17 giugno 2015

ATTORNO ALLA LOTTA CONTRO LA COSTRUZIONE DI UNA MAXI-PRIGIONE A BRUXELLES


Attorno alla lotta contro la costruzione di una maxi-prigione a Bruxelles

Questo è un dossier sulla lotta contro la costruzione d’una maxi-prigione a Bruxelles, lotta cominciata alla fine del 2012 e tuttora in corso.
Una lotta specifica, contro una struttura concreta del dominio. Se non ci si vuole limitare a intervenire qui e là, cercando di rintuzzare i mille orrori che quotidianamente ci impone questa società, allora si può sempre prendere in considerazione la possibilità di scegliere uno dei suoi progetti più significativi e decidere di iniziare una lotta autonoma contro di esso. Per non disperdersi in troppi rivoli, per non fare da truppa a battaglie altrui.

Una lotta contro la repressione dello Stato, ma al tempo stesso contro una concezione della vita stessa e dello spazio urbano che la deve contenere. Messi in fila sotto gli occhi delle telecamere, chi nei raggi di un carcere e chi nelle corsie di un supermercato, detenuti e “liberi” cittadini condividono giorni e notti non troppo dissimili: sorvegliati nei percorsi, controllati negli spostamenti, registrati nei contatti, catalogati nelle richieste, sfruttati sul lavoro, alienati nei desideri, sedati dalla televisione.
Una lotta contro un obiettivo facilmente identificabile da tutte le «classi pericolose», ancora ben presenti nei quartieri della capitale belga, ma che è potenzialmente riconoscibile da (quasi) tutti. Perché con l’incremento delle misure securitarie, con l’inasprimento legislativo, la possibilità di finire dietro le mura di quella prigione rischia di conoscere ben poche eccezioni. E più una minaccia è indiscriminata, più l’interesse per la sua neutralizzazione può diventare generalizzato.
Una lotta capace di unire la chiarezza delle parole espresse in più maniere alla molteplicità dei fatti diurni o notturni, individuali o collettivi. Ricchezza che non conosce proprietari, a cui si può contribuire e da cui si può attingere liberamente. Senza giuramenti di fedeltà, senza tessere di partito. Perché lo scopo è di diffondere un metodo che è al tempo stesso una prospettiva, non di vedere esaudita una rivendicazione umanitaria.
Una lotta lanciata da chi non nasconde la propria ostilità permanente nei confronti di ogni forma di potere, ma ripresa anche da altri. Considerato come l’orizzonte istituzionale stia colonizzando l’intero immaginario umano, l’anarchismo oggi non rischia di godere di grande popolarità. Ma gli anarchici impegnati in questa lotta, da un lato non si trincerano nell’autoreferenzialità, ma vanno alla ricerca dei loro possibili complici; dall’altro non elemosinano consensi a chicchessia, conoscendo bene l’abisso che separa il desiderio di sovvertire questo mondo dal bisogno di riformarlo.
Mai confondere il crimine chiamato libertà con l’affare chiamato politica. Il primo ha bisogno di teste calde che si trovano solo in basso. Il secondo ha bisogno di buoni tutori che stanno solo in alto. E forse è proprio questa consapevolezza il migliore suggerimento che ci sta dando questa lotta ancora in corso.
[Febbraio 2015, trad. da la Cavale]


 Tutti in riga. Così ci vogliono, dal primo all’ultimo respiro. In riga nelle aule scolastiche, alle casse dei supermercati, sul posto di lavoro, incolonnati nel traffico, negli uffici della burocrazia, nei seggi elettorali… fino ad arrivare all’ultima riga, quella dei loculi nei cimiteri. Una intera esistenza trascinata così — muscoli scattanti solo negli inchini, cuori desideranti solo merci — nella sicurezza di una galera.
Perché è ad una galera che ormai assomigliano le nostre città, dove ogni spazio viene riprogrammato per essere sorvegliato, controllato, pattugliato. Gli abitanti sono come detenuti scortati dallo sfruttamento capitalista ed ammanettati dagli obblighi sociali, sempre sotto l’occhio di una telecamera, ad ogni passo; tutti con la stessa voglia di evadere da consumare davanti agli onnipresenti schermi.
La nostra è una società carceraria che promette benessere ma mantiene solo massacri, come dimostrano i sogni naufragati di chi tenta di entrarvi e i corpi bombardati di chi si ribella alle sue porte. A neutralizzare chi si prende la libertà di non elemosinare e di aprirsi da sé la propria strada ci pensano i vari legislatori, magistrati, gendarmi, giornalisti.
Se a Bruxelles è in costruzione una nuova maxi-prigione, ad Atene viene imposto un regime di reclusione speciale ai prigionieri più riottosi; se a Parigi viene posta la prima pietra al nuovo Palazzo di Giustizia, a Zurigo e a Monaco sono in programma altri mostruosi Centri di Giustizia e Polizia. Se i poteri si accordano al di là delle frontiere per applicare strategie controinsurrezionali, i laboratori di ricerca e l’industria della sicurezza accelerano per fabbricare la pace sociale. E dappertutto, dalla Spagna alla Grecia passando per l’Italia, la repressione si abbatte su chi si è macchiato del crimine più intollerabile: farla finita con l’obbedienza e spronare gli altri a fare altrettanto.
Ma le grandi opere della repressione non incontrano solo il plauso, il silenzio o la lamentela. Talvolta si scontrano anche con una ostilità risoluta e ardita, come sta capitando al più grande carcere belga in via di costruzione. Il suo cantiere deve ancora essere aperto che già la sua storia è costellata di azioni dirette contro tutti coloro che ne sono coinvolti, istituzioni pubbliche o aziende private. Dalla vernice ai sassi, dai martelli alle fiamme, dai danneggiamenti ai sabotaggi, è un universo d’attacco che straccia ogni codice penale, ogni calcolo politico, ogni accomodamento con lo Stato. E questa sete di libertà può diventare contagiosa. Ovunque.
L’ESSERE UMANO NON È NATO PER STARE IN RIGA, A CAPO CHINO, IN ATTESA DEL PERMESSO DI VIVERE. SOLLEVARE LA TESTA, ARMARE IL BRACCIO E SFIDARE IL POTERE: È QUI CHE INIZIA LA VITA, NEL FAR SALTARE TUTTE LE RIGHE.

 http://it.contrainfo.espiv.net/

LA FUNZIONE DELLO STATO - ADUNATA DEI REFRATTARI

La funzione dello Stato

 


Una delle superstizioni più diffuse del nostro tempo è che lo Stato sia una specie di provvidenza capace e disposta a soddisfare i bisogni, gli interessi e le aspirazioni di tutti coloro che, per numero, per ricchezza o per abilità, riescono a farsi ascoltare dagli uomini che ne esercitano il potere.
In un certo senso, ciò può essere vero per alcune categorie privilegiate che lo Stato può soddisfare a spese delle moltitudini diseredate ed operose. Ma non può mai essere vero né per la grande maggioranza né per la totalità dei cittadini. E ciò per due ragioni fondamentali: primo perché lo Stato non ha se non quel che riceve, o, per meglio dire, confisca ai sudditi; se restituisse a questi tutto quel che ha confiscato, la sua esistenza non sarebbe materialmente possibile; e se lo fosse, diverrebbe inutile. Secondo, lo Stato è sempre un organismo creato dalla minoranza privilegiata a difesa e tutela dei propri privilegi, e la sua missione non è già di estendere a tutti i benefici inerenti ai monopoli dei pochi, ma di assicurare a questi la parte maggiore e migliore dei frutti del lavoro di tutti.
Si comprende, quindi, che una minoranza di privilegiati — industriali, commercianti, banchieri, agricoltori, burocrati — ricorra allo Stato per ottenere vantaggi speciali: tariffe protettive, sussidi, agevolazioni e favori d’ogni specie. Lo Stato è, per la sua origine stessa e nell’interesse della propria conservazione, oltre che per le sociali inclinazioni delle persone che lo amministrano, sempre disposto a soddisfare queste esigenze. Di soddisfarle è appunto la sua funzione. Il loro costo non importa: sotto forma di tasse, d’imposte, carovita, confische e gabelle, lo Stato sa di poter sempre estorcere al grande pubblico, i cui oneri si riversano poi invariabilmente sulla parte produttrice della popolazione, quanto e più che non sia necessario a soddisfare le esigenze di questi gruppi privilegiati, per quanto enormi possano essere.
Ma quando allo Stato, in cerca di protezioni o di favori, si rivolgano le masse lavoratrici, la cosa è affatto diversa. Lo Stato non esiste mai, in nessun tempo, in nessun luogo e in nessun caso, per assicurare favori e protezione a questa più numerosa parte della società. Le masse diseredate hanno, in ogni Stato, la funzione inderogabile di produrre. Di produrre figli al minor costo possibile, cioè nelle più miserevoli condizioni materiali che siano disposte a tollerare, per la continuità della specie, per la continuità del regime, per la sicurezza dello Stato, per la sua gloria, per la sua grandezza, per le sue conquiste nel mondo. Di produrre ricchezza, cioè di lavorare assiduamente a fabbricare cose, a fecondare terreni, scavare miniere, solcare mari, costruire città, con assiduità instancabile, docili agli ordini del padrone, senza sussulti e senza rivolte, durante il più alto numero possibile di ore giornaliere, di giorni ogni anno, in compenso di mercedi il più possibile esigue.
Questa è la funzione delle masse diseredate in ogni regime autoritario; e se la religione esiste per persuaderle che il loro destino fu segnato da Dio, l’obbligo preciso dello Stato è di vigilare con la severità delle sue leggi, con la vigilanza dei suoi gendarmi, con la violenza delle sue armi, che non vengano meno all’esercizio normale e costante di questa funzione.
In regime schiavista lo Stato adempierà a questo suo obbligo, delegando al negriero autorità di vita e di morte sul lavoratore; mentre in regime capitalistico questa autorità sarà affidata alla sferza ancora meno pietosa della fame. Ma il risultato è il medesimo; e dove e quando alla sferza implacabile di questo negriero terribile il diseredato tenti di sfuggire, passando sopra ai sacri divieti della proprietà privata, l’ordine capitalista gli avventa contro la mole immensa delle sue leggi penali, lo afferra e lo scaraventa nei suoi ergastoli espiatori, i quali, in pieno secolo ventesimo, ricordano fedelmente le origine schiaviste della società contemporanea.
Si dica borghese, si dica socialista, si dica comunista od altro, questa è la funzione dello Stato. Le denominazioni, i programmi, le pretese umanitarie, le concessioni superficiali, non hanno mai potuto e non potranno mai fare altro che mascherarla con maggiore o minore insuccesso.
A qual pro, allora, invocare dallo Stato la protezione dei lavoratori, quando si sa che protezione non può dare, che non può in ogni caso dare a loro alcun sollievo, attenuarne lo sfruttamento, assicurarne il benessere, alleviarne la servitù o la miseria, perché lo Stato esiste appunto e soltanto per imporre ai diseredati questi flagelli, onde sia garantito al privilegio lo sfruttamento del lavoro?
Non diventa questa devozione dei lavoratori verso lo Stato, per cui non sembrano più capaci di muovere un passo senza chiedergliene il permesso, per cui non osano più elevare una rivendicazione senza invocarne il nulla-osta, per cui non ardiscono più sperare fuorché nella sua paterna tutela, non diventa questa universale adorazione dello Stato la più perniciosa delle catene che tengono le masse diseredate sottomesse allo sfruttamento del privilegio, e all’ordine politico che n’è il presidio?
E dove si dovranno cercare le molle del progresso sociale, gli araldi della libertà, il lievito ribelle dell’emancipazione sociale, se le vittime dell’ordine politico ed economico esistente non sanno più sperare in se stesse, se persistono nell’ignorare la propria forza, se non conoscono altra volontà che quella dei loro governanti, i quali sono, per scelta e per funzione, servitori fedeli del capitalismo dominante?
Bisogna che questa superstizione sia smascherata, sradicata dalle menti ottenebrate della moltitudine operosa, prima che il progresso sociale riprenda la sua ascesa.

[L’Adunata dei Refrattari, n. 24 del 15 giugno 1935]

TRENTINO: NUOVA INCHIESTA PER 270BIS E 280

Riceviamo e diffondiamo:

NUOVA INCHIESTA PER 270bis E 280 IN TRENTINO

Il 14 giugno, di ritorno dalla bella mobilitazione antimilitarista contro l'aeroporto di Decimomannu, quattro compagni sono stati fermati e perquisiti dalla polizia all'aeroporto di Bergamo.  Ad un compagno è stata notificata un'indagine per 270bis (associazione sovversiva con finalità di terrorismo) e 280 (attentato con finalità di terrorismo) per due attacchi avvenuti fra il dicembre e il gennaio 2014, il primo a Rovereto contro il polo tecno-industriale “Meccatronica”, il secondo a Trento contro il Tribunale di sorveglianza. In Trentino, come in altre parti d'Italia, si può dire che dal 2000 ad oggi, chiusa una e aperta un'altra, le inchieste per 270bis siano state permanenti.

La “novità” in questo caso è che al compagno gli sbirri volevano prelevare campioni di DNA. Essendosi rifiutato, gli hanno comunicato che verrà avviata la procedura per il prelievo coatto. A partire da quanto dichiarato da sbirri e magistratura sui fatti del 1° maggio a Milano, cioè la volontà di creare un archivio di tracce di DNA su quanto rinvenuto in strada, nelle ultime settimane i prelievi, eseguiti o tentati, contro compagni arrestati, sgomberati o fermati sono stati una costatante. Si può scommettere che tale pratica andrà ben oltre i fatti del 1° maggio.
L'altra “novità” è che titolare dell'inchiesta per le due azioni dirette avvenute in Trentino è la Procura di Trieste. Così si capisce il senso del summit fra digos e procuratori del Trentino, del Veneto e del Friuli avvenuto l'anno scorso. Il motivo per cui la giurisdizione è passata a Trieste è questo: per l'attacco al Tribunale di sorveglianza figurano “persone offese” i magistrati Arnando Rubichi e Ettore di Fazio, il che rende incompatibile la Procura di Trento.

Nel solidarizzare, come abbiamo sempre fatto, con chiunque attacchi il potere, facciamo notare un paio di cose. Al ruolo di cani da guardia del potere, i magistrati di sorveglianza (in particolare Rubichi) aggiungono uno zelo tutto loro, negando sistematicamente liberazioni anticipate, domiciliari e altre “pene alternative” ai prigionieri che ne avrebbero diritto. Zelo che in un solo anno ha provocato ben due suicidi nel carcere di Spini di Gardolo. Nell'ultimo periodo, i detenuti di questo carcere hanno dato vita ad una decisa protesta (battiture, lenzuola incendiate, bombolette del gas fatte esplodere nei corridoi) a cui l'Amministrazione penitenziaria ha risposto con pestaggi e isolamento, facendo intervenire i GOM.
Durante i saluti solidali di questi giorni, assieme ai riferimenti alle varie restrizioni (colloqui e telefonate limitate, divieto di usare il campo da calcio), la costante delle urla dei detenuti erano gli insulti verso Rubichi.
Sappiamo che quando ci fu il botto al Tribunale di sorveglianza i prigionieri esultarono. Qualche detenuto fu addirittura interrogato perché in corrispondenza con alcuni compagni.
Chi sono dunque le persone offese?

Non c'è inchiesta che possa soffocare l'azione diretta e la solidarietà.

Compagne e compagni di Trento e Rovereto

ATTACCO INFORMATICO ESTORSIVO ALLA PROCURA

da informa-azione.info
Dai media locali ("Messaggero Veneto" online, 11 giugno 2015) si apprende la notizia di un attacco informatico ai computer della procura di Udine, mediante una nuova versione di Crypt0L0cker (nel mirino dell’attacco informatico sono finiti gli uffici giudiziari di tutta Italia e diversi altri enti pubblici e privati).
Il virus ha raggiunto in questi giorni i computer di due magistrati friulani con un obiettivo preciso: agganciare tutto quel che c’è nell’hardware (vario materiale giudiziario), criptarlo e tenerlo sotto “sequestro” fino a riscatto ottenuto, cioè fino a quando i magistrati non verseranno tra i 300 e i mille euro, la somma generalmente chiesta per ottenere la restituzione del file (che comunque molto spesso nei casi analoghi precedenti non sono stati restituiti).
Il click esercitato dal ricevente per aprire il link presente nella mail basta a mandare in tilt il sistema, bloccandolo e oscurandolo irrimediabilmente.

MIGRANTI A TIBURTINA VALLEY - CONSIDERAZIIONI DI UN COMPAGNO

Fonte
da hurrya.noblogs.org

L’11 maggio scorso, venivano sgomberate circa 400 persone da una baraccopoli in via delle messi d’oro a Ponte Mammolo, quartiere nel quadrante nord-est di Roma.
Lo sgombero è avvenuto di mattina presto, a venire avvisate sono state esclusivamente alcune associazioni che nel campo ci lavoravano e che hanno avuto l’accortezza di dirlo unicamente ai propri “assistiti”.
Prima una montagna di vigili urbani con le buone, poi i celerini con le bastonate ed infine le ruspe a seppellire sotto un cumulo di macerie gli averi di coloro che lì ci vivevano da più di dieci anni.
Una schiera di politici, pettinati e profumati, a farsi fotografare di fronte a quello che è stato, a detta loro, “lo smantellamento di un ghetto, dove vivevano in duecento, di diverse nazionalità, in condizioni insopportabili per una città come la nostra dove nessuno dovrebbe vedersi privato della dignità personale”.
Peccato però che in questo “ghetto” vivevano esattamente il doppio delle persone e che l’alternativa (il centro di accoglienza BAOBAB) proposta dal comune di Roma, “in cui veder rinascere la propria dignità personale”, ha una capienza di soli 100 posti, ma ne ha promessi 170.
Dormiranno quindi nel centro BAOBAB 174 persone stipate anche sul suolo del cortile esterno, con i vari obblighi che l’ ”accoglienza” impone.
Dormiranno quindi nel mezzo del parcheggio di fronte alla baraccopoli circa 200 persone, la maggior parte delle quali in transito, ossia che sono riuscite a non farsi prendere le impronte a Lampedusa e che vogliono evitare di farlo prima di riuscire a superare le frontiere del nord Italia.
Questa condizione impone loro di tentare di evitare la polizia, quindi molti di loro si ri-materializzeranno solo nel pomeriggio dopo lo sgombero, una volta accertata la ritirata delle truppe d’occupazione, delle ruspe e dei politicanti.
Coloro che parlano un minimo di inglese o di italiano sono pochi e chi detiene una buona conoscenza delle lingue riveste automaticamente una posizione di potere rispetto agli altri.
Parlando unicamente con chi si riesce a capire e non potendo avere altri strumenti di comprensione, è difficilissimo intendere quali siano scelte o posizioni collettive piuttosto che spinte individuali.
Sta di fatto che i tentativi embrionali di organizzarsi dal basso, non per mettere “una toppa” alla falla del problema dei migranti, ma per ingrandire la crepa, per creargli un problema che possa imporre loro di riflettere due minuti in più prima di uscire dalla questura in sella ad una ruspa, sono lenti e complicati.
Proposte di lotta, supportate dai pochi compagni e compagne che hanno scelto di affrontare e ragionare alla svelta in una situazione piovuta dall’alto, si concentrano nel creare un problema, i bisogni restano un ricatto forte e un’arma delle organizzazioni  umanitario/assistenziali.
Proposte che naufragheranno definitivamente contro lo scoglio delle promesse del sistema assistenziale che, con qualche giorno di ritardo, si fa vivo e, sbandierando ipotesi di sistemazioni dignitose, di assegnazioni di alloggi per “gli stanziali” (ovvero coloro che, trovandosi qui da più tempo, sono anche gli unici a conoscere un poco di italiano), inizia a far serpeggiare nel parcheggio degli sfrattati l’ombra delle catastrofiche conseguenze di reagire alla violenza dello Stato e lottare.

Ovviamente nessuna delle promesse fatte sarà mantenuta e quindi quel parcheggio si trasforma, grazie all’assistenza di varie associazioni umanitarie che spaziano da Prime, alla Comunità di Sant’Egidio, passando per la Caritas e i Cavalieri di Malta, in una piccola tendopoli che, all’ora dei pasti, si riempie dei vari senza-tetto di zona.

Questo è esattamente l’epilogo sperato da coloro che hanno effettuato lo sgombero: fare campagna elettorale sulla riqualificazione del degrado, buttare per strada 200 poveracci che tanto, col tempo e con l’aiuto delle associazioni, si troveranno un’altra baracca in cui stare.

I giorni passano, i ragazzi e le ragazze di transito, principalmente somali ed eritrei, vanno e vengono, ormai gira la voce che il posto non è più sicuro.
Molti iniziano a fermarsi direttamente nei pressi della stazione tiburtina, si tratta soltanto di qualche giorno, solo l’attesa di trovare o di farsi spedire i soldi del biglietto per il treno verso il nord.

Intanto nelle sfarzose stanze del parlamento europeo si litiga sulle quote di distribuzione dei migranti, si discute di distribuirsi 20.000 persone dall’Italia e 15.000 dalla Grecia. Numeri, ovviamente solo numeri per loro, numeri che, tra l’altro, non rappresentano che una briciola dei 500.000 profughi disposti a sfidare la morte per fuggire da quei territori resi infernali dalla sete devastatrice creata dal nostro “benessere occidentale”.
Eccoli i “nostri politici”, tutti puliti e profumati, prepararsi al vertice europeo del 25 e 26 giugno.
Di sicuro saranno tutti d’accordo a rafforzare con altri 60 milioni di euro la Frontex, l’armata di difesa delle frontiere europee. Tutti d’accordo anche a finanziare l’UNHCR nell’espellere i profughi per reinsediarli nei campi esistenti nei “paesi terzi”.
Intanto l’accordo non si trova ed in Germania ci sono i preparativi per accogliere i 7 Grandi signori della terra, quindi al diavolo il trattato di Schengen, frontiere sigillate.
Questo è il motivo per cui alla stazione di Milano e a quella di Roma Tiburtina la situazione inizia a farsi fastidiosa, le immagini di ragazzi e ragazze nere che si lavano alle fontanelle della stazione stonano negli schermi dei nostri televisori lcd. Bisogna trovare il modo di cacciarli in dei luoghi più remoti della città, si tratta, esattamente in linea con la proposta europea di istituire dei campi profughi nei “paesi terzi”, di mettere la polvere sotto il tappeto, di rendere invisibili gli indesiderati.
Ecco quindi le motivazioni che si celano dietro il rastrellamento di polizia del pomeriggio dell’11 giugno alla stazione Tiburtina a Roma. Centinaia di poliziotti in assetto anti sommossa a rincorrere, con i manganelli in mano, coloro che momentaneamente avevano trovato riparo sotto i ponti della tangenziale che sormonta la stazione. L’”ottimo” risultato della giornata saranno 18 persone fermate e più di 300 migranti che sono scappati verso il centro BAOBAB.
L’assessore alle politiche sociali di Roma Capitale, all’indomani del rastrellamento sosterrà: “Stiamo arginando, per quanto possibile, i disagi alla popolazione attraverso i servizi della sala operativa sociale del Comune, insieme al II Municipio, alla rete del volontariato…”.
L’indomani due camionette di celere si presentano davanti al centro BAOBAB, si ricomincia la fuga. La polizia sostiene che i migranti non dovrebbero sostare all’esterno del centro, all’interno parlano di un passaggio diurno di circa 700 persone (ne potrebbe accogliere dignitosamente un centinaio). La polizia se ne va, i ragazzi e le ragazze tornano ad affollare i marciapiedi di via cupa. Gli operatori del centro dicono che per il 16 giugno, giorno in cui dovrebbe cessare il blocco del trattato di Schengen, la situazione dovrebbe tornare alla “normalità”.
Ma in cosa consiste questa “normalità” del centro BAOBAB e perchè alcuni ragazzi eritrei che abbiamo conosciuto dopo lo sgombero della baraccopoli non hanno mai accettato un posto letto all’interno di questo centro. A loro dire le condizioni igieniche dei bagni e dei materassini sono indecorose e, come se non bastasse, il boss del centro Daniel Zagghai chiede anche un “aiuto” economico agli ospiti.

Per avere ulteriori strumenti di analisi dobbiamo fare un salto nel passato.
All’alba del 18 Agosto del 2004 venne sgomberato quello che fu chiamato dalla stampa Hotel Africa, “Kerba” da chi lì ci viveva, una sorta di villaggio composto da più di 500 migranti di diversa provenienza creato all’interno di un plesso abbandonato delle FS.
Al suo interno c’erano spazi di socialità completamente autogestiti dagli immigrati, nel contesto di una situazione precaria, con la luce assicurata dai generatori, pochi bagni per tanta gente e l’acqua per lavarsi scaldata sui fornelli.
Tutto questo, secondo il lessico veltroniano, doveva essere trasferito, ufficialmente per assicurare una sistemazione più dignitosa ai richiedenti asilo. Ufficiosamente perché l’Hotel Africa andava demolito nell’ambito del progetto del nuovo snodo dell’Alta Velocità della stazione Tiburtina e di interramento della tangenziale est. L’operazione di trasferimento, le cui modalità furono coordinate da Luca Odevaine (all’epoca vice-capo di gabinetto di Veltroni e personaggio di spicco all’interno dell’inchiesta denominata “mafia capitale”) riempì il sindaco di orgoglio: “È un risultato importante per la città, perché rappresenta un esempio di civiltà. Da oggi Roma realizza un modello innovativo d’accoglienza”.

Fu proprio per accogliere duecento sfrattati del Kerba che l’ex vetreria di via Cupa fu trasformata in un centro di accoglienza, il Baobab, che il comune diede in gestione al consorzio Eriches di Salvatore Buzzi (altro personaggio di spicco all’interno dell’inchiesta denominata “mafia capitale”).
Già dal primo ottobre un centinaio di eritrei scapparono dal centro e tornarono ad occupare una vecchia scuola in via della Bella Villa. Il perché lo spiegò Manuel: “Come faccio a vivere con un pasto al giorno? Perché alle nove di mattina devo essere messo alla porta e tornare dopo le sei? Perché non posso cucinarmi una colazione? Perché devo andare in giro con un solo vestito senza la possibilità di fare niente?”.

Questa la genesi della “normalità” del centro BAOBAB, questo il motivo per cui molti ragazzi e ragazze si sono rifiutate di andare a dare i soldi a Daniel Zagghai.
Tra l’altro, quel “nuovo modello di accoglienza” di cui parlava Veltroni la mattina del 18 agosto 2004, aprì le porte, nel settembre del 2005, di un altro centro di accoglienza sito sulla via Tiburtina, il centro di via Scorticabove; centro che sarà la scintilla che provocherà l’esplosione della prossima “emergenza” in questo quartiere.

Questa casa d’accoglienza fu creata per “ospitare” i resistenti del Kerba, profughi sudanesi che non accettarono il 18 agosto 2004 le soluzioni alternative proposte da Veltroni e che decisero di lasciare il capannone delle FS solamente un anno dopo, dando fiducia alla promessa che avrebbero potuto gestirsi la struttura in cui li avrebbero mandati. Conosciamo bene il valore della parola data da un politicante.

I rifugiati furono sbattuti in una palazzina a due piani in mezzo agli outlet e alle slot machine di una zona artigianale a San Basilio, all’epoca senza allaccio del gas, senza acqua calda e a volte anche senza quella fredda, data in gestione all’Arciconfraternita tramite il consorzio “Casa della Solidarietà”.
Oggi vivono in una sorta di autogestione non riconosciuta: “Qui dentro ci passano bicchieri di plastica, forchette e carta igienica. Al resto ci pensiamo noi: pulizie, cucina, spesa, biglietti dell’autobus”.
Il Comune di Roma sostiene che la convenzione con l’Arciconfraternita per la gestione del centro ha un costo di oltre 500mila euro l’anno.

Il 30 maggio scorso scadeva il contratto di affito dell’immobile, il Comune non ha intenzione di continuare a pagarlo e, dopo aver minacciato lo sgombero immediato, ha concesso da uno a due mesi di tempo agli “ospiti” per trovarsi una soluzione alternativa.

La Danesi, assessore alle politiche sociali la pensa così:”Se una comunità si aggrega ben venga ma non con le risorse dell’accoglienza. Il dipartimento accoglierà le persone che versano in uno stato di vulnerabilità psico-fisica. Molti altri, dopo dieci anni di assistenza da parte del sistema di accoglienza, ormai hanno trovato lavoro ed è ineluttabile la chiusura di un centro che da troppo tempo è gestito in regime di affidamento diretto e sembra fuori dalla possibilità di un effettivo controllo delle presenze da parte del dipartimento“.

Quindi, nonostante che i 5 milioni di euro usciti in 10 anni siano andati a finire nelle casse della proprietà dello stabile e dell’Arciconfraternita, le 120 persone che li vi abitano sono considerate responsabili dello sperpero delle risorse dell’accoglienza. Quindi, in un momento in cui la città sta per esplodere, si vogliono buttare in mezzo alla strada altre 120 persone.

Fortunatamente queste persone non ci stanno, anche se i due mesi di tempo concesso non sono una casualità, perchè effettuare uno sgombero ad agosto (come successe ai tempi dell’hotel Africa) è molto più semplice da gestire per la questura, gli abitanti hanno deciso di resistere, stanno facendo i picchetti e pensando a quali possono essere gli scenari futuri.

Di fronte alla volontà politica di continuare a creare ed a gestire l’“emergenza” migranti, gli abitanti di scorticabove hanno la loro proposta: «da li non ce ne andiamo».

Se il termine “emergenza” definisce un momento critico, quello dei migranti, fenomeno endemico di una società che trae il “benessere” dei propri privilegiati dallo sfruttamento devastante dei più poveri, è un problema sistemico. Ogni considerazione su tale questione, non può prescindere da una critica radicale del sistema che ci sfama. Questo ragionamento porta a comprendere quanti limiti abbia un tipo di approccio assistenziale. Le migliaia di progetti di integrazione, anche se in alcuni casi portati avanti da persone di buon cuore, in realtà sono utili a mettere delle “toppe”, sono parte della gestione dell’emergenza che, in un periodo di emergenze permanenti, vuol dire essere parte del sistema stesso.

Eccoci dunque di nuovo ad affrontare gli interrogativi che la realtà ci pone e ci porrà di fronte con sempre maggiore crudeltà. In un contesto che, per questioni sociali, linguistiche e culturali, è estremamente complesso, in che modo riuscire ad essere un serio problema per coloro che dalle emergenze ne traggono profitto? In che modo riuscire a scoprire le complicità che ci legano tra sfruttati talmente differenti? In che modo agire senza correre il rischio di scadere in dinamiche puramente assistenziali?

PARIGI: L'ANTIFASCISMO NEI FATTI - NOTA DI ATTAQUE

Nota di Attaque / 9 giugno 2015:
Qualcuno ha fatto quello che andava fatto: una risposta parziale all’omicidio di Clément Méric. Poco dopo la sua morte abbiamo potuto leggere rivendicazioni di attacchi con cui delle persone volevano prendere di mira tutto un mondo che produce, tra tanti altri orrori, il fascismo. Oggi leggiamo che altri hanno scelto di prendersela con uno dei responsabili diretti della morte del giovane compagno. In effetti c’è chi non si limita ad aspettare la giustizia di stato raccogliendo soldi per pagare gli azzeccagarbugli delle parti civili. Salutiamo la scelta di quei/lle compagn* che non si sono limitat* alla verbosità, le marce commemorative o la pubblicità attraverso video pieni di autocongratulazioni e autocelebrazione.
Senza grande sorpresa, nessuna informazione su quello che è accaduto (e, ancor peggio, nessuna dichiarazione di solidarietà con i/le due compagn* accusat*) è stata diffusa, per ora, dai siti antifascisti. In effetti è stato soltanto leggendo per caso i giornali che ci siamo imbattuti nella notizia. Per una volta che gli ”acta” seguono davvero ai “verba“…
Su questo blog non diffondiamo esempi di antifascismo se non quando ci sembrano andare nel senso dell’attacco a questo mondo di autorità e mercificazione. In pratica verso una rottura con l’esistente, non quando si tratta soltanto dell’espressione di una moda, di una contro-cultura di bande o di una stampella della democrazia. Ma per una critica più approfondita del modo in cui “gli antifa” hanno reagito alla morte di Clément Méric, vi rimandiamo volentieri all’ottimo testo “Riposa in pace sociale” [in francese].
Infine, al di là dell’augurio di un non-luogo per i/le due compagn*, poco ci importa sapere chi, concretamente, ha picchiato quel fascista. Il messaggio è chiaro e condivisibile da tutti i nemici di questo mondo. Noi lo condividiamo ed è per questo che le mani che stringevano quell’asse di legno erano anche le nostre, come lo sono quelle che, in mille altri modi, se la prendono con questo mondo.
Pubblicando queste informazioni, vogliamo metterci dalla parte dei due compagn* sotto accusa. E vogliamo, soprattutto, metterci dalla parte di chi, senza aspettare nessun’altra legittimazione che la propria rabbia e la propria determinazione, hanno fatto quello che andava fatto.
Solidali e complici!

NUOVI ARRESTI PER IL CORTEO ANTIFASCISTA DEL 24 GENNAIO A CREMONA

Riceviamo e diffondiamo:

Nella mattina dell'11 giugno, le questure di Cremona - Brescia - Bologna, hanno effettuato altri due arresti per la manifestazione in solidarietà con Emilio del 24 gennaio.
Non ci stupiamo che la repressione voglia spezzare chi nel quotidiano lotta contro l’esistente.

Una “buona notizia” è che Sbob, un ragazzo arrestato e rinchiuso nel Carcere di Cremona per gli stessi fatti a fine marzo (Tide, l’altro ragazzo, per ora è ancora in carcere), da pochi giorni è ai domiciliari senza restrizioni a casa sua.

Solidarietà agli arrestati! Libere e liberi tutti!

Aggiornamento ore 11:

Le accuse  sono di devastazione e porto ingiustificato di oggetti atti a offendere!

Mauro e Matteo liberi subito!

SABATO 13 GIUGNO - PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI BRESCIA DALLE ORE 15

MATERIALE SOLIDALE CON MARCO CAMENISCH IN VISTA DELLE GIORNATE DI SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE 20-22/06

FONTE
Riceviamo una raccolta di scritti e materiale solidale con il prigioniero ecologista radicale Marco Camenisch, diffusa dal Soccorso Rosso Svizzero | Soccorso Rosso Internazionale in vista delle giornate di solidarietà internazionale per richiederne la liberazione [20-21-22 giugno 2015].

Appello alla solidarietà [.pdf]
Pieghevole in versione stampabile [.pdf]



Segue una sintesi degli ultimi passaggi nella non-liberazione di Marco | da crocenera

A inizio dicembre 2014 è arrivata la sentenza sul ricorso che l’avvocato di Marco aveva fatto al tribunale federale di Losanna, contro la decisione di non consentirgli  l’uscita anticipata dopo aver scontato 2/3 della pena. Il tribunale nella sentenza scrive che essendo nel 2018 il fine pena, si dovrebbero iniziare percorsi di alleggerimento pena.

L’avvocato quindi ha scritto all’ufficio di esecuzione pena di Zurigo ( che si occupa della detenzione di Marco) riportando la sentenza del tribunale, nello specifico degli alleggerimenti pena, chiedendo quindi ora come sarebbero andate le cose.

L’ufficio ha risposto che nonostante la sentenza del tribunale federale, loro non intendono concedergli alleggerimenti.
Per motivare la decisione, si rifanno al rapporto stilato dagli psichiatri ( in Svizzera ormai è loro il potere decisionale per la liberazione) del medesimo ufficio, nel quale la valutazione che essi fanno è che Marco non è pronto a permessi o liberazione finché non cambierà la propria visione del mondo, il contorno di solidali che negli anni di prigionia si è creato, il non essere più ostile a incontri con loro ( Marco negli anni si è sempre opposto a incontri con gli psichiatri/psicologi) e accettarne il controllo sia dentro, sia in caso fuori dalle mura del carcere.
 

AGGIORNAMENTO SUL PROCESSOI CONTRO SILVIA, BILLY E COSTA

riceviamo e diffondiamo:AGGIORNAMENTO SUL PROCESSO CONTRO BILLY, COSTA E SILVIA
L’11 Giugno si è svolta presso il tribunale di Torino l’udienza preliminare, già rinviata una volta, che vede imputati Billy, Costa e Silvia con l’accusa di voler attaccare con esplosivo il centro di ricerche IBM a Zurigo.
L’udienza è stata rinviata per la seconda volta al 17 Luglio per una richiesta, da parte del giudice, di ulteriore documentazione svizzera.
RILANCIAMO LA LOTTA ALLE NOCIVITA’
silviabillycostaliberi.noblogs.org
resistenzealnanomondo.org

16 giugno 2015

RADIOCANE: IL NEMICO ALLE SPALLE - IL CANTO POPOLARE CONTRO LA GRANDE GUERRA. VOL.2 TOCCA PARTIRE

riceviamo e diffondiamo: 
 
Secondo episodio de Il nemico alle spalle, rubrica curata da radiocane e 
Lorenzo Valera sul canto popolare contro la Grande guerra.
 
Tocca partire. All’entrata dell’Italia nel conflitto, si muovono non 
solo milioni di poveri disgraziati mandati al macello da “quei 
vigliacchi di quei signori”, ma anche la macchina della propaganda che 
deve giustificare l’incipiente massacro. Vi partecipano “quei giovani 
studenti” che “la guerra han voluto” e “han gettato l’Italia nel lutto” 
e la schiera degli intellettuali interventisti. Alla loro stucchevole 
retorica si contrappongono l’istintiva consapevolezza popolare e le voci 
di chi dalle trincee maledice il “sovrano macellaro”.
 
.Interpretazioni originali a cura di Lorenzo Valera e Livia Brambilla. 
Per info e contatti: blukington.alekos.net
 
Ascolta qui il secondo episodio:
 
http://www.radiocane.info/il-nemico-alla-spalle2/

11 giugno 2015

SVIZZERA - INTERVISTA SULL'ATTACCO ALLA CENTRALE DI POLIZIA DI BERNA

FONTE

Riceviamo e diffondiamo la traduzione - realizzata da Marco Camenisch - di un'intervista pubblicata su Megafon lo scorso maggio, in merito all'attacco contro gangli della repressione nell'area di Berna nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2015.

Introduciamo l'intervista con il testo rivendicativo pubblicato su indymedia svizzera:


CH, Berna: un gruppo di incapucciatx attacca posto di polizia

[Berna] Comunicato sugli attacchi alle forze di Stato
Nella notte di sabato abbiamo attaccato la caserma degli sbirri presso Waisenhausplatz, la prigione regionale Amthaus Bern e le auto della polizia lì parcheggiate. Con la vernice, spray e vetri rotti abbiamo espresso la nostra rabbia contro questo sistema malato.
-Causa pregiudizi razzisti, le marionette delle forze di Stato ogni giorno arrestano e umiliano la Gente di Colore.
-Sempre di nuovo, nelle galere delle persone muoiono in circostanze “non chiare”. Come mercoledì scorso nella prigione regionale di Berna.
Queste sono due delle mille ragioni per organizzarci ed attaccare queste strutture del dominio.
Non finiremo di lottare finché queste condizioni patologiche non saranno superate e tuttx potranno vivere insieme liberx da ogni gerarchia. La libertà non si può comprare, come non si possono impedire le lotte.

Resistenza ad ogni struttura del potere!

No justice No peace Fight the Police





Segue l’intervista pubblicata da Megafon maggio 2015, giornale del centro sociale Reitschule, Berna:

“Punzecchiamo!”

Nella notte 20/21 febbraio, circa due dozzine d’incappucciatx hanno attaccato la caserma di polizia Waisenhausplatz. Ci furono dei danni ed un poliziotto leggermente ferito. Seguirono delle reazioni violente dei media, della città e dei vertici della polizia. Il quotidiano Berner Zeitung perorò l’applicazione del paragrafo sul terrorismo contro lx responsabili. Per questo fatto a fine marzo furono perquisite due case occupate.
Due delle persone che parteciparono all’attacco si sono dichiarate disponibili per un’intervista con il megafon. All’inizio del discorso ci tenevano molto a chiarire che parlavano come individui e giammai da portavoce del gruppo.

Megafon
: la nostra prima domanda: cosa volevate ottenere con la vostra azione?


Giò (nome cambiato)
: l’azione voleva dimostrare che è possibile procedere contro questo baluardo del potere con i mezzi più semplici. L’azione doveva anche stimolare la riflessione. E c’è riuscita.

M.: accettate coscientemente il ferimento di persone? O altrimenti detto: i danni alle persone è obiettivo dichiarato o un effetto collaterale imprevisto dell’azione?

G.: la nostra azione era pensata per fare dei danni ad alcuni palazzi delle autorità. L’immagine della plebaglia assetata di sangue che vuole uccidere dex poliziottx è un’invenzione dei media.

Rudi (nome cambiato)
: quando lo Stato illegalizza ed imprigiona le persone, toglie loro ogni autodeterminazione e non di rado le spinge al suicidio, per gli stessi media che aizzano contro di noi è solo un “fatto tragico” e nulla più.

M.: ci furono dei danni alle volanti parcheggiate, dei vetri spaccati. Se il vostro obiettivo è il maggior danno possibile e giacché siete in tantx, perché non capovolgere la carretta o addirittura bruciarla?


R.: non si tratta tanto dell’esatto ammontare dei danni, bensì del segnale. Il luogo è un simbolo importante. Infliggiamo delle punzecchiature. Naturalmente non possiamo fermare l’intero traffico di polizia oppure fare tutto a pezzi.

G.: se avessimo dato fuoco alla carretta ci sarebbe stato un importante pericolo per terzi. Se la carretta salta in aria e ferisce i pompieri in azione, non sarebbe affatto il risultato che vogliamo.

M.: interessante – ma allora dove tracciare la linea rossa su quale pericolo accettate per chi? Ai pompieri nulla, ax poliziottx invece sì?


R.: un momento: era un attacco al palazzo principale dell’istituzione di polizia della città di Berna. Contro la polizia come rappresentante del sistema, dello Stato. Poiché protegge il sistema, ed esercita direttamente e fisicamente la violenza del sistema! Quando uno dei poliziotti fu ferito ci siamo solo difesi dalla minaccia di un arresto.

G.: con il suo “sì” per la polizia, il poliziotto ha deciso da quale parte stare. Perciò si può tranquillamente attaccarlo, è OK. Assume volontariamente la funzione di polizia, dunque rappresenta questo sistema di dominio. Avrebbe potuto scegliere anche un altro lavoro, come gran parte della gente.

M.: allora attaccheresti unx poliziottx anche nel suo tempo libero, quando non è in servizio?

G.: se incontro unx poliziottx in privato, con sua figlia per mano, non lx attaccherei mai… ma appena porta un’arma e la divisa è chiaramente nella posizione di difensore dello Stato.

R.: e poi, in questo caso la polizia veniva per attaccarci. Anche noi non siamo la facciata di un palazzo… siamo persone che non amano farsi agguantare e subire violenza. La polizia si deve chiedere come mai considera normale la propria violenza, per poi chiamarci terroristi solo perché abbiamo colorato la facciata di uno stabile.

G.: l’azione non era mai pensata per attaccare concretamente delle persone, bensì si trattava del palazzo.

R.: fino a dieci anni fa non ci sarebbe stato un tale tam tam mediatico per un fatto simile.

G.: ridicolo – lanci di bottiglie contro un palazzo o la polizia blindata sono un atto terroristico inammissibile? E la violenza che quotidianamente ammazza le persone alle frontiere, la violenza che ogni giorno fa morire 100.000 e passa persone di fame, non è che un fatto fatale?

M.: nel vostro comunicato poco dopo l’azione vi siete riferiti alla morte di un 24enne nel Amtshaus. Ma fate qualcosa per migliori condizioni di detenzione, organizzate chi è in prigione o buttate solo bottiglie con la vernice?

R.
: non lotto davvero volentieri per delle migliori condizioni di detenzione, poiché il problema è il sistema carcerario. Pochx si accingono a giudicare altrx ed a buttarlx in galera - un enorme atto di violenza! Anche se è sicuro che non abbiamo conosciuto questa persona in particolare, la sua morte ci dimostra che le condizioni di detenzione nel carcere regionale di Berna sono davvero infami -rinchiusx per 23 ore, solo un’ora all’aria aperta- le galere dell’orrore non le dobbiamo cercare all’estero! Le persone sono private d’ogni misura d’autodeterminazione.

G.: inoltre, negli ultimi tempi nelle galere svizzere ci sono stati un sacco di morti. Le persone non ce la fanno più là dentro. E poi la gravità del delitto del 24enne: era dentro per reati contro il patrimonio! Anche per questo quella notte abbiamo attaccato la galera. Ma l’azione sarebbe avvenuta anche senza quella morte. Vogliamo superare l’intero sistema. Ecco perché facciamo queste azioni. Ammesso e concesso: certamente è anche la nostra impotenza a farci agire in tal modo, poiché i cambiamenti che desideriamo sono semplicemente ancora molto lontani a venire.

R.: le riforme in queste istituzioni violente non servono a nulla! E’ certamente positivo se ci sono dei miglioramenti nelle condizioni di detenzione, ma alla fin fine dev’essere distrutto l’intero costrutto.

M.: pensate davvero che con queste azioni si possano cambiare le condizioni in positivo?

R.: sì, con tali azioni si crea una certa propagazione…

M.: …ma i media reagirono in modo distruttivo a quest’attacco!

R.: ma non si tratta solo di quel che riportano i media, bensì della percezione generale dell’azione. Si deve considerare che, tuttavia, esistono anche delle persone che hanno scelto questo cammino per esprimere il proprio rifiuto.

G.: attacchiamo simbolicamente il sistema. E realisticamente non contiamo su delle notizie positive dei media. Inoltre ce ne freghiamo proprio. Forse, se la prossima volta attacchiamo l’ufficio delle tasse, otteniamo risposte più positive (sogghigna)… la gente in galera ci ha sentito, ha fatto casino, la nostra azione è piaciuta.

M.: “Causa pregiudizi razzisti, le marionette delle forze di Stato ogni giorno arrestano e umiliano Gente di Colore.”, dice il comunicato. Non sarebbe meglio attaccare le istituzioni e non le marionette?

G.: abbiamo attaccato le istituzioni, la caserma di polizia. Chiaro, è primariamente la forza esecutiva. E certamente anche la prigione lo è. La prossima volta possiamo attaccare ben volentieri anche il palazzo del governo federale svizzero (ride). Lx poliziottx sono coloro che son sul posto, che esercitano direttamente la violenza. Ecco perché anche loro sono degli obiettivi legittimi. Se le marionette vengono per fermarci, noi le cacciamo se riusciamo.

M.: come reagire all’eventuale repressione? Siete preparatx?

R.: (forte, con mezza risata) me ne frego!

G.: si deve sempre essere preparatx alla repressione. Finora abbiamo trovato il giusto rapporto con le autorità: niente cooperazione, in assoluto. E se capita che mi arrestano, allora fa parte del rischio dell’impegno.

M.: come mai iniziate e finite tali azioni alla Reitschule?

G.: non è vero che queste azioni avvengono sempre partendo dalla Reitschule. Se pianifichiamo queste cose vediamo sempre di agire partendo da un luogo dove meglio poter poi sparire. Per questo la Reitschule è certamente migliore di altri luoghi. E penso che la Reitschule fu una conquista! Dove si trattava da sempre di un rifiuto radicale delle strutture dominanti! E se la Reitschule non è più un luogo di lotta, allora non ha più alcun senso.

R.: inoltre: se si tratta di attacchi alla polizia ci si deve rendere conto dei posti dove negli ultimi mesi c’erano questi attacchi, cioè in molti altri luoghi… dove per nulla si può accollare la responsabilità alla Reitschule. E per quanto ne sappiamo, in tali attacchi non ci furono mai dex poliziottx feritx, e la polizia non accorreva mai, oppure non se ne rendeva conto.

M.: ma non avete anche altre forme per esprimervi politicamente oppure buttate solo sacchetti con la vernice?

R.: la lotta si svolge sempre su diversi livelli. Le azioni militanti come questa non escludono affatto altre azioni. Facciamo affidamento sul fatto che, per esprimere la propria critica, molta gente opera con i più svariati tipi d’azione. La nostra era una tra questi.

G.: il parlamentarismo non lo consideriamo una strada legittima poiché, partecipando ai lavori parlamentari, si riconoscono di fatto le regole imposte dallo Stato.

M.: cosa pensate della resistenza nonviolenta? Di Martin Luther King? Mahatma Gandhi?

R.: l’uso della violenza dipende dalla situazione ed è una decisione individuale. Ma la resistenza nonviolenta non mi disturba affatto.

G.: purtroppo questa raggiunge subito, ma proprio subito, i suoi limiti poiché, quando la resistenza pacifica inizia a mettere in questione il sistema, l’apparato statale colpisce con tutta la sua durezza. Ed allora, la resistenza non può rimanere pacifica, pena l’essere smantellata del tutto.

APPELLO PER GIORNATE DI SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE CON MARCO CAMENISCH - 20-22 GIUGNO 015


da Soccorso Rosso Svizzera

Appello per iniziative internazionali di solidarietà. Marco libero!

Noi –Soccorso Rosso Svizzera e Soccorso Rosso Internazionale- lanciamo un appello per una Tre giorni solidale dal 20 al 22 giugno 2015 a sostegno di Marco Camenisch, dal 1991 ininterrottamente detenuto in Italia o in Svizzera.

Marco è un rivoluzionario eco-anarchico con una storia politica che risale agli anni ’70. È stato incarcerato una prima volta in Svizzera per attacchi dinamitardi contro cavi dell’alta tensione, riuscendo poi ad evadere. Solo dopo anni di clandestinità, durante un controllo di polizia, è stato arrestato in Italia nel 1991 e vi è rimasto detenuto fino al 2002. Nel 2002 è stato estradato in Svizzera, dove, da un lato, aveva da scontare il resto della pena inflittagli con la condanna iniziale, oltre a subire un ulteriore processo sempre per attacchi dinamitardi contro cavi dell’alta tensione, dall’altro, veniva condannato per la morte di una guardia di confine. Accusa, quest’ultima, da lui sempre respinta.

Durante questi 24 anni di carcere, Marco non ha sconfessato la sua identità politica, comunica con numerose persone in tutto il mondo e contribuisce a iniziative politiche, supportando cosi il  processo  rivoluzionario al di là  delle sbarre della prigione. Tutto questo é  malvisto  da parte  delle autorità  preposte ad un  eventuale allentamento  delle sue condizioni  di restrizione. Senza posa rifiutano di liberarlo, motivando la scelta con il fatto che egli ha una «concezione del mondo che promuove delinquenza». In sintesi:  non esce di prigione perché è e resta anarchico. Questa argomentazione viene costantemente ribadita sia dall’Ufficio competente per l’amministrazione penitenziaria del cantone di Zurigo, sia dai giudici, quando si tratta di prendere una decisione in tal senso.

Un fattore di questo conflitto è, indubbiamente, la sua identità politica. Gli attacchi contro Marco devono essere  compresi entro  il conflitto politico  generale: lo Stato borghese  vuole dare un esempio del trattamento applicato contro un prigioniero irriducibile nella sua lotta (come hanno fatto e stanno facendo con altri prigionieri di lunga pena, quali Mumia Abu-Jamal o Georges Ibrahim Abdallah, per citarne alcuni, che non vengono liberati in quanto continuano a difendere la loro identità politica) sperando con ciò d’intimidire soggetti combattenti.

Un altro elemento, specifico nel caso di Marco, è il ruolo assunto in modo crescente dalla psichiatria forense nel sistema penitenziario. Mentre in altre circostanze legate a prigionieri di lunga detenzione le ragioni addotte sono apertamente politiche (come per quanto riguarda Georges Ibrahim Abdallah), per Camenisch l’Ufficio per il sistema penitenziario ricorre a una tesi esplicitamente psichiatrica. Il maggiore responsabile in materia è Frank Urbaniok. L’attacco politico viene così mascherato con il linguaggio psichiatrico, utilizzando concetti come rielaborazione e superamento. Sia chiaro: un’identità politica non può essere analizzata tramite il punto di vista di uno psichiatra. Essere anarchici non è un problema psichico.

Ultimamente queste sono le forme dell’attacco contro Marco. Secondo una sentenza del Tribunale supremo svizzero, l’Ufficio competente deve valutare se siano possibili eventuali allentamenti delle condizioni carcerarie. A questo scopo è stato redatto un Rapporto sull’applicazione di sanzioni commisurate al rischio, ROS. Degli psichiatri valutano i rischi connessi all’allentamento del suo regime detentivo. Perciò la psichiatria  acquisisce  un ruolo importante in tutte le procedure decisionali concernenti  l’incarcerazione. Considerando che Marco rifiuta la psichiatrizzazione della propria identità politica, agli “esperti” resta poco da fare. Essi sostengono anche che la previsione delle sue possibili azioni future resta negativa, dato che «continua  a dibattere intensamente ed attivamente, intorno alla propria ideologia,  ed è in contatto con numerosi compagni che fanno altrettanto. Ciò é dimostrato dalle sue dichiarazioni e relazioni  sociali pubbliche». Riassumendo, «si dimostra che le posizioni  di M.C. sono forti e che l’incarcerazione non le ha praticamente intaccate».

Il rapporto propone misure che renderebbero possibile un allentamento delle condizioni detentive di Marco, le quali, però, sono inaccettabili. Si chiede a Marco di rifarsi una nuova rete di relazioni sociali con l’aiuto dei responsabili della prigione, ovvero: si pretende una rottura completa con compagni/e. Inoltre si pretende:

-«controllo di relativi contatti con compagni affini pronti alla violenza»

-«che Marco Camenisch si dichiari disposto a permettere controlli sulle sue attività e possa concordare con i giudici scopi comuni riguardo alla risocializzazione»

Marco Camenisch non viene liberato per la sua identità politica. Il suo fine pena è fissato per il 2018. Fino a quella data ci sarà  un rapporto annuale  di valutazione, per stabilire se sia da ipotizzare la libertà condizionale. E’ dunque  probabile  che venga  ripreso  il discorso  sulla sua identità politica, per  bloccare qualsiasi allentamento.

Riteniamo sia importante agire da subito in solidarietà a Marco.

Creiamo un collegamento fra le nostre lotte, articolate all’esterno, con la sua lotta dentro.

GIORNATE INTERNAZIONALI D’INIZIATIVA IN SOLIDARIETA’ A MARCO CAMENISCH – dal 20 al 22 GIUGNO 2015

Rote Hilfe Schweiz – www.rotehilfech.noblogs.org
Rote Hilfe International – www.rhi-sri.org

Per maggiori dettagli su Marco Camenisch:

http://rotehilfech.noblogs.org/post/tag/marco-camenisch/


FONTE

9 giugno 2015

RADIOCANE: OPERAZIONE FENIX - L'ANTITERRORISMO IN VERSIONE CECA

riceviamo e diffondiamo:

Repubblica Ceca, 28 aprile 2015: scatta l’operazione Fenix. Decine di compagni inquisiti, undici compagni arrestati, di cui tre tuttora in carcere accusati di aver pianificato alcune azioni dirette. Una vicenda segnata dall’inquietante ruolo svolto da alcuni agenti infiltrati. Un compagno e una compagna ci raccontano alcuni dettagli di questa operazione, con l’invito a sostenere gli arrestati, con benefit, azioni informative, lettere o quant’altro.

Per ulteriori informazioni: http://antifenix.noblogs.org/ e http://abc-belarus.org/?lang=en

Per scrivere agli arrestati (in attesa di trasferimento definitivo in carcere): antifenix@riseup.net

Cassa di solidarietà:

8760190237/⁠0100
IBAN CZ98 0100 0000 0087 6019 0237
SWIFT CODE: KOMBCZPPXXX (KOMBCZPP)

Ascolta il contributo

SULLA MORTE DI UN COMPAGNO E L'ARRESTO DI ALTRI DUE A VOLOS (GRECIA)


da crocenera | trad. da non-fides

Grecia, 20 maggio: sulla morte di un compagno e l’arresto di altri due a Volos

Solidarietà con Grigoris Tsironis e Spiros Christodoulou, in memoria di Spiros Dravilas
Il 20 maggio 2015 a Nea Aghialos,nella città di Volos, un’operazione di polizia ha portato all’arresto di Grigoris Tsironis (37 anni) e Spiros Christodoulou (44), ed alla morte di Spiros Dravilas (34 anni). Diversi colpi sono stati sparati durante l’operazione. Poliziotti e media parlano di suicidio, e dicono che hanno “trovato” il corpo di Spiros senza vita. Ma quando si conosce il percorso di questo compagno, è difficile creder loro.

Senza alcun artificio ci pare quindi, si tratti di vendetta di Stato: contro un compagno, recentemente accusato di perpetrare l’omicidio della guardia Makis Galimanis, nei pressi del carcere di massima sicurezza di Domokos , nell’ambito della lotta contro le riforme carcerarie di Athanassios e le prigioni di tipo C. Contro un espropriatore incorreggibile, recentemente accusato di una rapina di 400.000 euro con Spiros Christodoulou. Contro colui che è stato il pilota dell’elicottero con cui è stata effettuata una grande umiliazione delle carceri greche: la fuga dalla prigione di Korydallos nel 2006 a fianco dello specialista in materia Vassilis Paleokostas. Accusato pure nel caso del rapimento del "capo dei capi" Mylonas, assieme all’anarchico Polykarpos Georgiadis.

Tsironis era in fuga da anni per la sua partecipazione al gruppo chiamato “rapinatori in nero” con l’anarchico Giannis Dimitrakis e con i fratelli Marios e Simos Seisidis (Simos è stato assolto sia per la storia di “rapinatori in nero" che per il tentato omicidio del poliziotto che gli ha sparato alla gamba durante il suo arresto nel maggio 2001, che ha portato all’ amputazione dell’arto del compagno).

Dopo un attacco con kalashnikov contro la polizia di Agia Paraskevi, i poliziotti avevano posto una taglia di
600 000 euro sulla testa di Grigoris.
I tre erano anche ricercati per una serie di rapine negli ultimi mesi (a Farkadona Trikala e il 2 aprile e Ambelonas e Larissa 30 aprile). Essi sono presentati dai media come vicino alle organizzazioni rivoluzionarie armate, e di aver partecipato ad espropri a fianco Nikos Maziotis, membro dell’organizzazione Lotta Rivoluzionaria.




Ecco le prime parole di Grigoris Tsironis dalle celle di sicurezza della polizia ateniese:

Dichiarazione Grigoris Tsironis dalla sede della Polizia Atene (GADA)

Un ciclo di nove anni di libertà in clandestinità si chiude, forse nel modo peggiore. Con la morte del nostro fratello Spiros Dravilas. Esprimo le mie più sentite condoglianze e coraggio alla sua famiglia. Spiros ,libero per sempre, vivrà nel mio cuore e la mia mente. Proprio come coloro che continuano a esser cacciati su sentieri inesplorati della libertà. Rimanete forti, fratelli e sorelle …
In conclusione, dalla cella del 12 ° piano del GADA (quartier generale della polizia di Atene), invio i miei saluti ai compagni incarcerati e auguro loro la libertà e di incontrarci di nuovo.

PS: Vorrei esprimere i miei ringraziamenti e gratitudine a tutti coloro che nel corso degli anni, consapevolmente o meno, mi hanno aiutato e mi hanno dato momenti di gioia, felicità e cameratismo.