14 dicembre 2016

RACCOLTA DI SCRITTI E COMUNICATI SULLO STUPRO AVVENUTO A PARMA IN VIA TESTI

Visto il dibattito che sta nascendo, la poca (e confusionaria) informazione e la palese difficoltà ad affrontare una problematica di questo tipo, ci teniamo a  pubblicare i vari comunicati usciti in riferimento allo stupro di gruppo avvenuto a Parma (nella sede della RAF) nel 2010; per chiarire in ogni sua parte ciò che accadde quel giorno, per prendere una posizione netta e delineare le responsabilità collettive e quelle personali.

In fondo alla pagina puoi trovare link ad altri siti dove poter leggere altri testi inerenti.
In continuo aggiornamento.
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Sui fatti di via Testi
Nel marzo 2015 apprendiamo dai quotidiani locali di un'indagine per stupro di gruppo (avvenuto
nel settembre 2010) che coinvolge alcuni esponenti della ex RAF (rete antifascista parmigiana).
Alcune di noi cercano da subito ma invano di prendere i contatti con la ragazza per evitare di
sostituirsi alla sua voce. Sappiamo che la denuncia dello stupro non è neppure partita da lei ma
nell'ambito di un'indagine per un petardo esploso vicino alla sede parmigiana di casa pound.
Iniziamo parallelamente un percorso di analisi, critica e autocritica, con la volontà di comprendere


i vari aspetti della vicenda che ci appare fin da subito molto complessa. Avviamo un confronto con
compagni e compagne a noi affini di altre città, in assemblee miste e separate. Vogliamo evitare le
ricostruzioni semplicistiche - ipocrite e strumentali. Vogliamo soprattutto andare alla radice di
queste problematiche ed estirparle, anche dalle nostre menti!



Noi quella sera in via Testi non c'eravamo e non abbiamo neppure visto i video girati (nonostante
facessimo quasi tutte parte del "movimento" già all'epoca dei fatti). Apprendiamo dai giornali che
la ragazza ad oggi si è costituita parte civile nel processo e che dichiara di essere stata drogata e
violentata. A noi non serve la certezza sulla completa consapevolezza della ragazza quella sera per
affermare che un abuso sessuale è stato comunque compiuto e condannarlo, indipendentemente
da ogni interpretazione giuridica. Già il solo utilizzo del video come "trofeo" è un abuso. Il
nominare con appellativi sessisti una ragazza con cui, casomai, si sarebbe dovuto istaurare un
rapporto di complicità e fiducia è un abuso. Crediamo che questo abuso sia stato il "frutto" di una
mentalità e un modo di comportarsi sessista e machista innegabilmente esistente nella ex RAF (e
non solo). Siamo anche consapevoli della gogna mediatica e giudiziaria a cui la ragazza è
sottoposta, e ovviamente la condanniamo: non crediamo alla giustizia dei tribunali!

Detto questo, non possiamo ignorare anche il grave comportamento avuto poi dalla ragazza che ha
coinvolto nella faccenda - accusandoli di violenza sessuale o complicità - almeno altre tre persone
(tra cui una compagna ai tempi a lei sconosciuta) completamente estranee ai fatti. Solo prove
schiacchianti (anche per lor signori i giudici!) hanno di fatto evitato a queste persone conseguenze
gravi per la propria libertà. È una questione di etica e non una "ostentazione di purezza".
Giustificare questi comportamenti e deresponsabilizzare una persona che ha subito un abuso,
vittimizzandola, è pericoloso, controproducente e avvalla un approccio paternalistico ed
infatilizzante.

Non è da trascurare, infine, la strumentalizzazione dell'intera vicenda da parte di sbirri, media e
neofascisti messa in atto con il chiaro intento di screditare l'intero "movimento". Ma questa
strumentalizzazione non può essere utilizzata come alibi da alcune-i per non riflettere e non
prendere posizione (ancora oggi) nel merito della vicenda.

Queste righe non hanno pretesa di esaustività: sono espressione dello stato attuale delle nostre
conoscenze e di preludio ad uno scritto più corposo ed approfondito che stiamo elaborando da
alcuni mesi. Auspichiamo momenti di confronto con chiunque (fuori da chiacchiericci e pregiudizi,
enfatizzazioni mediatiche e ansie giustizialiste) si ponga come obbiettivo principale
l'individuazione di strumenti duraturi per combattere e sradicare sessismo e machismo da ogni
situazione che voglia definirsi "di movimento"...

Parma, 7 dicembre 2016
alcune (persone) antifasciste parmigiane



Circa i fatti di Parma nella sede della RAF: come riparare 4 crepe prima che qualcosa si rompa per sempre.

QUI il link per il download in PDF

Nel settembre del 2010 in via Testi a Parma un numero imprecisato di individui (da 4 a 6) ha preso parte attivamente e/o come spettatore ad uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza, che da poco aveva compiuto diciotto anni.
La violenza è avvenuta su un soggetto totalmente incosciente, condizione che pare impossibile possa essere stata causata soltanto dal (poco) vino che lei ricorda di aver bevuto. Al momento dello stupro era incapace di dare il suo consenso o di opporre resistenza fisica o verbale. Lo sappiamo perché i suoi stupratori hanno ripreso la scena con un cellulare. Quello che si vede in quel video non lascia alcun dubbio in merito alla natura della violenza di cui sono colpevoli. Colpa, già di per sé terribile, aggravata dalla volontà di infierire attraverso la penetrazione coatta di un fumogeno.
Non avremmo voluto entrare così nel dettaglio; questo elemento tuttavia è importante dal momento che quell’oggetto, o meglio, la parola con cui viene identificato –fumogeno-, nei mesi successivi allo stupro è diventato il nomignolo dispregiativo con cui la vittima è stata chiamata. La ragazza del fumogeno non poteva davvero immaginare che i fatti di quella notte, mai denunciati per paura, vergogna o per incolmabile voglia di buttar tutto alle spalle e dimenticare; fossero diventati un fenomeno “virale”.
Quel video è stato visto da decine e decine di persone, guardato e riguardato fino a farlo diventare il simbolo della loro prevaricazione e della sua umiliazione, un osceno spettacolino di cui ridere o vantarsi.
E fin qui tutto male. Anzi malissimo… Eppure il peggio deve ancora arrivare, perché in via Testi a Parma non c’era un pub, una discoteca o un’abitazione privata e neanche un bosco oscuro e minaccioso o un vicolo buio e degradato di un quartiere pericoloso. In via Testi c’era un edificio come ce ne sono tanti nel nostro Paese. Quei blocchi tutti uguali che si confondono uno con l’altro… questo era diverso perché in quel blocco banale di cemento armato c’era la sede della RAF (la Rete Antifascista di Parma) ed i soggetti coinvolti in questa storia di orrore e violenza sono uomini e donne che appartenevano o frequentavano la RAF.
E qui qualcosa si rompe.

PRIMA CREPA
Siamo convinti che il fascismo non sia un’esclusiva della Storia identificabile nel ventennio del regime in Italia. Crediamo anche che i fascisti non siano soltanto i nostalgici di quell’epoca, perché il fascismo non è solo un partito, un regime del passato o una fazione politica a cui unirsi o contro cui lottare. Il fascismo è prima di tutto un’attitudine, un modo di pensare, agire, lottare e odiare. È fascista chiunque usi la propria forza per normalizzare e uniformare le diversità e opprimere le minoranze. È fascista chiunque usi la debolezza altrui per imporre con la violenza la propria volontà. È fascista chi discrimina in base alla sessualità, il genere, il corpo, la spiritualità, la religione, la specie o l’età.
Non possiamo oggi parlare di antifascismo senza condannare ogni sessismo o specismo, perché la lotta per la liberazione della donna e dell’uomo è una guerra per la libertà in difesa degli oppressi, degli animali e della Terra. Una guerra contro la disperazione, l’ignoranza e il potere che opprime.
Uno stupro è sempre e comunque un atto fascista, anche se chi lo commette si dichiara antifascista.
L’antifascismo non è soltanto un coro da urlare in “curva” o una toppa da cucire sul bomber. Essere antifascista è pensare e agire antifascista.
Chiunque stupra è un fascista e noi lo combattiamo in quanto fascista e stupratore.
Chiunque respira, si muove e parla dalla nostra parte della barricata, che si permette di avere atteggiamenti fascisti verrà combattuto in quanto fascista e stupido vacuo pezzo di merda. 
E nei giorni, settimane, mesi successivi alla violenza? La ragazza non denuncia alla polizia, non parla con nessuno; il video continua a girare, tutti lo guardano eppure nessuno VEDE la violenza. Gli uomini attorno a quel tavolo sui cui giaceva inerme la ragazza continuano a frequentare cortei, concerti, spazi occupati e autogestiti… E ridono, parlano, bevono birre, escono con ragazze, stringono nuove amicizie; nonostante giri un video in cui “fanno sesso” con una donna che sembra morta. Non pensano sia sbagliato e nessuno glielo fa capire. La ragazza non ha chiari ricordi, ma sa che quel gruppo di persone le ha fatto qualcosa di brutto, qualcosa che ha percepito come una violenza,e vuole sapere il perché di quel nome, vuole sapere perché i “compagni” di Parma (e non solo) la chiamano Fumogeno. È un amico a dirglielo, un amico che le dice: «è per quel video che gira, per quello che è successo quella notte…»

SECONDA CREPA
Se una donna o un uomo percepiscono un atteggiamento come fastidioso o violento è una molestia.
Se una donna o un uomo sono palesemente alterati perché sotto l’effetto di alcol o droghe non possono dare un consenso. Senza consenso è stupro.
Può capitare di sentirsi degradati o violati dopo un rapporto sessuale, anche se inizialmente abbiamo dato il consenso. Non sapere cogliere o ignorare i segnali del malessere altrui è violenza.
Se una donna prova piacere durante un rapporto sessuale, lo esplicita. La totale passività a volte è sintomo di un malessere che non riesce ad essere espresso. Il silenzio non equivale ad un consenso. Senza consenso è stupro.
Riprendere un rapporto sessuale senza consenso è violenza. Diffondere un video girato durante un rapporto sessuale (e a maggior ragione uno stupro) senza il consenso dei soggetti coinvolti è violenza.
E non importa se in altre situazioni abbiamo dato il consenso per rapporti di natura intima, sessuale o sentimentale. La violenza troppo spesso avviene all’interno di mura: muri domestici, muri di relazione e muri di appartenenza ad un gruppo sociale e ciò non la rende meno grave. Così come la moralità (intima e politica) di una donna non deve costituire un attenuante al sopruso di un uomo. Se non diamo il consenso e percepiamo una parola, un atteggiamento o un rapporto come degradante o violento è stupro.
E questo dovrebbe essere scontato per chi si dichiara antifascista e quindi anti-sessista.
Chiunque non comprenda questo e non distingua la differenza tra una donna che gode e gioca ed una donna che subisce una violenza, verrà combattuto in quanto fascista, maschilista e orribile vacuo pezzo di merda.
Lo stupro – ridotto ad un ridicolo spettacolo ad uso della miseria umana di uomini e donne a cui mancano non solo le basi teoriche, ma anche semplicemente il cuore e la testa di capire – sarebbe così rimasto impunito. Un peso schifoso ad esclusiva della vittima, che nel frattempo crolla emotivamente e viene travolta da una spirale di autolesionismo e disperata ricerca di affetto e calore; una spirale verso il basso, fatta di scelte sbagliate, di relazioni tossiche e merda intuibile e/o prevedibile anche senza bisogno di cercare su Google “disturbo post-traumatico da stress dopo una violenza sessuale”. Lei, sola, in balìa dei suoi demoni // gli altri, gli stupratori (e spettatori dell’orrore), in mezzo a noi.
Ma nell’agosto del 2013 un ordigno rudimentale scoppia a pochi passi dalla sede si Casa Pound a Parma e partono delle indagini che come prevedibile, vanno a colpire il movimento anti-fascista e anarchico parmense e delle zone limitrofe.
C’è chi dice che sia stata una soffiata, c’è chi dice sia stata proprio Casa Pound a fare la segnalazione o forse è stato il normale iter delle indagini. Poco importa il come, ciò che conta è il fatto che gli inquirenti sono venuti in possesso di quel video – che gli stupratori avevano realizzato e diffuso – e di un nominativo: il nome e il cognome di colei che troppi hanno chiamato la ragazza fumogeno.
Sola, con i suoi demoni, e un numero imprecisato di carabinieri che le fanno domande per ore e ore. Le chiedono quali sono i suoi rapporti con quel gruppo di uomini e donne che si trovano nella sede della RAF, le chiedono se li frequenta, se sono suoi amici, se sono suoi compagni.
No, non li frequenta.
Perché non li frequenta? Ha forse litigato? Le hanno fatto qualcosa? E lei ci è mai stata in via Testi? E cose le è successo in via Testi? Poi tirano fuori il video e glielo mostrano. E ancora domande. È lei nel video? Chi c’erano quella notte in via Testi? Iniziano a fare dei nomi. Lui c’era? E questo? Sicura che non ci fosse anche quest’altro? Alcuni sono stati identificati nel video. Si sentono delle voci. Di chi sono quelle voci?
Dopo ore interminabili vengono fuori i nomi di persone che lei ricorda nella sede della RAF il giorno dello stupro. E quanti… quanti di noi sarebbero realmente in grado, al di là delle nostre saldissime convinzioni, di reggere?

TERZA CREPA
Chiunque si dichiari “anarchico” dovrebbe rifiutare lo Stato, le sue Istituzioni e disconoscere la giustizia dei tribunali perché legale non equivale a giusto. Gli anarchici, quindi, non dovrebbero cercare di correggere i torti subìti rivolgendosi a chi le leggi le fa, le impone e punisce chi non le rispetta. Questo perché l’anarchia è auto-organizzazione ed auto-gestione, con il fine supremo del bene comune che dovrebbe superare l’interesse individuale.
Ma se per mantenere e garantire il bene di un gruppo, bisogna schiacciare altri individui, mettere a tacere il malessere e voltare le spalle agli ideali? Possiamo ancora definirci anarchici?
Se rifiutiamo quella legge sorda e cieca che viene imposta dall’alto e punisce chi non obbedisce, possiamo replicarne il modello imponendo la sterilità della teoria, a discapito dell’imperfezione dell’empatia, del buonsenso e dell’umanità?
“Chi parla con la polizia è un infame e nei nostri posti non ci deve mettere piede”
E allora chiediamoci perché i primi a VEDERE la violenza in quel video, che tanti compagni e compagne anarchiche avevano guardato, sono stati carabinieri e magistrati. Perché una ragazza che ha subìto una tale violenza si è trovata sola e impreparata “in mano” alle forze armate, addestrate e formate per gestire queste situazioni a loro vantaggio? Dove siamo state in quei tre anni che vanno dallo stupro al giorno in cui due pattuglie sono andate a cercare la ragazza a casa della sua famiglia? Perché al posto di diffondere il video, umiliarla, organizzare assemblee CON gli stupratori non è stato fatto muro attorno alla ragazza? Perché per salvare il gruppo si è deciso di abbandonare chi davvero aveva bisogno?
“Le persone fragili indeboliscono il movimento perché possono essere manipolate da sbirri e fasci”.
Crediamo invece che il movimento sia debole se non è in grado di accogliere e proteggere i deboli e gli oppressi. Crediamo che il movimento si indebolisca se si arrocca su teorie di purezza e integrità, senza essere capace di accogliere (e formare e informare) anche chi non obbedisce alle Sacre Scritture del rivoluzionario perfetto. Siamo fermamente convinte che non sia questo il momento di fare un processo all’integrità politica di chi ha subìto la violenza degli stupratori (prima) e dello Stato (poi), perché il suo agire non può far passare in secondo piano la condanna dello stupro e della violenza sessista perpetuata da chi si dichiara compagno, anarchico e antifascista. Se dobbiamo fare un processo politico allora facciamolo anche a chi ha stuprato e condiviso quel video, a chi l’ha chiamata fumogeno e facciamolo soprattutto a noi stessi. Noi per prime dovremmo metterci sul banco degli accusati e chiederci che cazzo avevamo in testa quando non abbiamo voluto prendere posizione perché “è stata violentata, MA…”
Durante quell’interrogatorio avvenuto anni dopo lo stupro, è stata redatta dai Carabinieri una deposizione, firmata dalla ragazza, con i nomi di chi lei si ricordava quella sera in via Testi. Tra questi nomi è stata tirata in causa una persona che ha dichiarato di essere all’estero all’epoca dei fatti e che poi è stata prosciolta dallo Stato. Degli altri nominati e convocati dalle Forze Armate come persone informate sui fatti, 4 uomini sono poi stati accusati e ora a processo (di cui uno all’estero che risulta irreperibile), perché identificabili nel video.
Ricordiamoci che stiamo parlando di una persona che non ha mai denunciato e non aveva nessuna intenzione di farlo, ma che si è trovata a doversi costituire parte civile di un processo per reato di stupro di gruppo. Non per un atto politico, non per un’azione del movimento, ma per violenza carnale con una manciata di aggravanti dal momento in cui era priva di sensi quando è avvenuta. A cui si aggiungono quattro persone accusate di favoreggiamento che, secondo gli inquirenti, hanno mentito per coprire gli stupratori o minacciato la vittima per indurla a negare la violenza subìta. Sono innumerevoli i messaggi di minacce e di insulti sessisti con cui è stata bombardata da quando sono partite le denunce. Troppe sono state le occasioni in cui è stata cacciata con violenza, senza la possibilità di essere ascoltata, da spazi occupati e autogestiti.
Per quanto si possa reputare grave il fatto di trovarsi “collusa” con la giustizia, non crediamo che la sua debolezza sia tanto grave da giustificare quello che è stato fatto nei suoi confronti. Per “vendicare” chi era stato convocato dalle Forze Armate o proteggere gli stupratori, infatti, è stata messa in moto una macchina spietata che si è alimentata di voci assurde, minacce e persino aggressioni fisiche nei suoi confronti. Nel darle dell’infame, nel trattarla da infame, è passato il messaggio che è più grave denunciare uno stupro che stuprare. Che sebbene lo stupro fosse avvenuto all’interno di uno spazio politico, risultava difficile prendere posizione perché lei ha fatto questo, detto quello e perché lei è… E noi non crediamo che chi la condanna per aver parlato con le Forze Armate, voglia questo. Speriamo vivamente che il movimento sia abbastanza maturo e lucido per distinguere le due cose e contestualizzare i fatti. Condannare la violenza senza se e senza ma e poi, in un’altra sede e coi giusti modi*, riflettere sul perché si siano creati i presupposti di ciò che è successo.
*I GIUSTI MODI: quanti di noi le hanno scritto o chiesto la sua versione? Quanti di noi l’hanno minacciata con messaggi anonimi o su Facebook per poi bloccarla e non darle la possibilità di parlare? Quanti di noi hanno diffuso le “voci” messe in circolo dagli accusati senza mettere in discussione la fonte? Quanti di noi hanno reputato più grave la presunta infamia di uno stupro? Quanti di noi attaccano la Giustizia dei tribunali per poi formulare le proprio accuse con le loro carte e i loro metodi? Quanti hanno chiesto di vedere il video perché “altrimenti non ci crediamo”? Ed è così che pensiamo di gestire la nostra giustizia all’interno degli spazi?

QUARTA CREPA
Alla base dell’antisessismo ci dovrebbe essere la forza di condannare qualsiasi forma di violenza ai danni delle donne in quanto donne. Ciò non significa difendere una donna per partito preso, ma condannare ogni stupro anche se fatto da “compagni”, amici o uomini che amiamo. Anche ai danni di una donna che reputiamo esecrabile, meschina o nemica. Anche se ci ha fatto del male. Una femminista non insulta un’altra donna per il suo aspetto fisico, per le sue preferenze sessuali o per i suoi appetiti erotici. Una femminista non usa espressioni violente e maschiliste ai danni di un’altra donna. Per quanto siano nobili le motivazioni, la violenza sessista (fisica e verbale) è per noi condannabile, inaccettabile e ci batteremo duramente contro di essa. 

Concludiamo.
Se anarchici vogliamo creare una socialità-altra all’interno dei nostri spazi libertari, rivendichiamo le nostre idee e i nostri corpi, rifiutiamo il ruolo delle istituzioni in ogni sua forma, combattiamo il braccio armato dello stato, tanto da chiamare lucidamente infame colui che denuncia un compagno; non possiamo che chiederci ora cosa abbiamo fatto negli anni in cui avremmo dovuto cercare le modalità di tutelare una vittima, coscienti del nostro ruolo, prima della macchina giudiziaria, prima della meraviglia di fronte al crollo emotivo di una donna. Sei anni di silenzio.
Eppure sapevamo bene che l’omertà è da sempre fedele compagna della violenza maschile.
Come possiamo definire libertario un luogo in cui può avvenire una violenza tanto grave da essere definita stupro, anarchico colui che perpetua atteggiamenti che condanniamo nella società patriarcale, fascista, omertosa e violenta? Come possiamo oggi definire questi spazi liberati e noi liberi?
Ciò che è accaduto a lei poteva succedere ad ognuna di noi. Messa da parte la teoria astratta, la marzialità di un codice e il superomismo celodurista che preferiamo lasciare a predicatori, soldati e bulli, non possiamo che essere orgogliose di lei e della sua forza, oggi, perché ciò che ha vissuto avrebbe forse annientato molte di noi. Quell’incredibile forza che sta dimostrando nel voler rivendicare il diritto a frequentare i nostri spazi e il suo coraggio davanti all’oscenità perpetuata nell’aula di Tribunale, dove si ritrova – davanti agli occhi dei suoi stupratori – a rivivere ogni istante, ogni sensazione, ogni ricordo legato a quella notte e alla sua vita intima passata e presente.
Ed è con la sua stessa forza, nella nostra unione, nella nostra voglia di lottare in nome della gioia, dell’ironia e della rivolta contro l’esistente che rivendichiamo la stessa urgenza che è dell’essere punk. Ci sarà il tempo dei comunicati ben scritti e dei percorsi a lungo, lunghissimo termine atti a rivoluzionare i nostri mondi – li stiamo già facendo così nell’intimo così come nei nostri spazi – ma ora è tempo delle parole urlate, della follia sgangherata dei tre accordi suonati con tutta la nostra forza, della bellezza imperfetta delle nostre anime in subbuglio, perché da sempre il punk ci ha insegnato ad usare il cuore, la testa per mettere in discussione e contrastare ogni tentativo di oppressione e subordinazione alla norma.
Ed oggi ci alziamo in piedi, ritti come chiodi che scintillano nella notte delle belle cose, insieme, contro la violenza avvenuta quella notte in via Testi, la vergogna di quel video diffuso e l’orrore di quel nomignolo. Contro il suo abbandono e l’incapacità di vedere il disagio di una donna. Contro l’omertà e il muro di silenzio. Contro i modi e il linguaggio adottati nei suoi confronti. Contro chi l’ha processata, condannata e punita basandosi su voci e fatti incompleti e di parte. Contro chi l’ha minacciata, aggredita, allontanata dagli spazi occupati usando la violenza…
Ed è contro tutto questo che aprendo la bocca è uscito questo urlo. 



LIBELLULE  SULLE  MACERIE

mi guardi. ti guardo. non abbiamo più parole.
siamo incazzatx, delusx, schifatx, angosciatx.
ti stringo forte. restiamo a letto ancora qualche minuto?
là fuori tutto è marcio o lo sta diventando.
dobbiamo vestirci, uscire, fare qualcosa.
fra poco, però. ora non ci riesco.
ti guardo a lungo e vedo la persona che amo.
penso ai ricordi che abbiamo accumulato, ai viaggi, i concerti, i cortei, le iniziative.
penso alle risate, ai litigi, ai silenzi e le riappacificazioni.
penso anche al sesso.
ricordi la t.a.z. in cui ci siamo conosciuti? quanto abbiamo parlato quella sera?
e la prima volta a casa tua... ma quanto eravamo tesx? sembravamo due adolescenti.
sorridiamo e ci aiuta pensare a tutto questo.
riflettere su quanto sia stato bello, all’inizio, scoprire i rispettivi percorsi fatti fino a quel momento.
ritrovarsi a parlare di CONSENSO, a metterlo in pratica senza mai sentirci arrivatx.
scoprire via via le violenze più o meno nascoste nelle relazioni, i pensieri, i comportamenti, le abitudini, la cultura. farci aiutare da video, libri, opuscoli, dal confronto con altre persone ed esperienze.

ci siamo costruiti uno spazio sicuro.
siamo libellule sulle macerie.
leggère solo fino a un certo punto.
i tuoi occhi gridano ciò che non vuoi più vedere.
e se il prossimo fossi io?
se una cosa simile capitasse a te?
o al contrario, se fossi io a mettere in atto una violenza senza nemmeno rendermene conto, percependola come giusta, come normale?

stuprarono una ragazza pochi anni fa.
accadde in un luogo come tanti altri che abbiamo frequentato.
con le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan, simboli e discorsi.
per casualità, avremmo potuto essere presenti a quella serata.
avremmo potuto essere completamente incoscienti, per il troppo alcool o lo droga assunta.
non in grado di badare a noi stessi, né prendere decisioni consapevoli.
magari essere solx, in quel momento, senza unx amicx a tenerci d’occhio e riportarci a casa, se necessario.
...

non voglio che certe cose si ripetano.
voglio tornare a parlare di violenze negli spazi che vivo. tornare a sentirne parlare.
voglio condividere un po' del mio tempo col tempo di altrx. un tempo sufficiente, un tempo adeguato, un tempo unico ed esclusivamente dedicato. un tempo non percepito come perso <<perché bisogna organizzare il concerto, l'iniziativa, perché ora non abbiamo tempo, perché ci sono cose più importanti,… >>.
bisogna parlarne. perché magari nessunx di noi è uno stupratore, ma esistono tante altre violenze che mettiamo in atto, più o meno inconsapevolmente. perché non possiamo capirlo finché nessunx ne parla. perché la storia di unx può far riflettere qualcunx altrx. perché non esistono compagnx senza macchia. perché i panni sporchi li laviamo in piazza.

ora dobbiamo alzarci, amore. vestirci ed uscire.
là fuori è tutto come lo abbiamo lasciato, come non vorremmo ritrovarlo.
ci da forza sapere che non siamo solx.
che guardandoci intorno scopriamo altri occhi come i nostri.
che gli spazi sicuri possono andare ben oltre i nostri letti.

Ancora sui fatti di Parma: cosa vuol dire essere vittime di abusi 
Parma: fuori i sessisti e cripto/fascisti dai movimenti
Parma: come usare le donne per criminalizzare spazi autogestiti e antifascisti
Comunicato della Sharp Milano

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