetto e sembra un chiaro monito nei confronti di chi in questa città, lontano dalle solite litanie sul “diritto di tutti a parlare e manifestare” che tanto hanno contribuito allo sdoganamento dei neofascisti, non si è mai rassegnato a vederli sfilare, anche se sempre pochi e tristi, standosene con le mani in mano. Un tempismo che allo stesso tempo rassicura i fascisti, se mai ne avessero avuto bisogno, che la loro compatibilità e l’asservimento a questo sistema è premiato con protezione e agibilità politica, specialmente in questa fase in cui fingono di sbraitare contro banche e austerità ma nella pratica agiscono solo ed unicamente per impedire che i lavoratori italiani e immigrati si uniscano nella lotta contro lo sfruttamento.

Tutto ciò dopo che nell’ultimo mese 11 militanti di Firenze Antifascista erano già stati raggiunti da altrettante denunce per travisamento in relazione al corteo del 16 novembre 2013 organizzato dopo un’aggressione di Casa Pound ai danni di due compagni in piazza Repubblica.

Per questo la Firenze Antifascista fa appello a tutte le forze che si richiamano ai valori della Resistenza e alla pratica dell’antifascismo perché sin da subito sia chiara ed esplicita la solidarietà nei confronti dei compagn* colpiti dalla repressione e si mobilitino per impedire che questi sporchi figuri tornino a insozzare le strade della nostra città.

Ora e sempre Resistenza

Firenze Antifascista

RADIOCANE: QUEL POMERIGGIO A ROMA - 15 OTTOBRE 2011

riceviamo e diffondiamo:

Si avvia alla  conclusione il “processone” per i fatti del 15 ottobre 2011 a Roma, terzo filone processuale relativo a quella giornata di rivolta.

Con due compagni di Rete Evasioni facciamo il punto sull’intera vicenda: il racconto della giornata e il clima politico di quel momento, la lunga vicenda giudiziaria che ne è seguita, con accuse assai pesanti quali devastazione e saccheggio e tentato omicidio, e alcune considerazioni riguardo la solidarietà costruita attorno a questo avvenimento.

Ascolta il contributo

25 ottobre 2015

BASSA SASSONIA: AZIONE PER L'ANARCHIA NEL BOSCO


Nel mese di luglio abbiamo rotto tre grandi e robusti capanni da caccia nelle vicinanze di Vordorf e Meine.
La caccia è una forma assassina di dominio dell’uomo sulle altre specie animali. Anche gli argomenti ecologici contro la caccia sono ormai noti da tanto.

Una A cerchiata che abbiamo disegnato con il gesso su uno dei capanni messi fuori uso mostra simbolicamente quello che deve  succedere affinché in futuro le persone non debbano più stare davanti a dei capanni inutilizzabili: la caccia deve finire! Non deve più esserci alcun dominio!

Mano, Sega, Gesso 



da ContraInfo

BERGAMO: CHIUDIAMO TUTTI GLI ALLEVAMENTI DI VISONI, FERMIAMO LA GUERRA ALLE NUTRIE!

riceviamo e diffondiamo:
 
CHIUDIAMO TUTTI GLI ALLEVAMENTI DI VISONI!
FERMIAMO LA GUERRA ALLE NUTRIE!



“FederFauna, per il bene dei propri Iscritti e dei Cittadini tutti,
chiede al Governo misure urgenti contro il terrorismo interno,
in particolare di matrice ecologista-animalista (ecoterrorismo).
Chiede che venga garantito a tutti i Cittadini il diritto,
garantito anche agli animali, di non avere paura!...”

4 Maggio 2015, a seguito del corteo NO-Expo
Massimiliano Filippi,
segretario generale FederFauna e allevatore di visoni


In questo periodo dell'anno l'attività negli allevamenti di visone è frenetica: i nuovi nati sono abbastanza grandi per essere considerati pronti per l'uccisione e la scuoiatura. Le loro pelli sono  destinate alle aste internazionali che in nome dell'industria della moda sono sempre più avide di questi corpi.
Nella sola provincia di Bergamo si contano già quattro allevamenti; quelli attivi in Italia sono una ventina. Le associazioni che rappresentano gli allevatori di visoni, come ad esempio l'AIAV (Associazione Italiana Allevatori di Visone), sono consapevoli che, quello che loro definiscono “un onesto lavoro”, non solo non è ben visto ma da più parti è osteggiato.
Questo è uno dei motivi per cui, in questi ultimi anni, abbiamo visto scuoiatori di animali proporsi come risolutori della crisi, custodi delle tradizioni, fino a diventare educatori di alunni invitati nei loro lager (quando chiaramente il campo è pulito).
Da luglio di quest'anno, come se tutto ciò già non bastasse, alcuni zelanti allevatori di visone hanno pensato di offrirsi anche come collaboratori e impresari della “guerra alle nutrie”.
Volontari delle campagne che, in questa fantomatica “emergenza nutrie”, si “offrono” per  ritirare i corpi delle nutrie uccise da cacciatori, agricoltori o da chiunque, anche in possesso di un solo bastone, si senta “in pericolo” incontrando una nutria.
L'”innovativo” progetto, in fase di studio, prevede la valutazione della “fattibilità tecnica della concia delle pelli di questi roditori e il loro utilizzo per la produzione di pellicce”.
La storia dello sfruttamento delle nutrie purtroppo ci ricorda che già i loro corpi vennero utilizzati per la produzione di pellicce. La “novità” consiste nel tentativo di utilizzare i già attivi e produttivi allevamenti di visoni per aumentarne ancor più la redditività. Economica per gli allevatori. Ma, ancor più grave, simbolica e di immagine nel trasformarli in operatori ecologici che, con la loro azione, collaborano allo sviluppo eco-sostenibile dei territori e al “mantenimento dell'ordine pubblico”.
Conferma di un processo che autorizza gli enti faunistici e venatori a trasformare gli animali, in questo caso le nutrie, da utili, in quanto allevabili e quindi sfruttabili fino alla morte, a nocivi.
La storia delle nutrie è esemplificativa: introdotte e allevate in Italia per la loro pelliccia fin dagli anni Venti, al primo cambio di moda e tendenza, non sono più considerati corpi redditizi. Troppo costosi per essere mantenuti, gli allevatori se ne liberano. Le nutrie sopravvissute e dimenticate raggiungono gli altri animali selvatici. Intanto gli umani continuano a devastare i territori e, quando la Terra non riesce più a reggere i ritmi di questi costanti attacchi, servono nuovi capri espiatori. I tecnici e le autorità costituite di Regioni, Province, Comuni trasformano le nutrie in “animali nocivi, da eradicare”. Una guerra con l'obiettivo dichiarato dell'estinzione di questa specie.
Come per ogni “guerra umanitaria” che si dichiari, il campo deve restare pulito: i corpi delle nutrie vengono accatastati in frigoriferi nelle piattaforme ecologiche, invisibili agli occhi. Così come invisibili sono i corpi nudi dei visoni dopo la scuoiatura, rinchiusi nel gelo degli allevamenti.
Il vero responsabile della devastazione della Terra è altrove. Questa costruzione del nemico, alla quale collaborano anche alcuni che si dicono ambientalisti, per l'ennesima volta rende visibile le catene degli sfruttamenti e dei sistemi che le riproducono e che le pacificano in nome della salvaguardia di pratiche agricole industrializzate e intensive.
Pratiche ecocide contro la Natura.

Contro ogni guerra!
Per ogni liberazione animale e della Terra!

Coordinamento Liber*Selvadec
Bergamo, 16 Ottobre 2015

Per informazioni e contatti:
liber.selvadec@inventati.org
www.liberselvadec.noblogs.org


APPUNTAMENTI:

SABATO 7 NOVEMBRE 2015
h 14,30 piazzale Stazione FS di Bergamo
V° BICICLETTATA CONTRO GLI ALLEVAMENTI DI VISONI E LA GUERRA ALLE NUTRIE
Ogni voce, suono, cartello, messaggio che porteremo con noi, renderà più comunicativa la nostra iniziativa: vi invitiamo a portare con voi qualsiasi strumento rumoroso e/o cartelli a tema, di vostra fantasia.
Chi fosse sprovvisto di bicicletta e/o avesse altre esigenze, ci contatti.

A seguire
Apericena c/o KASCINA PONCHIA/KAP, via Ponchia, q. Monterosso
Benefit per la pubblicazione degli atti del XI Incontro di Liberazione Animale

h 21 Dibattito “SOLIDARIETA' IN MOVIMENTO”
Incontro con Luana, attivista per la liberazione animale che sarà nuovamente a processo, il 9 novembre presso il tribunale di Brescia, con l'accusa di aver liberato dei Beagles dall'allevamento “Green Hill” di Montichiari.

DOMENICA 8 NOVEMBRE 2015
Dalle ore  10 alle 18
c/o KASCINA PONCHIA/KAP, via Ponchia, q. Monterosso
Assemblea aperta sul dopo XI Incontro di Liberazione Animale: riflessioni, iniziative e nuove proposte.
h 13,30 Pranzo a sottoscrizione per il XII Incontro.

LUNEDI 9 NOVEMBRE 2015
h 9.30 c/o Tribunale di Brescia
Presenza solidale all'udienza per la liberazione dei Beagles dall'allevamento “Green Hill” di Montichiari.

19 ottobre 2015

RIFLESSIONI SULLA GIORNATA DEL 1° MAGGIO 2015 DOPO L'EVENTO


riceviamo da mail anonima e diffondiamo:

1 Maggio – dopo l'evento

E' passato ormai qualche tempo dal corteo No expo di Milano, e potrebbe essere il momento per condividere alcune riflessioni critiche su quella giornata, sulla lettura che qualcuno ne ha dato, e soprattutto sulle modalità con le quali ha deciso di esprimersi la parte più “conflittuale” del corteo. I vari contributi fatti uscire riguardo quello che è successo hanno mostrato infatti, oltre alla consueta eccessiva preoccupazione circa la canea televisiva e giornalistica che segue certi eventi, una certa pochezza di contenuti unita alla scarsa propensione all'autocritica. Bisognerebbe invece, secondo chi scrive, abbandonare ogni preoccupazione riguardo alla narrazione del potere, e ricominciare a parlare tra di noi, per non ritrovarsi tristemente a rispondere alla farneticazioni dei media. L'interlocutore di questo contributo non vuole essere né il potere, né il cittadino indignato, né i possibili ribelli di domani, ma i sovversivi che covano ORA i loro sogni alla dinamite e che sono costantemente alla ricerca di sempre nuovi ed efficaci modi per sabotare quest'esistente.
Questo testo vuole essere quindi un contributo alla riflessione e al dibattito.

Il Primo Maggio milanese ha sicuramente costituito (insieme ad EXPO, poiché ormai celebrazione e contestazione camminano sempre a braccetto) l'evento italiano dell'anno, il corteo più fotografato e filmato degli ultimi tempi; un segnale, come l'ha voluto leggere qualcuno, o forse meglio, un'espressione di questo periodo, che condensa molti dei limiti e delle contraddizioni dell'ambiente sovversivo della peninsula italica. E come molti altri momenti di conflitto tra l'esistente e i suoi nemici esso può mostrare, a chi le volesse vedere, molte cose circa il presente che stiamo vivendo e attraversando, e per questo una lettura disincantata e soprattutto critica ne può trarre lezioni preziose.

Il primo elemento che è balzato subito agli occhi è stato il ruolo dei media nella faccenda milanese. Essi hanno infatti dato un possente contributo al recupero in fatto di senso di quella giornata.
Certo fa parte della natura dei media fornire una lettura distorta e assolutamente parziale (la parte della ragion di Stato) dei momenti di conflitto sociale, al fine di disinnescarne le potenzialità di diffusione e riproduzione, per cui non c'è certo di che stupirsi dell'immensa mareggiata di stronzate che sono state scritte e dette intorno al Black Bloc che si è visto all'opera a Milano il primo di Maggio di quest'anno. Un fattore è però importante riconoscere e da sottoporre a riflessione: l'imponente spettacolarizzazione degli scontri e della “devastazione” e la conseguente creazione dell'evento conflittuale di importanza mediatica internazionale. Questo elemento non è di certo nuovo, ma ha acquistato con la giornata milanese un'imponenza rilevante.
Questo è stato possibile anche perché il blocco nero si è prestato in quella situazione alla spettacolarizzazione della sua presenza e delle sue pratiche, aprendo in questo modo la strada al recupero del potere. E per quanto l'idea di dar spettacolo non fosse di certo nelle intenzioni di quanti ne hanno partecipato (almeno non di tutti), per quanto per molti non contasse tanto “comunicare” a chicchessia l'esistenza di una minuscola minoranza di individui disposta a mettersi in gioco quanto piuttosto il far più danni possibile e far saltare il teatrino dell'inaugurazione del più atteso evento mondiale, forse sul palcoscenico ci si è ugualmente infilati a capofitto. La ripetizione del copione del contro-summit, dei 4 teppistelli che rovinano la festa, della “devastazione” di 4 vetrine, come l'indignazione della società civile e le solerti promesse che ripetono “qualcuno pagherà” assicurando che “si sta facendo il possibile”, si inserisce perfettamente nello spettacolo previsto, questa volta perfettamente inscenato dal potere italiota. Tutto quel giorno a Milano era pronto ad accogliere la devastazione del black bloc, come si attende il passaggio di una star illustre sul tappeto rosso di una celebrazione.
Quello che si è visto andare in scena quel pomeriggio non è stato un contro-evento, ma un evento nell'evento, seguendo passivamente ancora una volta l'agenda del potere, che su questi momenti ha costruito un intero immaginario di aspettative collettive (comprensibili tra i cittadini-consumatori, ma che non risparmiano di attrarre anche quegli ambienti cosiddetti sovversivi). Insomma, la sensazione di essere esattamente dove il nostro nemico voleva che noi fossimo è stata forte, e chi l'ha provata sa per certo che non è piacevole, anzi. Ci si sente come con le brache calate, di fronte a centinaia di flash fotografici.

Quel giorno a Milano c'erano troppi giornalisti, troppi occhi indiscreti, troppi sciacalli pronti a banchettare con le vite degli altri il giorno dopo, troppi zombi smartphone-forniti pronti a condividere attraverso l'etere ogni possibile fotogramma degli scontri, pronti a catturare ogni immagine con la voracità di chi calma finalmente una dipendenza troppo a lungo repressa. E questo,  è ovvio, non solo fornisce una quantità pericolosa di informazioni, foto e video utili alla repressione, ma contribuisce anche alla narrazione degli eventi messa in atto dal potere. Quest'ultimo infatti al giorno d'oggi coinvolge in maniera attiva il buon cittadino che, come tanti free-lance d'assalto, con i suoi commenti, i contributi video e le foto, crede così di partecipare alla ricostruzione veridica della giornata.
Non è certo privo di contraddizioni attaccare i luoghi simboli del capitalismo, vandalizzare l'arredo urbano, scontrarsi con la polizia prestando il fianco al tutto il loro codazzo di infami catturatori di immagini, salariati o no che siano. Per inceppare contemporaneamente sia la strategia repressiva del potere sia il processo di sublimazione della realtà non sarebbe male considerare sia i giornalisti che i solerti bravi cittadini che li imitano alla stessa stregua della polizia che si sta attaccando.

La mediatizzazione delle nostre attività sovversive dovrebbe essere rifiutata fermamente, poiché i media sono uno dei pilastri fondanti della nostra moderna società dello spettacolo e rappresentano essi stessi uno degli strumenti di sfruttamento del reale e della capitalizzazione totale dell'esistente a vantaggio del potere.
Per far questo sarebbe importante abbandonare ogni tipo di preoccupazione riguardo alla narrazione dei fatti da parte del potere e considerarla solo per quanto riguarda i nostri piani di sabotaggio e distruzione totale dei meccanismi di riproduzione di questo esistente. Inceppare il meccanismo narrativo del potere, questo si che sarebbe rivoluzionario!

Ma bisogna stare attenti a non cadere nell'errore di creder di poter intaccare la narrazione che il potere fornisce ai suoi sudditi (se non attaccando, sabotando e distruggendo i mezzi di cui esso si serve per questo) costruendo una contro-narrazione “alternativa” degli eventi che cerchi di contrastare quella dei media. La sproporzione di mezzi e forza in questo ambito è evidente. Al massimo essa può costituire una gratificante auto-narrazione all'interno della quale riconoscersi e identificarsi.
Oltretutto questa prospettiva apre la strada a pericolose considerazioni riguardo all'immagine che si dà all'esterno, su come si può essere percepiti dagli altri e al desiderio di dare una buona impressione sperando in qualche giudizio positivo. Ed è proprio quest'ansia dell'immagine, questa preoccupazione verso come ci vede “la gente” che conduce in molti casi alla dissociazione, o più banalmente all'assordante silenzio di gran parte del “movimento”, espressione del desiderio di non essere coinvolti nel vortice di indignazione generale, da ricordarsi, perfettamente artificiale, ovvero costruito a tavolino dai media e amplificato fino all'estenuazione dai social network. Chi può dirlo se “la gente” sia o non sia davvero indignata? Crediamo forse che ciò che ci mostrano alla tv sia effettivamente corrispondente alla realtà?

L'unica cosa che la narrazione del potere non può intaccare sono le conseguenze concrete delle nostre azioni e delle nostre pratiche, e come queste entrino a partecipare nell'immaginario sovversivo. Per questo è importante chiedersi quale fosse lo scopo pratico del black bloc di Milano in modo da sviluppare una prospettiva realmente conflittuale di intervento in situazioni come quella del mega-evento chiamato EXPO.
Sovviene quindi la domanda: qual'è stato l'obiettivo di quella parte agitata del corteo?
Qualcuno ha detto che il blocco nero voleva tentare di assaltare il centro blindato di Milano, sfondare i cordoni e i blocchi allestiti dalla polizia, attaccare quindi il Duomo, le strutture Expo poste nel centro città, etc. Questo è quello a cui che anni di contro-vertici ci hanno abituato: cori di minacce, le chiamate guerresche, le millantate promesse di “violare la zona rossa”, etc etc.
A costo di disturbare la lettura a qualcuno, quando qualche “compagno” ci illustra entusiasta piani del genere a noi ci vien da dubitare sulla sua buonafede, ci ritornano i mente gli assalti tanto spettacolari quanto innocui alle zone rosse organizzati e perpetrati da quel movimento che di sovversivo e rivoluzionario possiede al massimo gli slogan, disobbedienti prima (vedi Genova 2001, Vicenza 2009), autonomi vari dopo (Val di Susa, Roma 19 Ottobre 2013).
Vien da chiedersi: ma questi (o i loro leaders, perché è certo che molti militonti credono davvero  nelle migliori intenzioni di chi li comanda) vogliono veramente fare quello che dichiarano, o sanno benissimo che è impossibile? E a seconda della risposta che ci diamo, vogliono creare una situazione potenzialmente esplosiva e sperare che questa si diffonda o dar spettacolo, ovvero fornire una certa immagine di se stessi? E se gli interessa l'immagine e non il risultato, sono questi “compagni”? Vogliono quello che vogliamo noi?
Queste domande non sono poste per infastidire qualcuno, non è certo intenzione ne interesse di chi scrive quello di alimentare le inimicizie; se si infiltrano dei dubbi è solo e unicamente perché è forte la volontà di comprendere la realtà delle manifestazioni di conflittualità del nostro presente al fine di indirizzare al meglio le energie sovversive.

Qualcun altro ha suggerito che l'obiettivo di situazioni del genere mirino alla la distruzione del processo di produzione. Ma davvero qualcuno ci crede ancora? Pensiamo che il blocco nero di Milano abbia in qualche modo intaccato il processo produttivo?
Le vetrine infrante, le auto in fiamme, sono ben poca cosa, un danno infinitesimale, un'inezia se comparato all'immensità del Capitale. Potremmo dire per assurdo, per provocazione, e forse così non andremmo lontano dalla triste verità, che la distruzione di certi beni non faccia altro che contribuire al processo produttivo facendo in modo che diverse banche acquistino nuove vetrine blindate, e che l'industria dell'automobile riceva richiesta di nuove auto di lusso. L'organizzazione attuale del capitalismo infatti fa in modo che il prodotto finito e venduto sia da considerarsi da ostacolo al consumo di nuova merce, poiché è la domanda costante che mantiene in vita il sistema produttivo. Per questo negli ultimi anni si è riscontrata nei prodotti industriali un'obsolescenza sempre più rapida: i prodotti che vengono acquistati devono essere subito sostituiti da altri, il consumo non deve mai arrestarsi, la domanda di prodotti deve essere sempre rinnovata altrimenti il sistema rischia di incepparsi.

Forse l'obiettivo non era chiaro. Solo la volontà di opporsi attivamente, fisicamente, radicalmente e senza compromessi possono essere riscontrati all'interno di quella componente che ha incendiato quel pomeriggio di Milano. Ma attenzione: di fronte a chi parla di pratiche includenti si voglia opporre una considerazione: le persone che hanno partecipato allo spezzone nero erano a Milano con le idee chiare rispetto a cosa volevano fare (non l'obiettivo, come abbiamo avuto modo di vedere, ma almeno l'intenzione). Magari qualcuno si sarà anche aggregato durante il percorso, eccitato come il ragazzo che si è fatto poi intervistare, ma di sicuro ben pochi individui, per lo più inesperti e facili prede per i cani della repressione (del resto chi sono gli arrestati e gli imputati per le due altre occasioni recenti in cui si è manifestato il blocco nero in Italia, ovvero il 14 dicembre e il 15 ottobre a Roma?). Fondamentalmente il blocco è rimasto lo stesso dall'inizio alla fine. Vien da dire che il black bloc è, al contrario di come vuole credere qualcuno, una pratica escludente. E a ben ragione! Un gruppo compatto di persone, abbigliate in maniera uguale e ben equipaggiato allo scontro non permette agilmente l'inserimento di persone esterne, per ovvi motivi pratici.

Gli entusiasti, i cantori di rivolte e gli amanti di insurrezioni lontane farebbero bene a tenerlo a mente. Se la prospettiva che si ha quando si partecipa a momenti come quello del primo maggio milanese è il deragliamento del movimento-baraccone e la creazione di una situazione di scontro diffuso con la polizia e i simboli del dominio, allora bisogna pensare altre modalità di intervento. Perché per quanto qualcuno se la voglia o la voglia raccontare, il Primo Maggio non è stato un giorno di rivolta, ma è stato solo l'occasione per una piccola parte di irriducibili di manifestare la propria esistenza e sfogare i propri aneliti di distruzione. Questo non per sminuire il senso di quella giornata, ma per chiamare le cose col proprio vero nome e contrastare l'intenzionale storpiatura degli eventi e quella deriva di significato che negli ultimi anni sta coinvolgendo anche gli ambienti più conflittuali.

Oltre all'immagine esaltante che rappresenta per molti giovani ribelli, il black bloc sarebbe bene ritornasse alle sue origini: esso non è altro che uno strumento, una pratica di strada che risponde a precise necessità pratiche, e che i guastatori dell'esistente dovrebbero decidere di utilizzare per uno scopo preciso. Questa pratica è stata utilizzata da sempre per precisi scopi pratici (creare un gruppo compatto e ben individuabile, evitare il riconoscimento, come fu per gli Schwarzer Block messi in atto dagli autonomi tedeschi a partire dagli anni '80), e come tecnica si è diffusa inizialmente e principalmente negli Stati Uniti dove fu utilizzata durante i grandi contro-summit al fine di portare una nuova modalità di stare in strada, una proposta per manifestare attivamente il proprio dissenso che superasse il pacifismo innocuo del resto del “movimento”. Voleva inoltre suggerire come fosse possibile colpire degli obiettivi, indicare in maniera chiara il nemico e con quanta facilità la vetrina tirata a lucido di questa società potesse essere infranta. Ma di certo non voleva indicare LA maniera di stare in strada, e nemmeno dare ad intendere che spaccare banche durante i cortei fosse l'aspirazione massima dei sovversivi. Si voleva puntare il dito, far saltare la solita processione, la solita litania di protesta a cui era inchiodato il “movimento” all'epoca, sabotare lo spettacolo (questa volta si) del contro-summit bello e colorato. Ma per inceppare il processo di produzione-accumulo del Capitale ci vuole ben altro impegno, una conflittualità quotidiana costante, che coinvolga tutti gli aspetti della riproduzione di quest'esistente, tanto quelli esterni all'individuo quanto quelli interni ad esso.
Spaccare vetrine è un gesto primariamente simbolico, e come tale va considerato.

Qualcuno ha già fornito la sua contro-narrazione, in molti hanno già fornito la loro versione dei fatti perfettamente in linea con le proprie categorie di interpretazione del reale, rispondendo al proprio bisogno di significato. Questo non è interessante.
Qualcuno ci ha visto l'espressione della rabbia dei giovani, altri ci hanno voluto vedere la conflittualità del “sottoproletariato”, altri la volontà di rivolta dei “compagni”, tutte categorie che non soddisfano la necessità di sovvertire quest'esistente.
NOI (un noi ipotetico quanto irreale) non siamo una categoria, non siamo sempre gli stessi, non siamo un soggetto rivoluzionario immobile nel tempo pronto al recupero politico di qualcuno. NOI siamo l'insieme sempre mutabile delle nostre intenzionalità sovversive, la somma dei gesti di rivolta individuali. E questo sfugge a qualsiasi recupero politico, che provenga dagli ambienti di potere come da qualche altro politicante.

È probabile che un giorno o l'altro qualcuno busserà alla porta, sarà il potere venuto a presentare il conto di quella giornata. E mentre speriamo che non sia troppo salato, pensiamo anche ad essere pronti ad accoglierlo, una volta tanto, per ribaltare il tavolo e non seguire il suo copione.
Questa si che sarebbe una prospettiva interessante per il dopo-evento.
Per non ripetere l'errore di Genova 2001, del 14 dicembre e del 15 ottobre.


Fonte

SUL PROCESSO DI APPELLO PER TERRORISMO CONTRO CLAUDIO, CHIARA, MATTIA E NICCOLO'

da macerie
Su richiesta della difesa, il processo di secondo grado è stato rinviato in attesa che vengano depositate e rese pubbliche le motivazioni per cui la Cassazione non ha ritenuto valida l’accusa di terrorismo contro Lucio, Francesco e Graziano.

La prossima udienza è fissata quindi per il 30 novembre quando i giudici decideranno se riaprire o meno l’istruttoria dibattimentale, come richiesto dalla Procura. 
Qui una diretta all'interno della trasmissione Cattivi Pensieri su Radio Blackout, in cui i conduttori del programma intrecciano le proprie voci con quelle di tre dei quattro compagni sotto processo. 



Segue un testo di Francesco:

Una riflessione e un incoraggiamento sull’appello per terrorismo
«L’opposizione politica si trasforma presto in violenza e terrorismo».


Queste parole che risulterebbero credibili se pronunciate da un Lupi, un Alfano, un Esposito o magari uscite dalla veemente penna di un Numa, appartengono in realtà a Nikolaj Ivanovic Ezov, primo inquisitore di Stalin all’epoca della grandi purghe. Diresse l’NKVD raggiungendo ragguardevoli records in quanto ad esecuzioni sommarie per poi finire lui stesso sommariamente fucilato una volta che il potere burocratico decise che la funzione di questo zelante servitore si fosse esaurita.

È incredibile come queste poche parole riassumano il sentimento di ansia di controllo e isterismo che provano gli uomini di potere quando si sentono minacciati, quando sentono che non tutto va come dovrebbe andare o come fu pianificato che andasse. È l’isteria dell’ordine di fronte all’anomalia. Un sentimento comune a molti despoti (che infatti sono persone notoriamente nervose, sospettose e paranoiche) e, con le dovute proporzioni, anche fra le file dei crociati pro Tav.
Chi ha seguito anche solo distrattamente le vicende della Val Susa degli ultimi due/tre anni si sarà forse accorto di come fra i fautori dell’opera e i suoi oppositori si sia innescato un conflitto non solo materiale, ma spesse volte narrativo, cioè volto a definire quello che stava accadendo. Se da una parte chi opponeva il suo No parlava (e parla) di resistenza e di riappropriazione di un territorio, di una pratica, della potenza, ecc…, dall’altra chi pervicacemente insisteva (e insiste) nella cantierizzazione eterna di una vallata definiva a suo uso e consumo le lotte che ostacolavano i progetti di rapina di un territorio. Uno Stato appena più intelligente di quello che Ezov e compagni combatterono e vinsero sa bene che la pura repressione non è granché efficace se non si accompagna a politiche che la supportino. In mancanza di queste si richiede almeno che si costruisca un certo consenso formale intorno ai colpi repressivi più arditi e innovativi, che non solo permetterebbero di sconquassare la lotta reale a cui sono diretti, ma anche di legittimare agli occhi della società un nuovo strumento di controllo nella mani dello Stato.


Il processo “Compressore” (e l’accusa di terrorismo che esso contiene) di cui a breve si aprirà l’Appello, è il culmine di questa strategia mirata a: criminalizzare uno dei pochi movimenti di massa di questi ultimi anni; cercare di seminare il terrore fra chi si oppone concretamente a delle scelte economiche utili solamente alle mangiatoie dell’ubi maior, ma fatte passare per opere di pubblica utilità; armare lo Stato con quanti più strumenti repressivi di deterrenza possibili; e, en passant, neutralizzare per un bel po’ di anni chi, con nome e cognome è finito nelle sue maglie. Di fronte a tutto questo c’è ancora chi si stupisce che la lotta No Tav abbia valicato i confini di un mero dibattito su: treno sì, treno no…

Scendendo nel tecnico (noioso, ma bisogna comunque affrontare un processo), bisogna notare che questo scollamento dalla realtà, per quel che riguarda la Procura di Torino, è avanzato di pari passo con gli insuccessi che ha dovuto incassare nelle aule di tribunale dacché questa faccenda è iniziata. Come imputato, e detenuto, ho avuto l’attenzione, e il tempo, di studiare le carte che via via si andavano producendo nei vari passaggi burocratici in cui l’accusa di terrorismo perdeva progressivamente pezzi. Sarà forse per questo che gli strali lanciati dal procuratore generale Maddalena lanciati dalle colonne di Repubblica non mi hanno sorpreso più di tanto. A parte la coda di paglia di chi si sente in dovere di confermare pubblicamente qualcosa che non era stato smentito¹, le parole del P.G. dimostrano la volontà di portare un discorso ben diverso da quello meramente tecnico dentro l’aula di tribunale.

Dall’assoluzione in primo grado per terrorismo di Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia la Procura ha perso tutto quello che giuridicamente poteva perdere, e questa sconfitta sul piano tecnico l’ha portata a spostare la battaglia su un piano via via sempre più ideologico, gettando alle ortiche qualunque maschera di decenza² e mostrando chiaramente la volontà d’arrivare ad una condanna di tipo politico. Se così non fosse difficilmente si sarebbe potuto leggere in un ricorso in Cassazione (perso anch’esso) frasi di questo tenore:

    «la volontà che sorreggeva gli imputati era data dall’astio e dal rancore che gli assalitori nutrivano nei confronti degli operai, dei poliziotti e dei carabinieri, tutti in quale momento rappresentanti di quel potere che vuole imporre un’opera fortemente osteggiata» (riconoscendo, fra l’altro, che il Tav è un’opera imposta e che sia fortemente osteggiata…)
    «Gli autori di queste azioni non instaurano un dialogo con lo Stato, e si contrappongono in forma antagonista, con il solo modo che conoscono, quello del dialogo della violenza» (grassetto e sottolineato nell’originale)
    «Il gesto degli indagati si colloca nell’antagonismo estremo, un atto di guerra, un atto punitivo verso il nostro Stato, per condannare le sue scelte di politica economica»
    «Il gesto fu criminale e scriteriato» (salvo poi contrapporre la meticolosità della sua preparazione…)


Insomma, tutte frasi che ci si aspetterebbe di sentire in qualche trasmissione di del Debbio, o di qualche altro demagogo che tanta fortuna trovano oggi fra la schiera dei giornalisti, e non certo in un ricorso diretto ad una sede tanto tecnica e suppostamente neutrale.

“L’affaire No Tav” è stato trattato dagli apparati repressivi con dei riferimenti piuttosto espliciti alla stagione degli anni ‘70, e questo al di là del fatto che tecnicamente l’accusa di terrorismo sia supportata dalla legislazione contro il terrorismo internazionale jihadista. Si tratta di un operazione psicologica necessaria per dire: «anche allora si inizio con piccoli sabotaggi…». Il tentativo, neanche troppo velato, è quello di ricondurre i termini del discorso ad una stagione che nell’immaginario ufficiale ha ancora una discreta capacità di riportare immagini di paura e sangue. Gli schemi che la repressione propone per leggere la realtà oltre ad essere pesantemente distorti sono anche piuttosto datati e polverosi e forse in questo ha giocato un ruolo anche il fatto che molti dei protagonisti, e comparse, istituzionali di questa vicenda (Maddalena, Caselli, de Stefano, ecc.) siano stati in prima linea in quegli anni sul fronte repressivo, e forse questo “amarcord” li ha riportati, con non poca nostalgia, ai bei tempi che furono della loro giovinezza…

L’inconsistenza culturale e giuridica dell’accusa di terrorismo è lampante, questo lo sa anche chi, nonostante tutto, la vuole far passare costi quel che costi, e non è poi che gli costi molto, giusto il costo della carta per scrivere un ricorso… La battaglia ora è tutta politica, anche se nelle aule di tribunale si cercherà di nasconderla dietro a qualche cavillo, e il grande movimento di solidarietà che si è creato attorno a questa vicenda non dovrebbe commettere l’errore né di sottovalutare la residua pericolosità di certe accuse, né di farsi trascinare sul piano ideologico da certi personaggi tragicomici che oltre ad essere dei cattivi vincitori hanno dimostrato anche di essere dei pessimi perdenti.

La battaglia ancora non è finita servono ancora energie, voglia di confrontarsi e di esserci nei momenti importanti. E questo non solo per il sacrosanto principio di non lasciare solo chi è colpito dalla repressione (principio senza il quale una lotta è persa in partenza), ma anche, e soprattutto, per dimostrare l’irriducibile e contagiosa gioia di vivere e sperimentare che si contrappone ai grigi piani dei burocrati sulle vite e sui territori che trattano come oggetti da definire, selezionare e modellare in funzione del buon andamento della società e dell’economia, o di quello che un funzionario di un apparato possa ritenere che sia la società e l’economia.


Amor y Rabia

Fra



¹ Il ricorso in appello da parte della procura risale ad aprile, cioè prima della sentenza di fronte al G.U.P. Per Graziano, Lucio e me, ma soprattutto prima della seconda bocciatura della Cassazione sulla sostenibilità dell’accusa di terrorismo. Mediaticamente è stato fatto passare come una controrisposta a quest’ultima bocciatura, è in realtà piuttosto probabile che durante l’appello in corte d’assise l’accusa tenti di minimizzare le vicende giudiziarie legate al secondo mandato per terrorismo, visto che esse non sono esattamente edificanti per l’accusa…

² Fra le carte dell’inchiesta gli episodi curiosi e le figure di palta abbondano, molte sono di carattere procedurale e farebbero sorridere solo i giuristi ma c’è n’è almeno una che merita essere ricordata: nel nuovo “pacchetto di prove” sul terrorismo grazie al quale io, Lucio e Graziano fummo arrestati esattamente un anno dopo Mattia, Chiara, Claudio e Niccolò figurava il famoso studio dell’Università Bocconi sulla rilevanza economica del Tav. Negli intenti del Padanaudo questo studio avrebbe dovuto dimostrare l’essenzialità della realizzazione del Tav e quindi il terrorismo di chi lo colpisce, dunque un pezzo “forte” dell’accusa. Questo studio citato nel processo di primo grado in corte d’Assise e poi sventolato sia nel mandato di cattura del 9/12/14, sia al riesame (perso) che ne seguì, sparì, senza troppo rumore dalle carte che l’accusa produsse in seguito. Il motivo di tale bizzarrasparizione può forse essere ricercato nel fatto che la firma in calce a questo studio apparteneva all’ing. Ercole Incalza il cui arresto, nel marzo di quest’anno, fece saltare anche la poltrona del buon Lupi…

PARIGI: QUALCHE CONSIDERAZIONE SU UN PROGETTO DI LOTTA PER LA DISTRUZIONE DELLE FRONTIERE

Fonte

Segue la traduzione di un testo anonimo diffuso a Parigi nelle ultime settimane:

Qualche considerazione su un progetto di lotta per la distruzione delle frontiere

Assistiamo ogni giorno ad un’intensificazione del massacro perpetuato dalle frontiere degli Stati. Migliaia di uomini e donne che fuggono le guerre, la miseria e le catastrofi ecologiche, conseguenze dirette dello sfruttamento delle materie prime, e delle persone ridotte allo stato di materie prime. Assistiamo quotidianamente a ciò che assomiglia sempre di più ad un’ecatombe, alle porte dei luoghi dove viviamo, e ci abituiamo a essere spettatori dell’orrore di questa normalità.

Di fronte a questa massa di esseri umani che, rischiando la loro vita, sfidano le frontiere e si affrontano con i cani da guardia dell’Europa, gli uomini di Stato si riempiono la bocca di discorsi sui valori democratici e proclamano la necessità di regolarizzare una parte di loro, stabilendo i criteri necessari per smistarli, selezionare la buona mercanzia e respingere quella avariata. Si stabiliscono delle politiche comuni, si costruiscono grandi centri di smistamento, si rinforzano gli apparati burocratici e militari e la sorveglianza delle frontiere. Frontiere che oggi non sono solamente dei limiti territoriali tra Stati, ma che si materializzano anche nei controlli e nelle raffiche, nei trasporti pubblici e nelle stazioni, nei posti di lavoro e nei rapporti di sfruttamento, agli sportelli di banche ed amministrazioni, nei centri di detenzione amministrativa  e nel lavoro dei gestori umanitari.  

Questi ultimi mesi, nelle strade di Parigi, centinaia di uomini e donne hanno vissuto sulla loro pelle l’accoglienza dello Stato francese. Cacciati da ogni piazza, da ogni strada, da ogni parco, da ogni sotto ponte in cui cercavano di trovare rifugio, picchiati e intossicati con il gas dagli sbirri poiché continuavano a restare insieme. Questa situazione ha portato alla creazione di “gruppi di sostegno” da parte di cittadini, vicini e militanti di diverse estrazioni. Tra di loro, alcuni individui sinceri, animati dalla rabbia o l’indignazione, ed altri, rappresentanti di partiti o di organizzazioni umanitarie, per i quali i migranti costituiscono un mezzo per accrescere la propria visibilità nelle strade e nei media, aumentare il proprio potere politico e così ottenere maggiori finanziamenti pubblici e privati. Nel complesso, questi gruppi hanno cercato di fornire il loro sostegno materiale e appoggiare politicamente le rivendicazioni portate dalla maggior parte di questi uomini e donne: le loro richieste di asilo e alloggio. Rivendicazioni che invocano i diritti dell’uomo e considerano come interlocutore lo Stato. Quello stesso Stato che, più o meno direttamente, è implicato in sanguinosi affari nei loro paesi di origine, che li massacra alle frontiere e che li bracca perché dormono per strada, accogliendoli con gas e manganello per sbarazzare la vetrina turistica che è Parigi da questa gentaglia.

Probabilmente, molti di loro riusciranno ad ottenere i documenti e a farsi scannare per le vie legali dello sfruttamento del sistema economico francese, grazie a mobilitazioni più o meno cittadine. Molti altri continueranno a morire alle frontiere o resteranno nella massa di indesiderabili agli occhi del mercato e dello Stato, condannati alla miseria e la repressione.

Fino a quando esisteranno gli Stati e le loro frontiere, ci saranno degli indocumentati indesiderabili, fino a quando ci saranno guerre e continuerà lo sfruttamento capitalista, dei milioni di persone non avranno altra scelta che esiliarsi per sopravvivere. Fino a quando esisteranno i documenti, la cui sola ragione di esistere è il controllo del bestiame umano, la gestione degli inclusi e degli esclusi, certi avranno i “buoni” documenti ed altri i “cattivi”, ed altri ancora non li avranno affatto, essendo sempre gli Stati a gerarchizzare le vite umane secondo i propri criteri. E’ per questa ragione che allo slogan “documenti per tutti e tutte”, noi preferiamo questo slogan irragionevole, “né documenti né frontiere”, che non intende chiedere nulla agli Stati, auspicando piuttosto la loro distruzione, poiché non saremo mai liberi fino a quando ognuno e ognuna non potrà vivere come preferisce ed andare laddove le sue scelte lo portano.

D’altra parte, nessuno scappa alle grinfie del capitalismo. Gli sfruttati e le sfruttate si affrontano ovunque alla violenza dell’economia e dello Stato, ed è la stessa logica di sopravvivenza che uccide i nostri corpi e nostri spiriti a fuoco lento. E’ la ragione per cui vogliamo far saltare le barriere (e il linguaggio stesso forma la parte più visibile dell’iceberg) erette tra un “noi” immaginario e dei “migranti”. Uscire definitivamente dalla logica del “sostegno” che apporta un’assistenza ad un soggetto creato sulla base di una discriminazione positiva, incarnando la figura dell’oppresso per eccellenza. Poiché è proprio facendo di una molteplicità di uomini e donne un tutto omogeneo che si dimentica che hanno traiettorie ed idee differenti. Ed è proprio sulla base di tali differenze che possiamo condividere momenti di complicità e di lotta, poiché come ogni oppresso, un “migrante” può rivoltarsi contro la sua condizione o servire fedelmente i suoi oppressori per ottenerne dei vantaggi.

Noi apprezziamo e valorizziamo l’aiuto reciproco che comprendiamo come uno slancio del cuore ma, in una prospettiva liberatrice, questa forma di solidarietà non può sostituirsi alla necessità dello scontro con gli uomini e le strutture dello Stato, la polizia e il controllo. Non può insomma accomodarsi negli ingranaggi democratici, mettendo da parte con il pretesto dell’urgenza, l’insieme multiple e variegato di atti di rottura – o almeno che tentano di crearne una – con l’ordine esistente. In caso contrario, ciò contribuirebbe ad aiutare lo Stato nel suo lavoro di gestione, ad assicurare dei servizi in sua assenza, ad impedire che la situazione diventi realmente incontrollabile. Poiché è questo ciò che teme – e con ragione – lo Stato.


***

Ciò che ci muove è l’idea di un mondo senza Stato e dominazione, dunque concretamente la loro distruzione, così come l’idea di un mondo libero dal capitalismo, dunque concretamente la sovversione dell’insieme dei rapporti esistenti. Queste idee, a priori minoritarie, non sono un fagotto che apriremmo di tanto in tanto per rassicurarci o darci una speranza nel marasma quotidiano, esse costituiscono la nostra bussola.  Per quello che riguarda la rivolta, la rabbia, la ribellione, l’insubordinazione, nelle diverse forme in cui esse si esprimono, sappiamo che sono reazioni diffuse e numerose,  proprie dei diversi antagonismi che attraversano la società. Queste due parti di noi stessi sono inseparabili: non siamo disposti a mettere da parte le nostre idee per aggregarci, per esempio, ad un momento di lotta collettiva; e allo stesso modo non storciamo sempre il naso di fronte ad una lotta di cui non condividiamo necessariamente l’insieme dei mezzi e dei contenuti . “Io cerco una forza, poiché l’idea fa solo il suo compito. E se l’idea propone, la forza dispone”, diceva un rivoluzionario una volta. Secondo noi, questa – mal nominata – forza è la conflittualità sociale stessa, e si pone dunque la questione del nostro intervento all’interno di questa conflittualità.

Noi non ricerchiamo alcuna legittimità, poiché anche quando avviene indirettamente, è il  potere che differenzia ciò che è legittimo da ciò che non lo è. La legittimità è dunque il riflesso di una sottomissione all’autorità, e quella della maggioranza (la cosiddetta “opinione pubblica”) non è meno temibile. Poiché la legittimità è per l’opinione pubblica ciò che la legalità è per lo Stato, cioè la negazione dell’auto-determinazione delle nostre vite. Una rivolta legittima è incapace di sabotare i fondamenti della società, essa propone solamente una ridefinizione della società fondata sul mito di uno stato e di leggi più “umane”, di una giustizia più “giusta”, di un’economia più “ugualitaria” e attende un riconoscimento dall’”opinione”.
Lontani da ogni opportunismo politico, il nostro intervento in una lotta sociale deve farsi sulle nostre proprie basi: noi non lottiamo per “aiutare i migranti ad ottenere i documenti”, ma contro la dominazione degli Stati su tutti e tutte. Avere una presenza nelle strade non per esserne in testa, e nemmeno per offrire un servizio a chicchessia, ma per diffondere idee e pratiche insurrezionali, per avanzare nella prospettiva di una rivoluzione sociale.

Per poter governare, ogni potere ha bisogno di creare delle categorie e di produrre delle divisioni che gli sono utili, assegnando a ciascuno dei ruoli che costituiscono altrettante catene destinate a favorire la servitù e l’assoggettamento. Come abbiamo già detto, noi vogliamo far saltare le barriere instaurate dal potere ed è per questo che non è l’appartenenza per default di tale individuo a tali supposte comunità – siano nazionali, culturali o etniche – o categorie (immigrati, clandestini, indocumentati, devianti, fuorilegge, lavoratori, disoccupati, diplomati) a condizionare i nostri rapporti con loro, bensì  il modo in cui essi si relazionano a tali appartenenze. Ciò che conta per noi è l’impegno, le posizioni, le scelte e i rifiuti che adottano degli individui reali in delle situazioni particolari, così come le ragioni che li animano.


***

Qualche anno fa, in Francia, la “lotta contro la macchina delle espulsioni” aveva un vantaggio che la lucidità ci fa riconoscere oggi con amarezza come obsoleto: quello della chiarezza. Gli incendi volontari dei centri di detenzione amministrativa (quello di Vincennes, Mesnil-Amelot, Nantes, Plaisir, Bordeaux, Toulouse), le evasioni, le manifestazioni, l’appoggio agli accusati dell’incendio di Vincennes, i volantini, i manifesti e i molteplici attacchi, tutto questo - leggiamo oggi su un bollettino dell’epoca - non lasciava spazio ad equivoci: “o lottiamo contro i centri di detenzione e niente di meno che per la loro soppressione, come lo hanno sperimentato una parte dei sans-papiers a partire dalla loro situazione concreta, o desideriamo mantenerli”. La distruzione volontaria del centro di Vincennes ha “portato via con sé la sua vernice umanitaria: i reclusi hanno lottato praticamente per una rimessa in libertà pura e semplice, e non per un miglioramento di questa gabbia situata tra una scuola di polizia e un ippodromo”.
La questione della solidarietà poteva non solamente superare la semplice affermazione, ma anche proporre un altro percorso rispetto a quello del sostegno. Puntando l’insieme della macchina delle espulsioni e non i soli centri di detenzione, e esprimendo un contenuto chiaro che non si poneva in esteriorità, le azioni inserite nell’antagonismo diffuso potevano aprire un cammino a una solidarietà risolutamente offensiva.

Attualmente, almeno negli ultimi mesi, le nostre idee non hanno avuto abbastanza eco e non abbiamo contribuito sufficientemente con i nostri atti  a sovvertire una situazione che era potenzialmente ricca di possibilità. Non siamo riusciti a influire abbastanza affinché la rivolta prenda il sopravvento sulla logica del sostegno. D’altra parte – contrariamente agli anni riassunti qui sopra – gli atti di rivolta ai quali vogliamo esprimere una solidarietà offensiva sono stati rari.

Ma la rivolta è latente, a volte scoppia e non conosce frontiere come mostrano gli avvenimenti recenti: il 22 agosto dei migranti venuti dalla Grecia si scontrano con la polizia macedone alla frontiera tra i due paesi. Sebbene due giorni prima era stato dichiarato lo stato di emergenza, l’esercito e le forze speciali di polizia inviate sul posto non sono in grado di arginare la situazione. Coloro che riescono a passare prendono d’assalto la stazione di Gevgelija per recarsi in treno in Serbia. A Calais (Francia), la notte del 31 agosto, dopo l’arrivo del primo ministro, 200 persone corrono sull’autostrada d’accesso al sito dell’Eurotunnel e la bloccano. Il 3 settembre delle persone bloccano l’entrata del centro Jules-Ferry  (gestito dall’associazione La Vie Active) dove ha luogo la distribuzione dei pasti, protestando contro l’aiuto umanitario e le condizioni di vita nelle quali esse sono mantenute. Qualche giorno più tardi, al centro di detenzione di Saint-Exupéry vicino all’aeroporto di Lione, dei detenuti ammassano dei materassi e delle lenzuola e accendono un fuoco. Respingono le guardie, distruggono mobili e vetrate, mentre due persone salgono sul tetto per evadere. Nello stesso periodo a Roszke, in Ungheria, un migliaio di migranti forza un cordone della polizia rifiutando di essere condotti ad un centro di accoglienza ed identificazione nelle vicinanze. Una parte di loro scavalca una barriera per accedere ad un’autostrada che porta a Budapest e continuare il loro tragitto a piedi. A Bicske (Ungheria), dei migranti salgono sui treni pensando che si  dirigessero in Germania e rifiutano di essere deportati quando comprendono che questi treni hanno per destinazione dei centri di identificazione e di smistamento. Il 5 settembre, sull’isola di Lesbos, in Grecia, per il secondo giorno consecutivo dei migranti si scontrano con la polizia. Qualche ora prima, un migliaio di loro era uscita da un centro di accoglienza temporanea e aveva bloccato una strada dell’isola. Sempre a Lesbos, un migliaio di migranti si è raggruppato e ha tentato con la forza di salire un una barca in direzione Atene. Il 6 settembre a Valencia (Spagna), una quarantina di prigionieri del centro di detenzione si  ribella contro gli sbirri e riesce ad impadronirsi delle chiavi. Un gruppo cerca di evadere mentre all’interno dei materassi sono incendiati, del materiale distrutto e cinque sbirri feriti. Il 7 a Bedford, in Inghilterra, delle donne detenute nel centro di detenzione  Yarl’s Woos occupa il cortile e dichiara “Siamo nel cortile e protestiamo (…). Esigiamo la nostra libertà. Cantiamo per la nostra libertà. Gridiamo (…). Non vogliamo il loro cibo. Non vogliamo le loro attività. Vogliamo semplicemente la nostra libertà”.

Ogni settimana porta con sé il suo lotto di morti che ci torce le budella e ci spacca il cuore.  Di fronte a quest’orrore nel quale delle centinaia di migliaia di persone sono immerse, di fronte a questa guerra di tutti i giorni che costituisce il capitalismo, è la nostra rabbia contro questo mondo e la sua vita al ribasso che si acuisce di giorno in giorno. Ma, come è stato già detto in passato, noi non siamo solidali della miseria, bensì del vigore con il quale gli uomini e le donne non la sopportano: a la solidarietà nell’oppressione noi opponiamo la complicità nella rivolta. Allora, se con difficoltà troviamo delle prospettive offensive concrete a cui esprimere una solidarietà particolare, vogliamo credere che è possibile pensare a tali prospettive per esprimere un rabbia – che d’altra parte non ha bisogno di tali prospettive per esprimersi – che noi sappiamo essere diffusa, e che per questa ragione potrebbe aprire la via a dei momenti di scontro e rottura con l’ordine esistente. E durante questo percorso, una volta sbarazzati del racket politico, della vernice umanitaria, di questa putrida indignazione del cittadino “che si lamenta ma che vuole che il mantenimento del sistema” – vera chiave di volta della servitù democratica – si creeranno occasioni in cui la solidarietà potrà acquisire una maggiore portata.

“Dire che nulla può cambiare, che non possiamo deviare la marcia del destino, è l’incentivo accordato a tutte le nostre debolezze”.

“Non esistono cose fatte, vie preparate, non esiste modo o lavoro finito, grazie al quale tu possa pervenire alla vita. Non esistono parole che possano darti la libertà: poiché la via consiste precisamente a creare tutto a partire da sé stessi, a non adattarsi ad alcuna via. La lingua non esiste ma tu la devi creare, devi creare il suo modo, devi creare ogni cosa: affinché la vita sia la tua”.


Non c’è alcuna buona ragione di attendere per compiere ciò che il nostro cuore e la nostra ragione suggeriscono, né movimento sociale, né appuntamento con la storia. Se rifiutiamo di rinviare la diffusione delle nostre idee e delle pratiche che ne derivano a ipotetici domani più propizi, sentiamo allo stesso tempo la necessità di contribuire a creare le condizioni che rendono possibile un capovolgimento dell’ordine sociale, un fatto sociale ancora sconosciuto, imprevedibile ma devastante.

Parigi 13 settembre 2015
 

SCONTRI AL CORTEO PER LA LIBERAZIONE DEL TERRITORIO MAPUCH




Gli scontri sono incominciati quando la colonna di manifestanti si è avvicinata al Palazzo della Moneda, luogo dove alcuni incappucciati hanno cercato di rimuovere le transenne metalliche che proteggevano il perimetro del palazzo presidenziale e la polizia antisommossa è intervenuta con getti d’acqua e gas lacrimogeni.
Varie migliaia di persone oggi hanno partecipato ad una manifestazione per la resistenza del popolo mapuche che è terminata con incedenti tra gruppi di incappucciati e la Polizia.
La mobilitazione, convocata da diverse organizzazioni mapuche della regione meridionale dell’Araucanía, cercava di mostrare che “il popolo mapuche continua a resistere degnamente al colonialismo oppressore dello stato cileno e al capitalismo distruttivo stabilitosi nel nostro territorio”, hanno dichiarato gli organizzatori.
Circa 5.000 persone si sono riunite nella centrale Piazza Italia e hanno incominciato a camminare per l’Alameda, il principale viale di Santiago.
Gli incidenti sono incominciati quando la colonna di manifestanti si è avvicinata al Palazzo della Moneda, sede dell’Esecutivo.
Alcuni manifestanti, in maggioranza incappucciati, hanno cercato di rimuovere le transenne metalliche che proteggevano il perimetro del palazzo presidenziale e la Polizia antisommossa è intervenuta con getti d’acqua e gas lacrimogeni.
I manifestanti hanno attaccato la Polizia con pietre, bengala e bottiglie molotov.
Le principali richieste degli organizzatori della manifestazione sono la “smilitarizzazione” dell’Araucanía e la libertà dei prigionieri politici, tutto nell’ambito del cosiddetto conflitto mapuche.
Alcune comunità indigene reclamo le terre che considerano ancestrali e che sono in mano di imprese forestali e agricole.
Il conflitto è sfociato nella morte violenta di vari comuneri, poliziotti e agricoltori, in attacchi incendiari a proprietà, boschi e veicoli, così come con varie decine di indigeni processati e condannati per questi fatti.
Patricia Lienlaf, portavoce dell’organizzazione Meli Wixan Mapu, ha detto a Radio Bio Bio che i mapuche stanno “recuperando di fatto i territori perché non c’è stata una volontà politica dello stato”.
“Si è cercato di dare una risposta solo processando i conflitti e reprimendo”, ha detto Lienlaf, che ha considerato che le conseguenze di questa situazione sono state “la prigione politica per i mapuche, violente perquisizioni e omicidi che continuano ad essere impuniti”.
12 ottobre 2015
Resumen Latinoamericano