riceviamo e diffondiamo:
Esercitazione Odescalchi, un'altra lettura
Tra
il 19 ed il 22 giugno prossimo, nella zona di confine tra Chiasso e
Como, si svolgerà un'imponente esercitazione militare, denominata
"Odescalchi". L’esercito svizzero e quello italiano sono i due
protagonisti, ma a gestire l'incendio di un treno merci contenente
sostanze nocive e l'evacuazione della popolazione dall'area ci sono
anche i diversi corpi di polizia, le guardie di confine, la protezione
civile, i vigili del fuoco, ossia tutte le rotelle dello stesso
ingranaggio, che possiamo denominare repressione, guerra, controllo,
democrazia, Stato.
Naturalmente non poteva mancare la RUAG, azienda
elvetica produttrice di tecnologie belliche, fornitrice dell’esercito
svizzero ed esportatrice di armi. Le ferrovie svizzere (SBB-CFF-FFS)
collaboreranno, mettendo a disposizione il treno che subirà l’incidente.
Mentre per documentare il tutto, saranno presenti i media di regime,
l’RSI (radio-televisione della Svizzera Italiana), i quali già ora non
hanno mancato nell'elogiare l'esercitazione per il suo nobile scopo: la
protezione della popolazione.
In tempi resi incerti dai continui
allarmismi mediatici, la gente ha bisogno di sentirsi maggiormente
rassicurata e protetta, per cui eccoli, a mobilitarsi in 5'000 per
sbarcare nel mendrisiotto e mettersi in bella mostra nell'esercizio
della protezione civile.
La percezione che abbiamo noi è però ben
diversa, e nella loro retorica senza macchie e sbavature vi scorgiamo
crepe e specchietti per le allodole.
Abituarci alla nocività
Il
progresso industriale ci ha fatto ritrovare a vivere le nostre vite in
ambienti colonizzati dalle esigenze dell'economia di mercato e della
società tecno-industriale. L'aria si fa sempre meno respirabile e le
"superfici verdi" spariscono per fare posto all'urbanizzazione che
avanza. La Svizzera è riconosciuta a livello internazionale, almeno in
ambito turistico, come un’oasi di natura incontaminata. Montagne,
boschi, sorgenti da cui zampilla acqua fresca e pulita. Il turismo è
evidentemente una forma di marketing subdola tanto quanto schizofrenica,
che elogia vallate incontaminate ma si dimentica di qualche altro
piccolo dettaglio: di Beznau, la centrale nucleare con i suoi 47 anni di
produzione di scorie radioattive di cui tutt'ora s'ignora il modo con
cui smaltirle, del distretto farmaceutico basilese con il suo
inquinamento delle falde acquifere e dei suoli per i decenni di attività
di industrie chimiche e farmaceutiche (alcune delle quali di proprietà
di politici del governo elvetico) dei concimi, diserbanti e trattamenti
“fitosanitari” chimici spruzzati costantemente, senza i quali
l’agricoltura convenzionale moderna non può campare, delle sedi delle
multinazionali (da nestlè a novartis) che hanno più scheletri che soldi
negli armadi, degli assi stradali che ci regalano enormi quantità di CO,
O3, NO2, SO2, C6H6, PM10, PM2.5 e tante altre schifezze. Insomma,
l'isola felice non c'è. Non esiste più fiume o boccata d'ossigeno che
non contenga sostanze chimiche nocive e il funzionamento della società
tecno-industriale ha bisogno del loro continuo passaggio attraverso
l’Europa.
L'esistenza e l'impiego di queste nocività, nonché il loro
frequente traffico (anche da Chiasso) non viene messo nemmeno in
discussione pur davanti alla triste realtà che parla da sé: nei numeri
di tumori che colpiscono le persone, negli ecosistemi che spariscono,
nel cambiamento climatico in atto ecc. Anzi, attraverso questa
esercitazione militare provano invece a legittimarne e a tutelarne
l’utilizzo, fornendo alla popolazione una sensazione di rassicurazione.
Viviamo in un territorio riempito di nocività ma tutto è sotto
controllo!
L'ordine impartito è: ubbidire e sottomettersi alla nocività.
Esercitarci alla sottomissione
Sin
da piccoli/e siamo abituati all'obbedienza. Dai genitori, ai docenti,
ai preti, agli allenatori, agli sbirri... ci crescono inculcandoci
profondamente l’idea di dover ubbidire e sottostare a delle figure
autoritarie. L'esercito è anche tra queste, anzi, storicamente, quella
più ossessionata con l'ubbidienza e la sottomissione. L'uniforme non
tollera la discussione, impartisce comandi. D’altro canto, siamo stati/e
abituati/e a pensare di vivere in una società libera, capendo però che è
libera soltanto nella misura in cui ciò che siamo liberi/e di fare è
deciso da uno Stato autoritario. Sappiamo bene tutti/e infatti, che nel
caso dovessimo vivere un “evento eccezionale”, che sia una "catastrofe
naturale" o piuttosto un "attentato terroristico", le nostre libertà non
saranno più trattabili e il nostro vivere quotidiano sarà sottomesso ad
arbitrarie restrizioni: le "disposizioni emergenziali". Nell'ultimo
decennio lo stato di emergenza attuato dai regimi democratici europei,
cavalcando l’onda degli attacchi terroristici, attraverso le politiche
populiste, le campagne razziste (vedi l'attuale legge contro la
dissimulazione del volto detta “anti burqa”) contro i flussi migratori,
ha preparato un terreno fertile in cui la paura e l’insicurezza comune
fanno da concime ai semi del controllo e della militarizzazione del
territorio.
In un decennio, attraverso lo stato di emergenza continuo
con cui mediaticamente veniamo martellati/e dal quel lontano 11
settembre 2001, è stata costruita una formidabile accettazione popolare
alla militarizzazione del territorio e, senza più un vero fronte in cui
si combatte, la guerra è tra le nostre vite, nelle vie addobbate da
telecamere, è in un telefono controllato, in un’abitazione perquisita,
in un blocco di polizia, in un individuo sbattuto fuori da un treno al
confine, in migliaia di morti nei mari o nei campi profughi. I due
antagonisti sono il controllo e chi da esso vuole sfuggire e
combatterlo.
La libertà è un bene in concessione e non una condizione
che ci appartiene. L'Operazione Odescalchi è qui a ricordarcelo e ci
aiuta a interiorizzare la nozione per cui non sottomettersi non è un
opzione.
Ricordarci la repressione
Sbirciando
tra i contenuti dell’esercitazione, notiamo un inaspettato legame tra i
compiti che verranno svolti dai militari durante quest'ultima e una, se
non l'unica, situazione di reale "emergenza" prospettate a breve
termine dai maghi degli uffici di polizia della Confederazione. Si
aspettano, naturalmente, l'“invasione” di massa da parte di migranti
durante il periodo estivo. Guarda caso, negli ultimi mesi è stato anche
deciso, in ambito governativo, che in caso di una "crisi migratoria"
l'esercito potrà essere impiegato lungo le frontiere e già da subito le
reclute si stanno esercitando al fianco delle guardie di confine per
imparare e affinare le tecniche di raccolta d'informazione, di
controllo, di fermo e di arresto.
Durante quest’esercitazione, il
compito dell’esercito sarà principalmente quello della gestione degli
“sfollati” che dovranno lasciare le loro case a causa della pericolosità
della nube tossica creata dall’incidente. L'esercito sarà allora
chiamato a dover gestire grandi quantità di persone, riuscire a
spostarle e piazzarle in campi allestiti dai militari, mantenere
l’ordine e il controllo. Vediamo chiaro e netto il legame nelle finalità
dell'esercitazione e la situazione migratoria attuale. In soccorso a
questa nostra tesi, c'è l'allestimento, previsto a Riva San Vitale, di
un carcere in cui le reclute della scuola di polizia provvederanno a
rinchiudere i cosiddetti "sciacalli", ovvero persone che potrebbero
approfittare del caos momentaneo per provare ad appropriarsi di quanto
solitamente a loro viene negato.
Chiasso brucia, la popolazione
si trova a dover respirare le esalazioni tossiche di centinaia di litri
di gas butano esploso mentre piange le vittime, e lo Stato interviene a
ricordare qual è la sua funzione principale, allestendo un carcere ad
una quindicina di chilometri dall'incidente. La ragion di Stato è quella
che prevale e nella sua logica non può esistere soccorso senza
repressione, non ci può essere aiuto senza sottomissione. Ce lo
insegnano le politiche di "accoglienza", ce lo riconferma
un'esercitazione che davanti a una catastrofe annunciata, costruisce un
carcere per chi non starebbe ai giochi ma deciderebbe di ribellarsi.
Non
accettiamo le nocività che stanno distruggendo il pianeta, non
accettiamo l’intero sistema tecnologico industriale che le produce. Non
accettiamo la repressione, nemmeno quando travestita da salvatrice. Non
accettiamo le frontiere. Non accettiamo l'autorità.
NON ESISTONO DIVISE BUONE! NON ESISTONO FRONTIERE GIUSTE!
NO ALLA MILITARIZZAZIONE DELLE NOSTRE VITE E DEI LUOGHI IN CUI VIVIAMO!
anarchici/che